La pediatria del GOM di Reggio Calabria: l'eccellenza a portata di mano

Un'esperienza a lieto fine vissuta all'interno del reparto di pediatria del Grande Ospedale Metropolitano

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di F.G. protagonista di un'esperienza a lieto fine vissuta all'interno del Grande Ospedale Metropolitano.

La disavventura

Chi scrive è il padre di un bambino di poco più di 6 anni (G.G.)  che ha dovuto essere ricoverato per ben 12 giorni presso il reparto di pediatria dei nostri “Ospedali Riuniti” per un importante attacco di appendicite. Chi legge, invece, soprattutto se ha la fortuna di essere genitore, immaginerà cos’abbia potuto significare vivere una simile esperienza. L’inadeguatezza al presentarsi dei primi sintomi (mah, sarà uno dei soliti virus intestinali che a scuola girano; vabbè, che vuoi che sia un po’ di febbre), lo smarrimento nell’accogliere l’accorato consiglio del pediatra (“andate subito in ospedale e fate l’emocromo”), l’ansia nell’attendere i primi risultati (fra gli altri, i globuli bianchi ben oltre i 26.000, la PCR a 65), lo smarrimento nell’assistere il proprio figlio mentre si contorce sul lettino d’ospedale, in piena notte gridando: “perché, papà, perché mi fa così male la pancia? falla smettere”), il coraggio da ostentargli quando vorresti solo piangere e riavvolgere il nastro a sole 48 ore prime, quando tutto filava liscio, l’affidamento al buon Dio nel vederlo addormentarsi, con la mascherina azzurra dai disegnini estivi, sul lettino operatorio e attendere con calma olimpionica che qualcuno esca a dirti che “ok, abbiamo finito, è tutto a posto”, lo sconforto nell’apprendere dal chirurgo che invece, si trattava di peritonite e non di semplice appendicite, la pazienza di assorbire la degenza post operatoria, farcita da antibiotici, esami del sangue e dolori vari.

Il provvidenziale incontro

Ma siccome il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, durante questa disavventura, io e mio figlio abbiamo avuto la fortuna di incontrare un personale sanitario d’eccellenza senza il quale non oso immaginare cosa sarebbe potuto accadere. Nei tratti di ognuno, infatti, ho potuto scorgere, oltre alla indubbia professionalità, la vicinanza, il supporto morale, la cortesia, gli sguardi partecipi dietro le ingombranti mascherine.

I ringraziamenti

Per questo e per molto altro, è giusto, anzi doveroso, ringraziare pubblicamente il dirigente medico (in sostanza, quel che una volta, quando le parole avevano un “gusto” più piacevole, era il primario) dott. Domenico Minasi, a cui devo lo scrupolo massimo che un genitore può attendersi, il chirurgo dott. Vincenzo Cedro, tutti i medici che hanno avuto in cura mio figlio, unitamente al personale infermieristico ed agli operatori socio sanitari, con cui ho condiviso 12 intensi giorni di ricovero, fino alla gioia di salutarci “con la speranza di rivederci sì, ma fuori…”. Da ultimo, ma tutt’altro che per ultimo, un ringraziamento particolare va al dott. Paolo Amodeo, pediatra ospedaliero d’eccezione, uomo dalle qualità professionali ed umane rarissime, medico paterno ed amorevole. Che il buon Dio lo ripaghi col centuplo per il bene che regala quotidianamente ai suoi piccoli pazienti.