Uno sguardo sul sociale. Un’angoscia da morire… oltre la magia del Natale

L’interessante lettura della nostra curatrice la Dott.ssa M.Laura Falduto, Psicoanalista resp. del Centro Jonas di Reggio Calabria

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In questo periodo la città respira un’aria di festa e di entusiasmo condiviso. Luci, colori, musiche, eventi e iniziative a tema inondano le strade di ogni piazza e quartiere, eppure c’è chi di fronte all’abbaglio della luce vorrebbe spegnersi nel buio, c’è chi vive il Natale con nostalgia, sofferenza e patimento.

È il periodo dell’anno in cui l’ascolto in psicoterapia accoglie le angosce più profonde, la sofferenza per le perdite, il riemergere di fantasmi e di ricordi dolorosi. Sono molte le persone che nel periodo che anticipa o accompagna le festività sperimentano sentimenti contrastanti e conflitti interni che spesso sfociano in uno stato depressivo di chiusura, disinteresse, ritiro e solitudine.

“Un’angoscia da morire”, è una frase che riprendo dal testo di una mia paziente, una frase che ci fa riflettere, che appare come una nota stonata inscritta in uno spartito musicale, quello del Natale, che vorrebbe invece risuonare sulle note della gioia, dell’accoglienza, della nascita, del venire alla luce…

Che passino presto queste feste! 24, 25, 26 questi giorni per me saranno un incubo! tutta questa frenesia, il traffico per le strade, le file dal pescivendolo, i prezzi lievitati, la gente si accende come le luci, io vorrei scomparire nel buio e risvegliarmi a gennaio quando tutto sarà finito! invece mi toccherà cucinare e sorridere a tavola a parenti che vedo solo una volta all’anno, rispondere a domande scomode e giustificare sorridendo i miei “mancati traguardi”; quando li incontro, sui loro volti, nei loro occhi, vedo un tempo che non tornerà più, che non esiste più! mi intristisco e mi arrabbio non so come spiegarlo (…) vedo la loro età e la mia incompiutezza, ti rendi conto che niente è più come quando eri bambina che tutto passa, tutto cambia, e io… sono ancora qui che non so che fare della mia vita. Da una settimana ho la tachicardia e dormo male la notte. Che passino presto queste feste, mi viene un’angoscia da morire
Giovanna 42 anni

Quanti si sentono vicini al sentire di Giovanna?
L’“angoscia da morire” di cui parla possiamo associarla, per l’appunto, alla morte di ciò che era e non è più, di chi c’era e non c’è più, di ciò che poteva essere e non è stato. Angoscia e morte rimandano proprio al buio, alla mancanza, alla perdita. Ma perché fa così male proprio in questo periodo?

Il Natale come specchio del passato e dei legami familiari

C’è qualcosa nel Natale che disvela nel presente ciò che è rimasto inascoltato, incompiuto, sospeso nella nostra storia: scomoda i nostri fantasmi, le rivalità e le conflittualità lasciate sopite negli anni, fugate, evitate, negate, coperte o sostituite da altro… tutte cose che tornano a parlare, cadono le maschere riuniti attorno a un tavolo!

A tal proposito, interessante l’appunto di Giovanna sulla riunione con i parenti e sul “dover cucinare e sorridere a tavola”: il ritorno a casa può significare per molti ripercorrere un campo minato, a cui ci si espone talvolta senza difese, pronti all’attacco, senza giubbotto antiproiettile.

Diversamente, chi è più equipaggiato potrà apparecchiare la tavola delle migliori pietanze a base di una parvenza di buonismo o di pessimismo a seconda dei gusti, userà i condimenti del passato che seguono rigorosamente le antiche ricette tramandate di generazione in generazione.

C’è qualcosa nell’ordine della regressione nel Natale che ci riporta indietro riattualizzando il passato e le dinamiche infantili, fino al punto di separazione e di soggettivazione. In effetti, c’è una contraddizione in termini da considerare: il Natale, simbolicamente, rappresenta l’accoglienza di una nuova vita, di una rinascita, quindi la spinta in avanti nel ciclo di vita… nella pratica, invece, ci “obbliga” a tornare indietro.

Allora c’è chi, non essendosi “separato” dalle identificazioni infantili, si aggrappa lì con la gioia, con l’entusiasmo fiabesco e la trepidante attesa di ricongiungersi con il proprio “presepe interno ideale” sotto la Grotta con mamma, papà, fratelli, zii, cugini ecc., tutti assieme ricongiunti; “è bello perché è come tornare bambino” nell’illusione della fusione originaria dove tutto è bello, fusi e perfetti ma senza differenze.

E c’è poi chi di tornare al proprio presepe non ci pensa proprio, perché sarebbe insopportabile rivivere scenari ostili, distanti, rifiutanti, violenti… perché nella sua di grotta ha ricevuto durezza anziché calore e protezione. È una grotta buia in cui non si è respirato amore perché o troppo vuota di presenze o troppo piena di conflitti, incomprensioni ecc.; c’è chi vive le riunioni con profondo distacco e sprezzante negativismo come difesa… è il tentativo di proteggersi dall’angoscia di perdersi nell’oggetto perduto, ma che rivela, altresì, la presenza, l’insistenza dell’influenza di quell’oggetto, e quindi anche in questo caso l’impossibilità a separarsi.

Accettare il buio e organizzare la situazione

Concludo riprendendo un invito che Basaglia rilasciò in una famosa intervista e che è una delle coordinate che ha ispirato questa rubrica: quando gli chiesero se si fosse trovato a gestire un blackout, cosa avrebbe fatto, egli rispose: “Accetterei il buio e organizzerei la situazione. Mi metterei cioè a fare insieme con altri un’attività giusta per il buio”.

Per evitare di trasformare le feste in un teatro di buoni sentimenti o di amarezze e chiusure, lo sforzo potrebbe essere (non solo a Natale) quello di predisporsi ad accogliere la propria separazione, la propria specifica diversità, di progetti, di percorsi di vita; consoliamo quel bambino per quello che non ha avuto o che non è stato e che potrà coltivare da adulto interrogando e ascoltando il suo desiderio.

“Ogni festa celebra un lutto e un patto” ricordiamoci che non c’è un Tutto da ricostruire o da completare, ma qualcosa da riscrivere con la propria firma, con il proprio nome, qualcosa da scrivere in modo sempre inedito.

da f ced c fcbca

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