Era ricoverato per Covid, arrestato in Portogallo Ciccio 'Pakistan' Pelle

Il boss era latitante da due anni. In Italia lo aspetta la condanna all'ergastolo per l'omicidio di Maria Strangio

È durata poco meno di due anni la latitanza di Francesco Pelle, aka Ciccio Pakistan. Il boss di San Luca protagonista di una delle faide più lunghe e sanguinarie della storia della ‘ndrangheta, si era rifugiato a Lisbona, in Portogallo.

Ed è nella capitale lusitana che gli uomini del comando provinciale dei carabinieri di Reggio lo hanno individuato e segnalato ai colleghi portoghesi che lo hanno arrestato martedì 29 marzo mentre si trovava ricoverato in una clinica. Pelle infatti ha contratto il virus del Covid e da qualche giorno era stato ricoverato in una struttura ospedaliera. Una latitanza trascorsa lontana dal proprio “feudo” d’appartenenza e che durerà fino al decorso completo della malattia. Solo allora saranno avviate le pratiche per l’estradizione.

Su Ciccio Pakistan pende infatti una condanna all’ergastolo per la morte di Maria Strangio, moglie del boss rivale Giovanni Luca Nirta, caduta per errore nell’attentato passato alla storia come la “strage di Natale” e che vedeva nel mirino del commando armato proprio il giovane boss dei Nirta-Strangio.

LA FAIDA INFINITA

Il nome di “Ciccio Pakistan” viene fuori la prima volta in seguito a quella che viene ricordata come la strage del primo maggio del ‘93: al tramonto di quella giornata dedicata ai lavoratori – la faida di San Luca era scoppiata un paio di anni prima con gli omicidi del giorno di carnevale del 1991 – furono quattro i cadaveri a restare sul selciato: due legati ad una fazione, due legati a quella rivale. A fare il nome di Pelle è il collaboratore di giustizia Rocco Mammoliti, che indica l’ormai ex latitante come membro del commando di fuoco che falcia, per rappresaglia, Giuseppe Pilia e Antonio Strangio, ammazzato nella propria auto il primo, freddato davanti alla sua macelleria il secondo. Qualche ora prima, in contrada San Giovanni di San Luca, in un ovile, a cadere sotto i colpi di un commando di fuoco erano stati Giuseppe Vottari e Vincenzo Puglisi, entrambi legati da vincoli di parentela con il ramo “Frunzu” dei Vottari e alleati di “Pakistan”. Un botta e risposta immediato (tra i due agguati, passano solo poche ore) che, almeno nelle intenzioni del gruppo “Nirta-Strangio”, avrebbe dovuto seguire un altro copione: «Quando avvenne il duplice omicidio di Vottari e Puglisi – raccontava  Mammoliti ai magistrati della distrettuale antimafia dello stretto – era stato predisposto un secondo gruppo di fuoco… che sarebbe dovuto intervenire in paese contro le famiglie Vottari e Pelle, sia per completare l’azione di fuoco della montagna, sia per evitare una rappresaglia armata». Un’azione che era stata studiata nei dettagli e che saltò, probabilmente, per via del mancato funzionamento dei walkie–talkie utilizzati dai diversi commandi.

«Non riuscirono a comunicare fra di loro – diceva  ancora Mammoliti – e questo provocò la risposta armata, nello stesso giorno, ad opera del figlio di Domenico Pelle (Francesco, ndr)».

Una mancata comunicazione che provocò la vendetta immediata di Francesco “Pakistan” Pelle che, scrivevano i carabinieri raccogliendo una fonte confidenziale, avrebbe guidato la rappresaglia a bordo di una Vespa 50. Pelle a quei tempi, seppure legato da saldi vincoli di parentela ad alcune famiglie “pesanti” di San Luca (i “Vanchelli” e i “Gambazza”), non è ancora un pezzo grosso ma, nel solco di una tradizione orami consolidata – un po’ per sottrarsi alle ritorsioni degli avversari, un po’ per eludere le investigazioni degli inquirenti – scompare dal paese per quasi un anno, rifugiato in Germania. Poi, in un crescendo di violenza, l’attentato che lo manda su una sedia a rotelle e la strage di Natale in cui resta ferito anche un bambino, fino alla follia di Duisburg, dove saranno sei le vittime lasciate sul selciato di un’anonima pizzerie italotedesca che mostreranno al mondo la ferocia della faida tra i Pelle- Vottari e i Nirta-Strangio.