Alla Lazio brilla la stella del dirigente reggino Calveri: “Per l’amaranto ho fatto 6 mila chilometri…”
03 Maggio 2018 - 19:24 | di Vincenzo Comi

di Pasquale Romano – Un’aquila dal cuore amaranto. Armando Calveri, reggino doc, dopo una lunga trafila (da calciatore e in società) nel club amaranto è migrato verso altri lidi. Punto fermo della Lazio di Lotito, Calveri si è oramai imposto come uno dei migliori dirigenti del calcio italiano. Prima di tuffarsi nell’intenso finale di stagione, si è gentilmente concesso ai microfoni di Citynow.
Armando, partiamo dall’attualità. Da diversi anni sei una figura dirigenziale di rilievo della Lazio. Come si è evoluto il tuo percorso all’interno del club biancoceleste? Quali le principali soddisfazioni personali ?
Rivesto il ruolo di segretario generale dal 2010 e il percorso si sta via via completando grazie alla stretta collaborazione tra le figure apicali del club. A differenza di altre realtà che competono per gli stessi nostri obiettivi, la Lazio ha una catena di comando molto corta e ristretta a poche persone. Questo mi ha consentito di fare grandi esperienze. Le soddisfazioni principali spero siano quelle che arriveranno..
Finale di stagione infuocato per la formazione di Inzaghi. Dopo l’eliminazione beffa dall’Europa League, siete in corsa per un posto in Champions. L’impressione è che possa essere decisivo lo scontro diretto con l’Inter all’ultima giornata…
Se vinciamo le prossime due, l’ultima sarà una passerella… in caso contrario battaglieremo nell’ultima gara.
Merito per queste ultime brillanti due stagioni va a tutta la squadra, mister Inzaghi, il d.s. Tare e tutta la dirigenza te compreso. Ti chiedo però un giudizio su due calciatori simbolo della Lazio: Immobile, bomber implacabile, e Milinkovic, centrocampista oramai diventato top player e inseguito dai club di tutta Europa.
É sotto gli occhi di tutti che alcuni nostri calciatori siano pronti per esibirsi sui palcoscenici di grandi realtà internazionali, ma il merito di questa crescita è da condividere con il lavoro di tutta la squadra e dello staff che li allena.
Oltre al tuo recente passato e presente, la Lazio rappresenta anche il tuo futuro? Sei un giovane dirigente stimato e apprezzato in tutto l’ambiente del calcio…
In questo momento la Lazio è per me una priorità. Non ho mai immaginato ad una esperienza diversa da questa e mi auguro di avere il gradimento della proprietà anche per i prossimi anni.
Armando, forse non tutti sanno che il tuo rapporto con il club amaranto è particolarmente intenso e lungo. Iniziato all’interno del rettangolo verde. Che calciatore era Calveri e cosa significa per un reggino indossare la maglia amaranto?
Ho indossato la prima maglia amaranto nel 1990. Il club non aveva ancora una struttura consolidata e ricordo che per gli allenamenti indossavamo le maglie da giuoco della vecchia prima squadra con lo sponsor “Balocco”. Arrivavo da Campo Calabro con molte insicurezze e conobbi un galantuomo che ha poi segnato la mia formazione calcistica: Mimmo Mannino. Una figura forte il cui ricordo è sempre vivido. Da lì ho indossato la casacca amaranto per molti anni (sino al 1999) vivendo momenti esaltanti ed esperienze uniche che porto nel cuore e difficilmente riesco a condividere. Sono mie. Non ho mai pensato al significato di indossare la maglia amaranto: per me è esistita sempre e solo quella.
Quando e come è iniziato il percorso da dirigente nel club di Foti?
Era la primavera del 2004 e mi chiamò l’allora direttore sportivo Gabriele Martino. A lui sono legato da sentimenti affettuosi sinceri e di stima professionale. Quando lo rivedo è sempre una carezza al mio cuore. Non esitai un secondo a rispondere “presente” nonostante la mia esperienza da calciatore con la Reggina si concluse nel peggiore dei modi. All’indomani della telefonata appresi che il rapporto Martino/Reggina si era concluso. Incontrai Foti a Milano e da lì nacque una particolarissima, ma probabilmente incompiuta collaborazione. Uno straordinario uomo del fare e del saper fare. Un fuoriclasse che Reggio Calabria faticherà a ritrovare nel tempo.
Hai avuto il piacere e l’onore di lavorare per la Reggina ai tempi della serie A. Che ricordi hai di quell’epoca d’oro? Un aneddoto, un episodio sinora rimasto sconosciuto…
La mia memoria amaranto spazia dal 1990 al 2010, vent’anni di traguardi non tutti legati alla Serie A. Ricordo Reggina/Siracusa come fosse ieri. O Reggina/Avellino 0-1 con gol di Aglietti. Emozioni forti legate a personalità altrettanto forti: Enzo Ferrari, Giuliano Zoratti, Franco Colomba, ma anche Mino Bizzarri, Maurizio Vincioni, Maurizio Poli, Eligio Nicolini. Degli anni della Serie A ricordo soprattutto lo spirito del gruppo: Mazzarri e la sua banda hanno dato un grande contributo alla storia sportiva della nostra città.
Più che un aneddoto ti offtro un dato: da giovane quando andavo ad allenarmi coprivo la distanza tra la stazione centrale e il centro sportivo a piedi. Ho fatto due calcoli e credo di aver percorso più di 6.000 km. D’altra parte quando qualcosa si vuole veramente, non ci sono distanze che tengano. Questo è stato lo spirito di chi ha tenuto la Reggina in A con una penalizzazione come quella.
E’ impossibile pensare nuovamente ad una Reggina in serie A? Abbiamo vissuto un sogno ad occhi aperti e qualche anno fa c’è stato il brusco risveglio?
Gli anni passati sono il frutto del meticoloso e attento lavoro della dirigenza. La serie A è stato il risultato di uno sforzo economico, tecnico e progettuale di un gruppo di professionisti. Più che di brusco risveglio parlerei di ciclo. Uno si è concluso. Adesso è iniziato un altro.
La Reggina oggi. Finita in modo triste la lunga e felice gestione Foti, si è ripartiti da Praticò. Due salvezze in serie C, ma in città serpeggia malumore. Tifoseria divisa tra chi si ‘accontenta’ e chi chiede almeno di poter lottare per tornare in serie B. Hai modo di seguirla e che impressione ti sei fatto?
Ovviamente seguo la Reggina attraverso i media e tramite le informazioni che gioco forza mi arrivano dalla mia professione. I malumori della piazza sono comprensibili, sarebbe così ovunque. Gli elementi sono due: il campo e la comunicazione. Se il campo da risultati (non solo numerici), la pressione di trasforma in entusiasmo e la comunicazione si semplifica. Se il campo non da risultati (numerici), la pressione si trasforma in contestazione e la comunicazione si complica. I media, in questo, hanno giocato e giocano un ruolo essenziale. Alla società l’onere di costruire un gruppo di calciatori che ben rappresenti l’orgoglio della città, alla stampa l’onere di sostenere la bontà dei progetti.
Da dirigente giovane ma oramai esperto e navigato: come si fa ad emergere dalle sabbie mobili della C senza poter contare su capitali importanti? Consideriamo anche che la parola ‘progetto’ è oramai abolita nel mondo del calcio, soprattutto nelle categorie inferiori.
Ripeto: dal campo. E’ da li che bisogna partire ed è il campo che deve parlare. Serve gente che conosca il calcio. Soprattutto in queste categorie. Il progetto è la costruzione di una squadra. Nulla più. Lo stadio c’è, gli uffici pure, il centro sportivo è lì, basta prenderlo. Per il resto c’è tempo.
Come dirigente, sei un figlio del S.Agata, centro sportivo che ha visto nascere decine di giocatori, alcuni ancora in serie A come Viola e Missiroli. Servono intuizioni di quel tipo per ripartire con entusiasmo?
Paradossalmente il settore giovanile trae vantaggi e linfa nelle situazioni di criticità economica. Non mi meraviglierei se tra qualche anno dovesse affacciarsi in prima squadra un nuovo giovane promettente calciatore.
Fuori dal rettangolo verde. Da reggino, ogni quanto riesci a tornare nella tua città? Che impressione hai ? In senso negativo e positivo. Le difficoltà sono diverse, la città sembra essere davanti a un bivio tra risalita e rischio di crollo.
Manco da Reggio da tanto tempo e quando vengo in città è solo per rapidi saluti. Mi fa tristezza vederla così.
In chiusura, ti chiedo un pensiero, una tua personale speranza, per la Reggio sportiva e per Reggio città.
La speranza c’è e deve essere coltivata. Reggio è una città con un potenziale nascosto, ha donne e uomini ad ogni livello e posizione e in ogni luogo. Oggi paga scelte scellerate e miopi del più recente passato, ma sono certo che la buona stella, a breve, tornerà a brillare. Sul piano sportivo ho letto le dichiarazioni della famiglia Praticò, fanno pensare a un futuro avvincente.
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