I De Stefano e i rapporti inconfessabili tra ndrangheta e politica

"Nella Archi dei De Stefano pagano anche gli intranei alla cosca". I genitori del collaboratore di giustizia prendono le distanze dal figlio

«L’avvocato Giorgio De Stefano e Franco Chirico erano i soggetti che tenevano i contatti con la politica».

Arrivano come tempesta le dichiarazioni del nuovo collaboratore di giustizia, Maurizio Pasquale De Carlo, che da settembre, ha iniziato a raccontare agli inquirenti della distrettuale antimafia dello Stretto le dinamiche interne della cosca dei De Stefano.

«I rapporti tra l'avvocato e la famiglia De Stefano ha raccontato l’indagato, finito agli arresti in seguito all’operazione “malefix” – erano molto buoni. Anche se il primo era molto riservato. Né Dimitri, né Giovanni mi parlavano mai dell'avvocato De Stefano. Erano discorsi che non si potevano affrontare».

I verbali del nuovo collaboratore di giustizia sono confluiti nel processo d’appello dell’indagine Gotha che vede alla sbarra proprio l’avvocato Giorgio De Stefano, condannato in primo grado a 20 anni di reclusione e il nipote Dimitri, a sua volta condannato in primo grado a 13 anni di carcere. Le dichiarazioni di De Carlo vengono considerate particolarmente interessanti dagli inquirenti vista la vicinanza dell’indagato rispetto alle dinamiche della cosca imperante ad Archi.

APPALTI GIREVOLI

Nel racconto di De Carlo viene fuori uno spaccato desolante di assurda normalità nel mondo degli affari all’ombra della ‘ndrangheta, dove non importa se sei pulito o intraneo, se la famiglia vuole essere pagata, tu paghi e fine della storia. Il nuovo collaboratore di giustizia, considerato dagli investigatori come un imprenditore di riferimento dei De Stefano, racconta di un cantiere di 200 mila euro a Archi, su cui la famiglia aveva puntato l’attenzione. A fare da ambasciatore, racconta De Carlo, Giorgino De Stefano che «portava un ambasciata di suo fratello Giuseppe allora latitante il quale aveva stabilito che il lavoro doveva essere fatto in società con loro».

Un modo come un altro di richiedere una mazzetta sull’appalto visto che nella “divisione” decisa dai boss, la famiglia De Stefano si sarebbe fatta vedere solo al momento di intascare il denaro. A spiegare il meccanismo lo stesso De Carlo:

«Quando Giuseppe De Stefano diceva che i lavori dovevano farsi in società, in realtà mi imponeva una mazzetta, solo che, essendo io un soggetto intraneo alla cosca, non veniva usata questa terminologia e si preferiva un approccio più garbato. In realtà mi si chiedeva di dare il 50% dei proventi, senza che i De Stefano conferissero alcuna quota di capitale, né contribuissero con apporti lavorativi di alcun genere».

«NO AL PROGRAMMA DI PROTEZIONE»

Appena diffusa la notizia del “salto della quaglia” compiuto da De Carlo, la famiglia del nuovo collaboratore ne ha immediatamente preso le distanze attraverso una lettera aperta in cui rifiutano il servizio di protezione che lo Stato garantisce ai parenti stretti di chi collabora con la giustizia.

«Appreso solo oggi della scelta di collaborare con la giustizia fatta dal nostro congiunto dalla quale ci dissociamo fermamente – scrivono i genitori e la sorella di De Carlo l'arresto di Maurizio era stato, per noi in famiglia, come un fulmine a ciel sereno. Nessuno di noi infatti ha mai sospettato che lo stesso si fosse mai macchiato di condotte illecite, per cui apprendere che ha commesso dei reati e che ha scelto di confessarli e collaborare con la giustizia ci ha lasciati letteralmente basiti. Così come ci ha sempre tenuti all'oscuro delle sue scelte di vita, alla stessa maniera vogliamo, quindi, rimanere estranei al nuovo percorso intrapreso e per tale motivo abbiamo deciso di rifiutare il programma di protezione non avendo noi familiari nulla da temere né nulla da cui essere protetti».