Case della comunità, una partita che vale il futuro. Curia: ‘In gioco il nuovo paradigma della sanità’
I fondi sono stati stanziati con il PNRR, ma ora stanno per scadere. 19 quelle previste tra Reggio e provincia
07 Febbraio 2026 - 09:05 | di Eva Curatola

C’è un’idea di sanità che non non è fatta di barelle in fila, né di attese interminabili. È una sanità che “abita” i territori, che entra nella quotidianità senza fare rumore. Un pensiero che, ancora oggi, però, fatica a diventare realtà.
Le risorse stanziate, derivanti dal PNRR, dovevano servire a costruire le Case della Comunità. Non semplici strutture sanitarie, ma luoghi vivi, capaci di ricucire il rapporto – spesso logoro – tra cittadini e sistema sanitario.
“Case di Comunità (CdC): modello organizzativo prevede un sistema integrato di assistenza, fondato su un approccio multidisciplinare e multi-professionale. Da un lato è il luogo fisico di prossimità e porta d’accesso al sistema socio-sanitario territoriale; dall’altro , costituisce quel nodo della filiera assistenziale in cui si concentrano fisicamente o sono collegati funzionalmente quei servizi e professionisti atti a garantire la presa in carico integrata della persona e della Comunità. La risposta al singolo bisogno e la presa in carico della persona nella sua globalità vengono, pertanto, garantite attraverso un’azione organizzata e fondata sul lavoro in team, valorizzando tutte le professionalità”.
Le “Case della Comunità”
“Il decreto ministeriale 77 del 2022 le chiama case di comunità. Noi preferiamo chiamarle case della comunità“.
A dirlo è Rubens Curia, portavoce regionale di Comunità Competente, da anni impegnato in una vera e propria crociata, sanitaria ma anche culturale .
La differenza non è semantica, ma sostanziale. Perché quelle strutture non devono “stare” sul territorio. Devono essere del territorio. Partecipate, vissute, riconosciute come proprie.
“Non parliamo di poliambulatori – spiega – quelli esistevano già. Parliamo di una casa che deve essere frequentata dalla comunità. Le linee guida ministeriali richiamano concetti chiave: integrazione con i servizi sociali dell’Asp e dei Comuni, partecipazione del volontariato, del terzo settore, delle comunità locali”.
È qui che cambia il paradigma. La sanità smette di essere un “luogo” da frequentare solo quando si sta male e diventa uno spazio dove si “costruisce” salute.
Un presidio sociale oltre che sanitario
La Casa della Comunità è un presidio socio-sanitario. Un punto di riferimento per anziani, fragili, pazienti cronici, famiglie. Un luogo dove prevenzione, assistenza e presa in carico convivono. Dove la distanza tra bisogno e risposta si accorcia.
In una regione come la Calabria, segnata da carenze strutturali e servizi spesso ridotti al minimo, queste “case” rappresentano un piccolo tesoro. Soprattutto nelle aree interne, in cui gli ospedali più vicini si trovano a km e km di distanzaa, ed a fare da argine, spesso, c’è solo il medico di famiglia.
I numeri: tra ambizione e realtà
In Calabria sono previste 61 Case della Comunità:
- 57 finanziate con fondi PNRR
- 4 finanziate interamente dalla Regione
Esistono due modelli:
- Hub, aperti 7 giorni su 7
- Spoke, con funzioni ridotte
Nel territorio della Città Metropolitana di Reggio Calabria ne sono previste 19: 11 hub e 8 spoke.
I comuni coinvolti sono: Antonimina, Bagnara, Bovalino, Caulonia, Cinquefrondi, Ex Enpas ed Ex Inam (Reggio Calabria), Gioiosa Jonica, Monasterace, Montebello Jonico, Palmi, Roghudi, Rosarno, Sant’Alessio, Sant’Eufemia, Taurianova, Villa San Giovanni.
Un lungo elenco ed una mappa ambiziosa, ma ancora incompleta nei fatti.
Palmi, quando il progetto funziona
C’è però un luogo dove la Casa della Comunità ha iniziato davvero a vivere e funzionare a pieno ritmo.
“A Palmi – racconta Curia – abbiamo lavorato sui contenuti, non solo sul contenitore. Perchè la casa della comunità rappresenta il nodo centrale della nuova medicina territoriale”.
Qui la struttura è nata nell’ex ospedale, riconvertito dopo anni di attesa. All’interno opera una Aggregazione Funzionale Territoriale (AFT): circa dieci medici di medicina generale, che si alternano dalle 8 alle 20, dal lunedì al venerdì. Un modello che funziona. Un esempio concreto di sanità che previene, filtra, cura prima che il problema diventi emergenza.
“Da quando l’AFT di Palmi è attiva – spiega Curia – siamo riusciti a gestire moltissimi pazienti senza che finissero in ospedale. Il 43% degli accessi al Pronto Soccorso potrebbe essere evitato se la medicina territoriale funzionasse davvero”.
All’interno della struttura ci sono:
- un mammografo di ultima generazione
- un radiologo fisso
- servizi di telemedicina
- infermieri che operano anche a domicilio.
Un piccolo ecosistema sanitario che dimostra come il cambiamento sia possibile.
Cantieri, scadenze e il tempo che stringe
A Sant’Alessio in Aspromonte, i lavori sono iniziati a novembre 2025. Un segnale. Ma il tempo corre. Ed in molti altri casi, gli interventi sono fermi alla carta.
La linea rossa, quella da non oltrepassare, è giugno 2026, termine ultimo per l’utilizzo dei fondi PNRR. Un termine che, per ragioni burocratiche, potrebbe slittare di poche settimane, ma non oltre.
“Il ministro Foti – spiega Curia – ha chiarito che non ci sarà una proroga (così come già avvenuto nel 2021 ndr.). Per averla servirebbe l’ok di tutti i Paesi UE. Ed è molto difficile”.
I numeri raccontano una corsa ancora lenta, secondo l’osservatorio di Comunità Competente, l’ultima rendicontazione ufficiale risale a settembre 2025. Attualmente i fondi impegnati ammontano al 41,55% del totale e solo il 9,58% degli interventi sono stati effettivamente pagati.
Sono stati, invece, stipulati 60 contratti su 61 interventi.
Una partita che vale il futuro
“Sulle Case della Comunità – dice Curia – ci giochiamo tutto il nuovo paradigma della sanità. Abbiamo sempre guardato la sanità al contrario. Pensiamo che sia l’ospedale. Ma l’ospedale è l’ultimo anello”.
Prima vengono le cure domiciliari, le strutture intermedie, la medicina territoriale. Se il territorio funziona, l’ospedale respira.
“Ho visto sindaci attivi, propositivi, che hanno accompagnato i progetti. La burocrazia è un Moloc, è vero. Pareri, vincoli, passaggi infiniti. Ma bisogna tenere il fiato sul collo, sollecitare”.
La forza di Comunità Competente è questa: oltre cento associazioni, cittadini organizzati, competenze messe a servizio del bene comune.
“Alla Calabria non serve abbaiare alla luna. Serve una mobilitazione propositiva”.
Le Case della Comunità non sono solo edifici. Sono una scelta. Un modo diverso di intendere la sanità.
E forse, anche, un modo diverso di prendersi cura gli uni degli altri.
