Nomine, assunzioni e gare truccate: così funzionava al comune di Rosarno

Nelle carte dell'indagine Faust, le "acrobazie" dell'amministrazione Idà

«Anche perché mi hanno promesso che lo facevano e non vedo perché non me lo deve fare»: c’è vero stupore nelle lamentele del vecchio pregiudicato rosarnese che non si capacita di come “l’accordo” elettorale stipulato prima del voto, non si sia risolto nell’assunzione della figlia al comune di Rosarno. «Per mia figlia! E io per mia figlia non guardo nessuno» dice ancora intercettato, lo zio del presidente del consiglio comunale cittadino, infuriato con il parente che non sarebbe stato ai patti. A leggere le carte dell’inchiesta Faust infatti, quello che traspare è la sensazione che una (consistente) parte della cittadinanza consideri il municipio tirrenico come cosa propria. Si tratti di incarichi pubblici da distribuire in base a quanto fatto in campagna elettorale, o di lavori da canalizzare in barba a piani e progetti già definiti, o ancora stravolgere l’impianto stesso di un intervento pensato per togliere dai suk delle campagne, i tanti migranti che vivono in condizioni subumane.

ROSARNO ANNO ZERO

Giuseppe Idà Sindaco Rosarno

Ma a finire sotto la lente della distrettuale non ci sono solo i fatti legati direttamente al presunto condizionamento mafioso: nelle carte dell’inchiesta sono elencati infatti una serie di scelte prese dell’ente guidato da Giuseppe Idà, da cui esce uno spaccato desolante di irregolarità amministrative costruite sulle spalle di una cittadina in ginocchio. Come nel caso dell’appalto per la costruzione «di una rete di accoglienza abitativa e di inclusione sociale nelle aree urbane»: appalto che finirà nelle mani della Scali srl (finita in amministrazione giudiziaria nel luglio dello scorso anno su disposizione del tribunale reggino «per un obbiettiva commistione di interessi» tra attività lecite e illecite) e su cui il primo cittadino ha idee chiare: «e poi una volta che hanno fatto le case popolari vediamo se glieli diamo ai “niri”. Glieli diamo ai “janchi”, glieli diamo ai “zingari”, perché glieli dobbiamo dare ai “niri”, io me ne fotto dei “niri” scusa». Legato all’affare delle case popolari ci sono poi un serie di appalti più piccoli che sembrano essere apparecchiati solo per chi è stato invitato. A cominciare dalle nomine di carattere tecnico associate al progetto stesso. Il comune, accertano gli investigatori dei carabinieri, ha predisposto infatti una serie di gare (con importo inferiore ai 40 mila euro e quindi liquidabili con la sola manifestazione d’interesse) per l’individuazione di tre figure professionali. Dei 77 nomi che arrivano in comune «sulla scorta di una motivazione discutibile», solo tre restano in gara. Di questi, uno è risultato essere il primo dei non eletti in consiglio – e molto legato al sindaco Idà – l’altra, risulta essere invece molto vicina al consigliere Scriva, con cui si interfaccia su tutti gli aspetti amministrativi della domanda da presentare.