La Marlane di Praia a Mare: un sogno divenuto incubo


Non molto tempo fa era presente nella zona industriale di Praia a Mare (CS) una delle fabbriche della Marlane (società appartenente al Gruppo Marzotto) e attiva dal 1973 al 2004, anno in cui ne è stata disposta la chiusura dalla magistratura a causa dei danni recati sia all’ambiente, sia ai dipendenti: infatti, il contatto con l’amianto di alcune parti della struttura, coi coloranti e i prodotti chimici impiegati per i tessuti ha causato più di 100 decessi e una sessantina di neoplasie e nessuno mai se n’è assunto le responsabilità, anzi s’è preferito giocare a scaricabarile pur essendoci dei danni evidenti.

Nel 1973, anno della crisi petrolifera, questo plesso industriale (atteso sin dalla metà degli anni ’50 dalla collettività) sembrava essere un miracolo per i cittadini praiesi, i quali considerarono tale avvenimento una luce in fondo al tunnel dell’austerity che colpì gran parte del mondo globalizzato. La Marlane, che durante il suo tempo di vita è riuscita a dare lavoro a 300 operai, ha prodotto tessuti di ogni genere, specialmente sintetici, impiegati per le divise destinate alle Forze dell’Ordine. Per i tessuti sintetici furono impiegati coloranti a basi diazotabili, ritenuti successivamente nocivi in seguito agli effetti nefandi. Oltre ai coloranti, ad avere effetti nefandi sulla salute degli operai furono le componenti in amianto che erano presenti nei freni dei telai.

Stando a quanto detto sulla sezione dedicata nella pagina del COBAS, per gli operai non vi era nessuna protezione o misura cautelare: unica soluzione (placebo, tra l’altro) era quella di somministrare del latte in caso di intossicazione. A complicare le cose, però, fu il silenzio di chi sapeva e non parlava, silenzio che fu interrotto da Luigi Pacchiano, coordinatore provinciale del COBAS nonché operaio della Marlane, presso la cui fabbrica ha contratto il carcinoma alla vescica (del quale gli è stato riconosciuto il rapporto causa-effetto tra «esposizione a nocività e tumore» in una causa). Le dichiarazioni di Pacchiano (risalenti al 1995) hanno generato una serie di processi, nei quali gli imputati sono stati assolti per insufficienza di prove, e uno ultimo, avuto inizio nel 2017 (nel quale la corte di Catanzaro ha riconosciuto il danno ambientale) e la cui udienza avrà luogo il 29 novembre 2018, una volta terminati i sopralluoghi nel plesso industriale e gli scavi per individuare la presenza di sostanze nocive nel territorio.

Al di là dell’iter processuale, è doveroso che gli eventuali responsabili del danno si impegnino, una volta giunti in fase definitiva, di bonificare a loro spese l’area della fabbrica per risarcire la comunità praiese del danno recato. Per quanto riguarda il futuro del plesso, è necessario che non si ripetano più errori simili e che venga riutilizzato (una volta bonificato, se accadrà) per creare posti di lavoro per le centinaia di giovani disoccupati dell’Alto Tirreno Cosentino.

di Domenico Arcudi

Marlane

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