Il mare dell’abbandono
Tanto amata, eppur così bistrattata. Il km più bello d'Italia trasformato nella sua copia più triste e mortificata
07 Aprile 2026 - 16:38 | di Eva Curatola

Tanto amata, eppur così bistrattata.
La Via Marina di Reggio Calabria non è un luogo qualsiasi. È il volto della città. È la cartolina che i reggini mostrano con orgoglio e che chi arriva riconosce subito come simbolo identitario, emotivo, quasi viscerale. Dal Lido comunale al Tempietto, ogni scorcio racconta appartenenza, bellezza, memoria. È il posto in cui Reggio si fa riconoscere, si “lascia toccare”.
Ed è proprio per questo che quanto visto nel weekend di Pasqua fa ancora più male.
Dopo settimane di pioggia battente, con il sole tornato finalmente ad illuminare le strade, con la città ripopolata da cittadini, turisti e famiglie in uscita per le feste, il colpo d’occhio sul lungomare è stato desolante. La spiaggia si è presentata come una discarica a cielo aperto. Detriti, sporcizia, materiali abbandonati, un senso diffuso di incuria.
Il chilometro più bello d’Italia trasformato, all’improvviso, nella sua copia più triste e mortificata.
Le cause possono anche essere fra le più disparate: il maltempo, i residui mai rimossi, la manutenzione mancata, l’inciviltà di chi sporca senza rispetto. Ma al netto di tutto, un punto resta fermo: perché non si è intervenuti? Perché si è lasciato che uno dei luoghi più rappresentativi di Reggio si mostrasse in queste condizioni proprio nei giorni in cui la città era più vissuta, più osservata, più esposta?
Le festività pasquali non sono arrivate all’improvviso. E il decoro urbano non può essere trattato come una voce secondaria, da affrontare solo quando diventa emergenza o quando la vergogna è già sotto gli occhi di tutti.
Se Reggio vuole davvero proporsi come “destinazione“, allora deve partire dall’abc.
E la base, prima ancora degli slogan, è la cura, la pulizia, l’attenzione, il rispetto per ciò che si ha.
Non basta celebrare il lungomare nelle parole, nelle brochure, nei racconti pieni di orgoglio. Bisogna difenderlo nei fatti. Bisogna preservarlo quando serve, non rincorrere il degrado quando ormai è diventato fotografia pubblica.
Perché il punto, oggi, non è soltanto una spiaggia sporca. Il punto è tutto ciò che quella spiaggia racconta. Una città che troppo spesso aspetta invece di agire. Che rincorre invece di prevenire. Che si abitua persino a ciò che non dovrebbe mai essere considerato normale.
Ed è qui che serve un cambio di passo vero. Non l’ennesima indignazione a tempo. Non basta il commento amaro condiviso sui social. Serve l’idea semplice e concreta che i luoghi simbolo di Reggio non si toccano, non si trascurano, non si consegnano al degrado.
Perché amare questa città significa smettere di aspettare che qualcuno faccia. Significa pretendere, vigilare, intervenire. Significa scegliere il fare al posto dell’alibi, la cura al posto dell’abitudine, la dignità al posto della rassegnazione.
Reggio non merita di mostrarsi così. E i reggini, soprattutto, non meritano di doverlo accettare ancora.














