Santamaria al TaorminaFilmFest: “Per essere eroi non servono superpoteri, è sufficiente che qualcuno ci ami”


Alla kermesse del Film Festival di Taormina, tra gli illustri nomi del cinema nazionale ed internazionale, non poteva mancare uno degli attuali protagonisti indiscussi del cinema nostrano: Claudio Santamaria,  attore principale del pluripremiato “Lo chiamavano Jeeg Robot”,  al David di Donatello.

Il film, (che è stato riconosciuto come di interesse culturale nazionale dal Ministero per i Beni e le Attività culturali), ha ricevuto ben 7 statuette, un premio speciale del pubblico, tra cui tutti quelli per gli attori a cui era stato nominato, e due premi per il regista Mainetti.

“Non sono un po’ troppi questi premi? Può essere che sia stato un po’ sopravvalutato rispetto a generi  più impegnati?” chiede una giornalista tra il pubblico.

Secondo me…no!” risponde secco Santamaria.

Quello dell’opera prima di Mainetti è stato infatti un successo di pubblico inaspettato dalla critica, ma a quanto pare non per lui che, ci dice durante il campus pomeridiano al Palazzo dei Congressi, appena letta la sceneggiatura (per anni rifiutata da tutti i produttori italiani, finchè  Rai cinema decide di accettare la sfida)  aveva già la sensazione chiara di come sarebbe venuto il film, credendo fin da subito nel progetto dell’amico Gabriele (e facendo contemporaneamente  il provino per “Torneranno i prati” di Ermanno Olmi) .

La storia parla di un ladruncolo di borgata (Enzo Ceccotti), abituato a vivere di piccoli furtarelli,  e che proprio durante un inseguimento della polizia, per aver rubato un orologio, è costretto a tuffarsi nel Tevere per nascondersi.

Entra così involontariamente a contatto con un barile contenente sostanze radioattive, ritrovandosi all’improvviso dotato di una forza sovrumana e un’incredibile resistenza che lo renderanno l’ “unconventional” supereroe di TorBella Monaca.

Enzo è interpretato da un Claudio Santamaria appesantito di 20 chili per recitare nella parte, su richiesta di Mainetti che, ci dice, aveva bisogno di un protagonista pesante, grosso, massiccio… un “orso” che nascondesse la sua fragilità dietro una corazza sia emotiva che fisica. “Quando ingrassi 20 kg non ti vedi solo diverso fisicamente…ma ti senti diverso.” confessa l’attore romano. 

Personaggio cupo e selvaggio, chiuso al mondo, senza amici, avido nello sfruttare inizialmente la nuova situazione a suo vantaggio, matura però, nel corso della storia, la consapevolezza di un obbligo morale per questo inaspettato potere, mostrando un cuore e un coraggio che nemmeno lui pensava di avere.

In questo viene aiutato da Alessia (Ilenia Pastorelli). La ragazza, rimasta bambina e turbata da traumi del passato, vive nel mito costante del cartone animato Jeeg Robot d’acciaio, credendosi la principessa in attesa del suo  eroe. Quando incontra Enzo, che la difende dall’aggressione di una banda di delinquenti, crede che sia  il suo “Jeeg” venuto a  salvarla, convincendolo così ad usare la sua forza al servizio dell’umanità.

L’altro protagonista indiscusso è Luca Marinelli che nel film intepreta “lo zingaro”.  E’ la nemesi di Enzo, piccolo boss di provincia, eccentrico e sopra le righe,  sanguinario come spesso sono i “villain” americani, spregiudicato e malato di immagine. Vuole “fare er botto”, essere ricordato. E fa di tutto per riuscirci.

Strepitoso successo di numeri e incassi, tanto da meritare una seconda uscita nelle sale cinematografiche (la prima a febbraio e la seconda ad aprile, dopo le 16 nomination al David di Donatello), “Lo chiamavano Jeeg Robot”  è riuscito nell’impresa tutt’altro che semplice di trovare una via italiana al cinecomic, ( è infatti la prima volta che vediamo l’elemento “super-eroistico” nel contesto cinematografico italiano) rivelandosi una strepitosa fusione di vari generi. Un film che somiglia a tutto senza essere uguale a niente.

Un superhero movie metropolitano che spazia dalla commedia romantica al noir, passando per il cinema criminale e lo spaccato sociale di una violenta periferia romana , con tanto di scene anche splatter di “tarantiniana” memoria, ma che non perde fino alla fine quell’ironia, se pur amara, che lo rende irresistibilmente divertente nell’insieme e originale il quel suo genere che nemmeno l’attore romano riesce a definire.

E’ un’opera che si fa portatrice di una visione di cinema di puro intrattenimento, senza troppe pretese, priva di boria e snoberia intellettuale,  con effetti speciali solo quando servono, senza eccessi, prodotta con budget “povero” ma risultando efficace nel risultato, oltre ogni più rosea aspettativa.

Anche se nasce come narrazione di solitudini e miserie, ci raccontaSantamaria, ambientata in una periferia degradata e fucina di disagi sociali, diventa poi storia di riscatto umano, che vede la figura sciatta di un uomo ai margini della società, una nullità, quasi un reietto, diventare mito nell’immaginario collettivo.

Enzo è infatti un antieroe che diventa eroe, anticonvenzionale ma pur sempre eroe, perché a suo modo, imperfetto, goffo (anche nel cercare di nascondere la sua vera identità), rispecchia quella voglia di fare del bene, di credere ancora in qualcosa di buono, che non sia solo marcio. I “superpoteri” fanno solo da spinta in questa consapevolezza, e sarebbero rimasti marginali se non fosse che il vero cambiamento arriva non quando diventa fisicamente più forte, ma nel momento in cui qualcuno (Alessia), lo “riconosce”, e crede in lui, come nessuno aveva mai fatto prima.

Ed è forse proprio questa chiave di lettura, più che il resto,  come spiega Claudio, che tocca le corde del cuore degli spettatori alla fine della visione.

Un messaggio sintetizzato in un abbraccio simbolico che Enzo dà alla città nell’ultima scena, e che ci dice che per essere eroi, per fare la differenza, non serve avere strani e fantomatici super poteri, ma  è sufficiente che qualcuno ci  ami e creda in noi.

Emiliana Ragno