'Vaccini, a Melito P. S. regna la disorganizzazione': la triste esperienza di un cittadino

La lettera di un cittadino, stremato dopo un pomeriggio vissuto al Tiberio Evoli di Melito

Riceviamo e pubblichiamo la segnalazione di un cittadino riguardante l'organizzazione della campagna vaccinale all'ospedale di Melito Porto Salvo.

Vaccini a Melito: la segnalazione di un cittadino

4 Ospedale Melito Porto Salvo Vaccini

"Prendi un (quasi ex) ospedale reggino, mischialo con una pandemia globale, quindi aggiungi un piccolo esercito fatto di vecchietti e individui “fragili” sotto il sole di un aprile generoso e infine completalo con quel tocco di imbarazzante disorganizzazione tipico dell’azienda sanitaria più scalcagnata dell’Universo Mondo: sono questi gli elementi che caratterizzano una “normale” giornata di vaccinazioni, per chi ha la sorte di essere estratto (dal misterioso algoritmo che decide chi può ottenere l’iniezione salvifica e chi no) sulla ruota di Melito Porto Salvo.

Il “Tiberio Evoli” è un vecchio palazzone dall’aria cadente a due passi dal mare, i suoi giorni migliori sono passati da un pezzo. Il piazzale che ospita l’ingresso è pieno di persone arrivate per ricevere la prima o la seconda dose, sono le 14 di un normale giorno di vaccinazioni.

Accompagno mio padre, non troppo avanti con l’età ma carico di acciacchi, e riconosciuto come fragile a causa delle patologie che lo accompagnano. Ad attendere il turno del primo pomeriggio (dalle 15 alle 16 sottolinea il messaggino automatico) non c’è nessuno identificabile come dipendente dell’Asp, solo una malcapitata guardia giurata dall’animo gentile e dalla pazienza disarmante, comunque presto sopraffatta dalle decine di richieste di aiuto da parte dei pazienti e dei loro accompagnatori che non conoscono le procedure.

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Anche perché, nonostante si sia entrati ufficialmente nel quarto mese di vaccinazioni dell’era Spirlì, nessuno qui ha pensato di istituire un percorso, un abbozzo di fila, un’idea, pur vaga, di regimentazione del flusso dei pazienti. Nemmeno uno straccio di cartello (per la verità un cartello c’è: è scritto a penna, è appeso alla porta del primo piano, recita «vaccini al secondo piano, non si effettuano qui!!!».

Sotto c’è uno stanzone ricavato nell’atrio di quello che una volta era l’ingresso principale e che, escluse due panchine all’esterno esposte al sole, contiene anche le uniche sedute disponibili. Su un tavolo di plastica scura c’è un foglio volante su cui, chi arriva, deve segnarsi per ottenere un posto in fila.

Anche qui non c’è nessuno a spiegare la procedura, solo la buona educazione dei presenti, pronti a dare una mano in gioioso disordine vicini l’uno all’altro nello stanzone 3 metri per 3. In questa piccola baraonda, l’interfaccia dell’Asp (escluse le due presenze all’interno del gabbiotto d’ingresso che «non si occupano di vaccinazioni») è la solita, disponibile ed educata, guardia giurata che raccoglie le domande dei presenti, sparisce all’interno della struttura per poi riemergere poco dopo con le risposte ottenute.

Ci si segna per ordine di arrivo sul foglio, poi si entrerà sei alla volta, ma prima ci sono quelli dell’ultimo turno del mattino da completare. L’ingresso al secondo piano dove vengono effettuate le iniezioni è condiviso con il pronto soccorso (lo stesso pronto soccorso a cui ci si deve rivolgere per ottenere una sedia a rotelle per i fragili che non riescono a camminare), e così alla folla dei vaccinandi che aspettano il loro turno, si aggiungono anche i parenti in attesa di notizie dall’unità d’emergenza.

Le procedure di vaccinazione comunque procedono, esaurito il turno del mattino i primi sei in lista del turno pomeridiano vengono accompagnati di sopra, poi a seguire gli altri come da ordine autogestito, poi «tutti insieme quelli del turno delle 3» come da nuova direttiva disposta dal medico materializzatosi nel piazzale di ritorno da visita all’esterno.

Tutti di sopra, accompagnatori compresi, tutti al chiuso, sperando che il virus non colpisca proprio in vista del traguardo. Alle 5 siamo fuori, ci sono volute più o meno tre ore. Uscendo, circondate dalle erbacce, le tende blu della protezione civile, chiuse e deserte, completano il quadro dell’ennesima pagina di “ordinaria” sanità calabrese".

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