Ducale, il capogruppo PD Sera a casa del boss: 'Era mio dovere venire per un saluto'

Domenico Araniti, in sinergia con Barillà, avrebbe determinato la polarizzazione dei consensi elettorali in favore di Sera

Tra le centinaia di intercettazioni che emergono dai dialoghi riportati nell’ordinanza del Gip Vincenzo Quaranta, che hanno portato all’arresto di 11 persone per un business tra ‘ndrangheta e politica, di particolare interesse, quella del 6 settembre 2020.

Dalle carte emerge il capogruppo del PD Giuseppe Sera si sia recato, nei vari giri e tour elettorali, anche nella casa del boss di Sambatello Domenico Araniti.

Contattato da Daniel Barillà, che aveva deciso di sposare la causa ‘Sera‘, la mattina del 6 settembre, all’interno di alcuni locali adibiti a garage, veniva catturata una frase che, come dicono gli stessi inquirenti, per la sua chiarezza, non necessita di alcun commento.

Nel corso del colloquio, Araniti Domenico faceva i suoi auguri al candidato Sera il quale, nel riceverli, ribatteva che

“era mio dovere venire…per un saluto»”.

E ancora.

ARANITI Domenico: mi ha fatto piacere…
SERA Giuseppe: grazie…
ARANITI Domenico: vi faccio i migliori auguri…
SERA Giuseppe: era mio dovere, era mio dovere venire…

Ancora una volta emerge il dato secondo il quale il Barillà, che agisce per interessi personali e non dell’organizzazione di mafia, è appoggiato dal suocero che sicuramente condiziona anche dal punto di vista elettorale, in chiave mafiosa, il territorio che controlla.

Anche questi sono dei passaggi chiave dell’inchiesta.

Le risultanze investigative danno conto di un aspetto di particolare importanza, e  cioè di come i politici che stringono alleanze politico-elettorali con il Barillà sanno benissimo di allacciare rapporti con un territorio che subisce, come abbiamo visto, l’influenza mafiosa dell’Araniti anche sul versante elettorale.

“Sanno benissimo – si legge nell’ordinanza – che il Barillà riceve aiuto dal suocero nel procacciamento dei voti sui territori che la famiglia da sempre controlla. Al Sera, pertanto, allorchè si portava al suo cospetto per omaggiarlo e ringraziarlo, non sfuggiva certamente l’effettiva ragione della sua influenza in Sambatello e nelle aree limitrofe: l’essere il leader indiscusso della ‘ndrina notoriamente e storicamente egemone in quel territorio”.

E’ bene specificare inoltre come allo stesso tempo:

“Ciò che non è dimostrato, a livello di gravità indiziaria, è che il Barillà sia il rappresentante della cosca nel mondo politico, che i politici che con lo stesso si relazionano sappiano di stringere alleanze con l’organizzazione di mafia, ossia che il Barillà sia un intermediario di Araniti Domenico. Non è supportato da gravità indiziaria l’assunto secondo il quale il Barillà agisce quale intermediario tra la cosca e la politica e le istituzioni, per le ragioni più volte indicate. Emerge, invece, come il mondo politico sappia che il Barillà si avvale anche dell’appoggio del suocero, capace di influenzare e orientare anche elettoralmente il territorio, in ragione di tale legame familiare, ma non anche che il Barillà agisca per conto e nell’interesse dell’organizzazione. Del resto, egli è del tutto fuori dagli affari criminali della organizzazione e non è dimostrato, in termini di gravità indiziaria, che l’organizzazione sia portatrice di interessi, attività, che intende realizzare, o solo potenziare, a mezzo di infiltrazioni di propri uomini nel mondo/strutture politico ed istituzionale ora per il tramite del Barillà.

La tesi dell’accusa però non convince pienamente il gip Vincenzo Quaranta che scrive:

“In definitiva, la tesi dei PP.MM., secondo la quale la scelta dei candidati a cui dare appoggio elettorale, Neri e Sera, è da ricondursi alle decisioni di Araniti Domenico, della famiglia di `ndrangheta, non trova un idoneo, grave, supporto indiziario. Vi è una lettura interpretativa dell’evidenza investigativa che logicamente si contrappone alla tesi investigativa, rendendo il quadro indiziario sul punto insufficiente e contraddittorio. Non è emerge, invero, nemmeno che il Barillà debba avere il beneplacito da parte della famiglia di ‘ndrangheta in relazione alle scelte che compie sul piano elettorale e politico”.

Quanto sopra emerge dalla lettura dell’ordinanza di custodia cautelare; tutto quanto in essa contenuto dovrà essere accertato processualmente, presumendosi l’innocenza dei soggetti indagati o, comunque, coinvolti nell’inchiesta, sino al pronunciamento di una sentenza definitiva.