Porto di Reggio Calabria crocevia di solidarietà.


di Domenico Suraci – Trascorrere una serata al Pub con gli amici, da quando è diventato maggiorenne, è un’abitudine per Giorgio ormai ventitreenne, giovane afro-italiano, o come si definisce lui calabro-africano.

Fino ad un certo momento della sua vita detestava la birra e l’alcool, secondo gli insegnamenti della madre camerunense, trapiantata da più di trent’anni a Reggio Calabria.

Il pieno di birra come al solito gli dava insicurezza nella guida, ma era abbastanza sobrio per arrivare indenne a casa, l’indomani mattina, essendo volontario della Croce Rossa, doveva essere operativo, allo sbarco profughi, delle navi della Marina Militare tedesca: Essen e Berlin. Finalmente poteva andarci, ottenere l’abilitazione Full-D e T.S.S.A., era stato difficile, quasi quanto conseguire la maturità classica al Liceo Campanella. E’ iscritto all’Università in Lettere, con poca voglia di studiare, e vorrebbe trovare un lavoro anche al Nord, ma sa che ingrosserà le liste dei disoccupati per parecchi anni, visto che la crisi occupazionale continua a perdurare.

Il mattino dopo, come tutti i volontari della Croce Rossa, Protezione Civile, Suem 118, Forze dell’Ordine, osserva l’entrata nel Porto della nave Essen.

Dalle balconate della nave i marinai tedeschi, donne e uomini, osservano incuriositi la banchina del porto.

L’operazione Triton che ha coinvolto i paesi dell’UE nel soccorso dei profughi, nel Canale di Sicilia, fa pensare a Giorgio che altre navi approderanno al porto, con marinai Francesi, Irlandesi ecc., anche loro con la stessa curiosità, quasi volessero scendere dall’imbarcazione e mescolarsi con coloro che aspettano.

Iniziato lo sbarco i profughi Eritrei e Somali, vengono accompagnati al Triage dai volontari della Croce Rossa, e Giorgio con grande stupore, nota che i migranti si avvicinano spontaneamente verso di lui, quasi il colore della pelle gli desse fiducia. Lui in Africa non c’è mai stato, ha fatto tutti gli studi in Italia, a solo amici reggini, parla dialetto calabrese, pensa che tanti anni fa, quando arrivò in Italia sua madre, provava la stessa diffidenza. Gli vengono in mente le parole di Martin Luther King “Io ho un sogno”, Mandela “Se tu voli basso non puoi servire bene il mondo”, le lotte di Cassius Clay, Imagine di John Lennon, delle frasi di canzoni “Viva l’Italia liberata” di De Gregori, e altre canzoni di De André.

Ricorda che Lennon, De Gregori e De André non c’entrano con le lotte razziali, l’apartheid, ci aveva pensato solamente perché parlavano di pace, giustizia e libertà, quella che cercano questi uomini e donne. Tedeschi, francesi e italiani, si incrociano nel mare per soccorrerli, mari che tante volte nella storia li hanno visto scontrarsi. Guardando le marinaie tedesche che osservano dalle balconate, pensa che gli esseri umani sono fondamentalmente buoni, che la guerra, l’apartheid, le lotte razziali, sono dovute all’asprezza dei cuori di pochi. Poi pensa al suo nome Giorgio, che la madre gli ha dato per la sua devozione al protettore di Reggio, si sente italiano al cento per cento, anche nel sangue, solo il colore della pelle lo avvicina a queste persone, che gli danno fiducia.

Stranamente gli torna la voglia di riprendere a studiare, e di trascorrere un po’ di tempo in meno al pub, per non buttare al vento il suo tempo, mentre questi sfidano il mare per conquistarlo.

 

Domenico Suraci (Membro della Croce Rossa italiana)

 

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