Operazione Helianthus: l’immutata passione per cavalli, corse e scommesse clandestine dei “Ti mangiu”

Il sodalizio criminale allevava equini di razza, sinonimo di prestigio criminale

L’interesse dei “Ti mangiu” relativamente alle corse clandestine dei cavalli era già emerso nel procedimento “Gebbione”. La Corte d’Appello di Reggio Calabria nella sentenza del dicembre del 2010 evidenziò come in questo specifico settore venissero investite energie e capitali in vista del conseguimento di un significativo ritorno sul piano economico (dalle conversazioni intercettate emerse che l’importo delle commesse clandestine ammontava anche a duecentomila euro). Le competizioni clandestine a cui la cosca era interessata si tenevano tanto nel territorio reggino quanto a Messina, dove gli affiliati della cosca approdavano per assistervi, venendo visti con molta preoccupazione (“appena ci vedevano a noi a Messina, scappavano, che andavano dicendo le persone o vinciamo in una maniera o vinciamo in un’altra…”).

L’operazione “Helianthus” rivela insomma la vitalità della ‘ndrina in questo settore, per nulla disincentivata dalle condanne comminate nel procedimento “Gebbione”. I Labate e i loro soldali, infatti, hanno continuato ad allevare cavalli di razza e ad organizzare corse clandestine. Coltivare questa passione consentiva ai “Ti mangiu” di condividere un interesse comune ad altre ‘ndrine del mandamento di Reggio Calabria (da ricordare al proposito la gestione delle corse dei cavalli nel quartiere di Archi da parte della cosca Condello, evidenziata nel procedimento “Eracle”), dialogando a tal fine con i colonnelli delle cosche limitrofe e intessendo relazione anche con le associazioni mafiose siciliane. Cosa che ne accresceva il prestigio criminale, che passava anche attraverso l’ostentazione della disponibilità di purosangue.

Le conversazione captate dagli inquirenti nell’abitazione di Antonino Labate forniscono quindi precisi riferimenti in ordine al costante interesse mostrato dal sodalizio criminale dei Labate per i cavalli, sia in relazione allo sfruttamento economico derivante dall’organizzazione delle corse clandestine e del relativo business delle scommesse illegali, sia in relazione al prestigio derivante dal possesso di purosangue di razza, utilizzati anche come simbolo di riconoscenza nei rapporti tra esponenti di diverse consorterie mafiose. Come nel caso del cavallo di razza araba che Maurizio Cortese, esponente della cosca Serraino, aveva regalato a Nino Labate che, mostrando riconoscimento per il prestigioso dono ricevuto, aveva scritto una lettera allo stesso Cortese, allora detenuto, riferendogli che avrebbe tenuto il cavallo fino al giorno della sua scarcerazione. Intercettato mentre parla con il nipote Paolo, Nino Labate affermava: “Ho un arabo numero uno… non esiste uno uguale. Le sette bellezze Paolo, le sette bellezze…” Il dono, in realtà – come sottolineano gli inquirenti – era una sorta di pegno dell’alleanza tra i Labate e i serraino, che avrebbe dovuto perpetuarsi durante la carcerazione di Cortese.

Sono quindi emersi, nelle intercettazioni, plurimi riferimenti da parte di Nino Labate per l’acquisto di cavalli di razza e da parte di Paolo Labate (cl. 1984, figlio di Antonino) per l’avvio delle scommesse clandestine.

Gli inquirenti annotano una conversazione dell’agosto del 2013 tra Paolo Labate e Antonio Galante:

Labate P.:… da questa settimana in poi ci organizziamo, e se dobbiamo uscire con i cavalli vediamo di cominciare a guadagnare qualche lira, almeno ci rimediamo qualche corsa… qualche cosa… rimediamo qualche duemila euro… […] Galante A.: e dove la devi fare?... Labate P.: da tutte le parti… abbiamo fenomeni… abbiamo cavalli fenomeni… abbiamo…abbiamo i cavalli più forti… (..) più forti… e siamo come gli storti… i cavalli… le persone corrono con i brocchi, gli asini… in pista stesso ce li giochiamo… inc… andiamo e ce li giochiamo… può fare pure …inc… ci vediamo… la mattina alle otto alla pista di Bagnara… ci affittiamo la pista e corriamo là…