La Befana in letteratura, ecco "L'Epifania" di Gabriele D'Annunzio

Versatile, romantico e concreto, razionale e sognatore, anche Gabriele D'Annunzio si è occupato dell'Epifania, ecco come.

Buona domenica lettori! Anche a #InsideTheBook l’ Epifania irrompe gioiosa! Si porterà via anche tutte le feste, ma non ci lascia sicuramente a mani vuote!

No, tranquilli, non mi riferisco di certo alle calze piene di dolci e prelibatezze della cara vecchia Befana, per quanto invitanti, penso di parlare a nome di tutti nel dire che siamo saturi di zuccheri! Ma mai, mai di libri!

L’autore di oggi è preceduto dalla sua fama intramontabile, simbolo dell’estetismo italiano per eccellenza, colui che ha fatto della sua vita un’opera d’arte in carne e ossa, critiche ed elogi compresi… di chi parlo? L’unico in grado di vivere le sue emozioni e passioni fino all’estremo, il principe del Decadentismo italiano: Gabriele D’Annunzio.

La sua storia, i suoi scritti e il suo pensiero, sono l’emblema di un movimento culturale, sociale e letterario che ha trovato amanti e seguaci a livello internazionale e, ancora oggi, ispira e affascina. Il suo motto?

“Vivere ardendo e non bruciarsi mai”.

Spiritualismo preraffaellita, classicismo parnassiano, simbolismo, superomismo nietzschiano, sono alcuni dei movimenti a cui l’autore si è affiancato.

La sua incommensurabile fame di bellezza e la sua voglia di eccellere, hanno fatto da fulcro nella sua vita, rendendo eterni i suoi ideali e ancor di più le sue opere.

Potrei presentarlo in modo impeccabile citando i suoi più grandi successi:

Il piacere”, “L’innocente”, “Il trionfo della morte”, che insieme costituiscono la Trilogia dei romanzi della Rosa. La poesia, con “Canto novo”, una raccolta dedicata al suo primo amore, Elda Zucconi. “Le vergini delle rocce”, il primo e unico libro della Trilogia (mai conclusa) del Giglio. “Il Notturno” e “La figlia di Iorio”, il primo narra le memorie della prima guerra mondiale, la seconda, è l’opera di drammaturgia teatrale che riscosse immediatamente successo.

Vi starete chiedendo come tutto questo possa ricollegarsi alla festività di oggi, è semplice! Credo che la bellezza di un autore del suo calibro è insita soprattutto nella sua capacità di essere estremamente versatile, romantico e concreto, razionale e sognatore.

Il suo stile ammalia e incita alla riflessione, alla voglia di emergere lasciando che la propria voce si possa innalzare sempre fuori dal coro, lacera le aspettative qualunquiste e rende il “bello” accessibile oltre la sua mera e passiva contemplazione.

Tutte qualità che traboccano in un breve e profondo racconto che, in onore di questo giorno speciale, vi dedico:

I Re Magi” (di Gabriele D’annunzio)

La notte era senza luna; ma tutta la campagna risplendeva di una luce bianca e uguale come il plenilunio, poiché il Divino era nato; dalla campagna lontana i raggi si diffondevano….
Il Bambino Gesù rideva teneramente, tenendo le braccia aperte verso l’alto, come in atto di adorazione; e l’asino e il bue lo riscaldavano col loro fiato, che fumava nell’aria gelida.
La Madonna e San Giuseppe di tratto in tratto si scuotevano dalla contemplazione, e si chinavano per baciare il figliolo.
Vennero i pastori, dal piano e dal monte, portando i doni e vennero anche i Re Magi.

Erano tre: il Re Vecchio, il Re Giovane e il Re Moro.
Come giunse la lieta novella della natività di Gesù si adunarono.
E uno disse:
– È nato un altro Re. Vogliamo andare a visitarlo ?
– Andiamo – risposero gli altri due.
– Ma con quali doni?
– Con oro, incenso e mirra.
Nel viaggio i Re Magi discutevano animatamente, perché non potevano ancora stabilire chi, per primo, dovesse offrire il dono.
Primo voleva essere chi portava l’oro. E diceva:

-L’oro è più prezioso dell’incenso e della mirra; dunque io debbo essere il primo donatore.
Gli altri due alla fine cedettero.

Quando entrarono nella capanna, il primo a farsi innanzi fu dunque il Re con l’oro.
Si inginocchiò ai piedi del Bambino; e accanto a lui si inginocchiarono i due con l’incensi e la mirra.
Gesù mise la sua piccoletta mano sul capo del Re che gli offerse l’oro, quasi volesse abbassarne la superbia.

Rifiutò l’oro; soltanto prese l’incenso e la mirra, dicendo: – L’oro non è per me!

Cari lettori, prima che io possa suscitare la contrarietà di intellettuali e teologi, l’oro è il dono che veniva riservato ai sovrani, un simbolo che sottolinea il riconoscere il Messia come tale, ma limitato è il pensiero umano e, ancora una volta D’Annunzio si spinge oltre quel pensiero.

Non è l’oro, né altri tipi di ricchezza materiale a definire l’importanza del Messia, così l’autore immagina che il Bambin Gesù lo abbia apertamente rifiutato. Negli altri doni è impressa la sorte del nascituro, l’incenso, in onore delle divinità, la mirra che, nell’antichità, veniva utilizzata per i riti funebri.

Personalmente ritrovo in questo piccolo brano l’essenza dell’ideale di superuomo professato dall’autore, emergono valori che prescindono dalla morale comune, valori nuovi che si stagliano oltre le convenzioni, i pregiudizi, le credenze e sciolgono l’uomo dalle sue catene.

D’Annunzio ci regala la possibilità di riflettere su ciò che davvero è importante, su ciò che ci definisce come persone, quali sono le nostre priorità? Siamo pronti a rifiutare le ricchezze materiali per riscoprire l’essenza e la bellezza della vita?

“La nostra vita è un’opera magica, che sfugge al riflesso della ragione e tanto più è ricca quanto più se ne allontana, attuata per occulto e spesso contro l’ordine delle leggi apparenti.” (G. D’Annunzio)

Buona Epifania!