Pandemia non fa rima con economia, le sofferenze del fragile tessuto economico reggino - FOTO

La testimonianza di titolari e gestori di storiche attività lamentano l’assenza dello Stato e l’ambiguità dei Ristori

Più si va avanti peggio è. La zona rossa calabrese, appena riconfermata, sta mostrando il suo volto più drammatico. E ovviamente non è solo una questione di numeri, ricoveri e ahinoi di decessi. Perché al di là dell’aspetto sanitario che prima o poi esaurirà la sua virulenza, quello che resteranno saranno le conseguenze, il deserto economico che questa pandemia sta creando in ogni comunità.

A queste latitudini, dove il potere d’acquisto (in tutte le sue accezioni) della popolazione è già corroso da un tessuto economico falcidiato dalla crisi imperante e da una impostazione culturale che non nobilita la meritocrazia e la fatica, la pandemia finisce per togliere il terreno sotto i piedi a quel che resta della categoria degli imprenditori. Grossi o piccoli che siano. Figurarsi dei piccoli commercianti e degli artigiani che, poi, costituiscono l’ossatura di quel tessuto economico.

La dignità potrebbe non bastare

Avere il privilegio di potersi muovere in città nel regime di ristrettezze dettate dal Covid, diventa una sofferenza. Saracinesche abbassate, cartelli di messa in vendita, negozi vuoti, operatori scuri in volto sono i protagonisti di questa maledetta epoca. Ognuno di loro ha deciso di continuare ad alzarsi la mattina per andare ad aprire la propria attività (ove concesso dagli ormai famigerati Dpcm) soprattutto per dare un segnale di vita nel deserto, per gridare silenziosamente il proprio disappunto, per dimostrare anche ai propri concittadini che non si ha nessuna intenzione di alzare bandiera bianca. Eppure molti di loro, e questo è il punto vero della questione, sanno già che andando avanti così sarà difficile rialzare quelle saracinesche. Nonostante sia ormai chiaro ai più che quasi quasi converrebbe tenere chiuso. A patto però che siano forniti da chi di competenza gli strumenti per andare avanti e sperare in un futuro migliore.

A volte però ladignità e la forza di volontà di questi lavoratori possono non bastare. Facendo apparire quel futuro ancora più grigio, se non nero.

Le testimonianze

Caridi

Abbiamo provato a dare voce al malcontento della categoria. Incontrando titolari e gestori di storiche attività commerciali della città. Ed abbiamo appurato, se ce ne fosse stato il bisogno, che tutti, ma proprio tutti, puntano l’indice contro un sistema che non sostiene a dovere i suoi cittadini.

Marilena Caridi titolare dell’omonima e storica pasticceria ubicata difronte l’ingresso principale della Villa Comunale, non usa mezzi termini. Il suo è un attacco diretto allo Stato:

“Non ci è stato vicino, e anche il contentino del Decreto Ristori che ha previsto mille o due mila euro non copre i danni di 9 mesi di difficoltà”.

La rabbia, ma non la rassegnazione, dominano lo sfogo della signora Marilena:

“Siamo in pieno fallimento e probabile chiusura. Gli affitti li devi pagare, la luce arriva puntualmente, gli stipendi li devi mettere in conto, ma senza entrate non sappiamo dove andremo. Se la gente non può uscire a comprare e noi non riusciamo a vendere non cambia nulla. Sono nove mesi di difficoltà e non sappiamo di cosa vivere e come campare. È lo Stato il grande assente, e la pubblicità sugli aiuti verso gli esercenti non esiste. Ci stanno mandando in fallimento. Oltre lo sgravio fiscale, ci vogliono risorse e aiuti economici”.

Tanta confusione

Mavilla

Edmondo Mavilla, storico fotografo reggino, pone l’accento sulle due ondate della pandemia e su come si sono abbattute sulla sua specifica attività:

“Col primo lockdown lo Stato ha fatto la sua parte, anche se con poca roba, ma la Regione non ci ha proprio considerato. In questa seconda fase invece, la Regione con il Riapri Calabria ci ha considerato, mentre lo Stato pur inserendo la categoria dei fotografi ha fatto un po' di confusione. Infatti per un codicillo Ateco sono rimasto escluso e questo non è giusto. Il Decreto è molto ambiguo, perché da un lato si dice che chi ha già preso il contributo lo riprende in automatico, dall’altro invece si dice di seguire i codici Ateco che escludono alcune categorie. Speriamo che con il terzo e quarto Ristori rimettano le cose a posto”.

Ritardi cronici

Campolo

Michelangelo Campolo, che è titolare del bar Glamour nel centro storico fa i conti anche con i ritardi cronici:

“Stiamo aspettando il famoso ristoro e aspettiamo anche giorno 3 dicembre per capire se ci fanno riaprire. Dopo di che si stabilirà il da farsi. Noi vogliamo lavorare con tutte le precauzioni e con buona volontà, ma ovviamente ci devono lasciare lavorare, perché noi abbiamo bisogno di lavorare. Siamo pieni di problemi e di debiti e quindi dobbiamo lavorare”.

Meglio rimanere chiusi

Chiovaro

Sulla stessa lunghezza d’onda si ritrova anche Fabio Chiovaro (ditta Pastore) con la sua storica rivendita:

“Il tracollo già c’è stato. E poi, per le poche attività che possono stare aperte, se non hanno una clientela costante, è più conveniente stare chiusi che rimanere aperti”.

Per lui regna sovrana la confusione:

“Per quanto riguarda i ristori e i sussidi previsti dal Governo ancora non si è capito nulla, non si capisce chi non ha diritto e quali sono i criteri. Ho ricevuto solo i 600 euro del bonus Inps, molti dipendenti sono in cassa integrazione ma non l’hanno ancora percepita”.

Editoria esclusa

Arcidiaco

Franco Arcidiaco, numero uno della casa editrice Citta del Sole, il crollo delle vendite si è attestato all’80%. Nello spazio open di via Filippini la gente non ci va più. Ed essendo una libreria monomarca, la casa editrice ne risente ancor di più. D’altra parte le maggiori vendite si registravano con la presentazione dei libri, ma questa possibilità è per il momento negata:

“Noi siamo rimasti in mezzo al guado. Proprio in questo periodo avevamo cambiato ragione sociale e ci siamo ritrovati nella situazione di non poter raffrontare i dati passati e quindi con nessuna possibilità di accedere ai ristori. Inoltre la cosa gravissima è che abbiamo cercato di accedere a questi contributi a fondo perduto della Regione ma abbiamo scoperto che non ci sono i codici Ateco legati all’editoria tra quelli ammissibili”.