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La salute mentale e i suoi disturbi: l’amore come ‘vuoto a perdere’, per ora è il nuovo per sempre

Le relazioni affettive nella società consumistica. L'approfondimento dell'esperto dell'Istituto di Neuroscienze di Reggio Calabria

amore e psiche

Viviamo in un’epoca in cui il consumismo non è più soltanto un modello economico, ma una forma mentis che plasma desideri e aspettative; il consumatore ideale è colui che non si lega, non si vincola, non si radica: è mobile, flessibile, sempre pronto a sostituire un prodotto con un altro più nuovo, più performante, più gratificante. Questa logica, nata inizialmente per gli oggetti, si è con il tempo estesa alle persone, orientando il modo in cui interpretiamo noi stessi e gli altri e, di conseguenza, i rapporti interpersonali.

Zygmunt Bauman ha descritto con lucidità la trasformazione della società in una “modernità liquida”, dove anche i rapporti umani diventano revocabili e reversibili e ha mostrato come la fragilità dei legami non rappresenti un effetto collaterale, ma una caratteristica strutturale delle società ipermoderne. Le relazioni affettive, un tempo pensate come progetti di lunga durata, oggi vengono vissute come esperienze temporanee, opzioni tra molte, beni di consumo che devono produrre benessere immediato. Quando non lo producono più, si cambia. Non c’è scandalo, non c’è colpa: è la normalità.

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“Per ora” è il nuovo “per sempre”

Nell’ambito, quindi, di una profonda trasformazione e non di un semplice mutamento linguistico, il “per ora” ha sostituito il “per sempre” perché il “per sempre” è diventato culturalmente sospetto: sa di vincolo, di sacrificio, di rinuncia. Il “per ora”, invece, è perfettamente compatibile con l’ideologia contemporanea della massimizzazione del benessere individuale.

Dal punto di vista psicologico, questo fenomeno affonda le sue radici in dinamiche profonde. In un contesto culturale che esalta l’autonomia e l’autosufficienza, la dipendenza reciproca – componente inevitabile di ogni legame significativo – viene vissuta come una minaccia all’identità personale. Ne deriva una tendenza a mantenere i rapporti in una zona di coinvolgimento calcolato e controllato, dove si ama “fino a un certo punto”, si investe “fino a quando conviene”, si resta “fino a quando fa stare bene”. A ciò si aggiunge l’illusione della scelta infinita: la psicologia delle decisioni parla del paradosso della scelta, secondo cui più opzioni abbiamo, più diventiamo insoddisfatti. Le app di incontri, i social, la costante esposizione a vite altrui curate e seducenti alimentano l’idea che ci sia sempre un’alternativa migliore. Questo produce difficoltà a impegnarsi davvero e una tendenza a interrompere la relazione ai primi segnali di fatica. La relazione diventa così un bene sostituibile, non riparabile. Inoltre, la cultura dell’immagine trasforma l’amore in una performance: la coppia deve essere felice, brillante, desiderabile, instagrammabile. Quando la realtà non coincide con la performance, si cambia partner come si cambia scenario.

Anche la sociologia contemporanea offre chiavi di lettura illuminanti. Ulrich Beck e Anthony Giddens hanno descritto la modernità come una “società del rischio”, dove nulla è stabile: lavoro, identità, appartenenza. In un mondo precario, anche l’amore diventa precario. Non perché le persone non desiderino stabilità, ma perché non sanno più come costruirla. Hartmut Rosa parla di accelerazione sociale: tutto deve essere rapido, efficiente, immediato. Anche l’amore si adegua, con conoscenze rapide, convivenze rapide, rotture rapide, sostituzioni rapide. La lentezza dell’intimità – che richiede tempo, pazienza, conflitto, riparazione – diventa un lusso che pochi sono disposti a concedersi. Nella cultura del consumo, inoltre, la reversibilità è un principio sacro: nulla deve essere definitivo. Non sorprende, dunque, che il matrimonio sia percepito come un contratto rescindibile e che la relazione stabile venga vissuta più come un rischio che come un investimento.

In questo contesto, la metafora dell’amore come “vuoto a perdere” è particolarmente potente. Non solo le relazioni sono brevi, ma non lasciano traccia. Nella logica del consumo, ciò che non serve più si getta; ciò che si getta non si ripara; ciò che non si ripara non si ricorda. Questo produce un effetto psicologico significativo: la perdita non viene elaborata, viene semplicemente sostituita. Ma ciò che non viene elaborato ritorna, sotto forma di ansia relazionale, incapacità di fidarsi, paura dell’intimità, ricerca compulsiva di novità. Il vuoto non è solo “a perdere”: è un vuoto che si accumula.

La necessità di distinguere tra consumismo affettivo e tutela di sé

Criticare la logica usa‑e‑getta non significa affermare che ogni relazione debba essere preservata a ogni costo. Al contrario, proprio una prospettiva matura sull’amore richiede di distinguere tra legami che attraversano difficoltà fisiologiche e legami che diventano tossici, svalutanti o pericolosi.
Una relazione che compromette la dignità, la salute psicologica o la sicurezza fisica non è un legame da riparare: è un legame da interrompere. La psicologia clinica è chiara su questo punto: la capacità di porre fine a rapporti abusanti o manipolativi non è un segno di consumismo affettivo, ma di autodeterminazione e tutela di sé.
In altre parole, la critica al consumismo affettivo non deve essere confusa con un elogio della sopportazione. La disponibilità a riparare riguarda le relazioni sane, non quelle che minano l’integrità personale. Una cultura della cura non implica restare dove si subisce violenza, controllo o svalutazione; implica, piuttosto, riconoscere il valore della propria sicurezza e della propria libertà.

Verso un amore non consumistico.
Eppure, nonostante tutto, è possibile immaginare un amore non consumistico. Ma richiede un cambiamento di paradigma. La psicologia dell’attaccamento, da Bowlby ad Ainsworth, mostra che la sicurezza affettiva nasce da continuità, affidabilità, riparazione dopo il conflitto: tutti elementi incompatibili con la logica usa-e-getta. La sociologia della famiglia evidenzia che le relazioni durature non sono quelle senza problemi, ma quelle in cui i problemi vengono affrontati. La felicità non è un prodotto, è un processo. L’amore maturo implica una scelta controintuitiva rispetto alla logica del consumo e non nasce dalla massimizzazione delle opzioni, ma dalla rinuncia consapevole a tutte le altre: rinunciare alle infinite alternative non perché non esistano, ma perché si decide che una relazione vale il lavoro che richiede. Ma questa scelta è possibile solo quando la relazione è un luogo di crescita reciproca, non di danno.
Il consumismo affettivo è, in fondo, la forma contemporanea della paura: paura di soffrire, di perdere, di dipendere, di fallire. Ma l’amore autentico non è mai garantito, mai privo di rischio, mai completamente controllabile. Forse il vero atto rivoluzionario oggi non è cambiare partner quando qualcosa non funziona, ma restare, riparare, crescere insieme. Non per dovere, non per tradizione, ma per scelta.
In un mondo che ci vuole consumatori, scegliere di essere custodi è un gesto profondamente umano.
Prof. Antonio Bruno Prof. Associato di Psichiatria Università di Messina

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