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It’s time to pray for the world

A man plays piano near the cordened off area around the Bataclan theatre in the 11th district of Paris on November 14, 2015, after a series of attacks on the city resulting in the deaths of at least 120 individuals. More than a hundred people were gunned down at the Bataclan theatre in Paris late Friday during a concert by the US band Eagles of Death Metal. AFP PHOTO / KENZO TRIBOUILLARD


«Imagine there’s no countries it isn’t hard to do, nothing to kill or die for… and no religion too; Imagine all the people living life in peace.»

Era il 1971 e John Lennon scriveva queste parole. Il mondo aveva appena finito di lottare per la libertà, l’uguaglianza e l’anticorruzione politica; le donne svizzere acquisivano il diritto di voto; Bangladesh, Pakistan e Qatar ottenevano l’indipendenza; al Madison Square Garden di New York si teneva il Concert for Bangladesh (un concerto rock a favore della popolazione del Bangladesh colpita da un’eccezionale siccità); al largo di Brindisi la nave greca Heleanna, che trasportava profughi albanesi, naufragava a causa di un incendio a bordo; Pietro Scaglione e il suo autista, Antonio Lo Russo, venivano uccisi per ordine dei corleonesi di Totò Riina; veniva fondata l’organizzazione umanitaria ‘Medici Senza Frontiere’.

Da quell’anno molte cose sono cambiate, ma quelle parole, quella musica, quella speranza che da esse derivava restano ancora un fortissimo inno alla pace e proiettano una visione del mondo libero da qualsiasi tipo di discriminazione e malvagità. Sono state cantate da artisti del calibro dei Queen, dei Guns ‘N Roses, di Madonna, di Steve Wonder, e adesso da un artista di strada anonimo, che con il suo pianoforte ha reso meno buia e fredda una “a-normale” mattina di Novembre in Rue Richard Lenoir, a pochi passi dal Bataclan di Parigi. Una mattina diversa non solo per i parigini, ma per il mondo intero; un risveglio diverso dal solito, in cui si è diventati ancora una volta un po’ più consapevoli della precarietà dell’essere “umani”, in cui, ancora una volta, ci si è stupiti al pensiero che l’uomo possa essere in grado di provocare tanta distruzione e tanto terrore.

Era una notte normale quella del 13 novembre, un tipico venerdì sera in cui amici e famiglie si erano riuniti per staccare la spina dalla frenetica vita di città, per cercare un po’ di svago e spensieratezza negli angoli più artistici e caratteristici della capitale francese. Era una notte tranquilla e libera fino al primo sparo. Da quel momento tutto è inevitabilmente cambiato: i sentimenti più puri, innocenti e spontanei della gente sono stati spazzati via e sono stati rimpiazzati da odio, rancore e pregiudizio, dall’esigenza di prevalere, affermarsi, annientare il diverso a qualunque costo. Una notte che ha cambiato tutto, compreso il modo di vedere il mondo e le persone che lo popolano.

Quali sono state le conseguenze di questi attacchi?

Innanzitutto una mobilitazione internazionale, manifestatasi soprattutto attraverso i social network, che ha visto migliaia di persone, giovani e adulti, impegnarsi per esprimere solidarietà per Parigi e i suoi abitanti; chi attraverso la pubblicazione di articoli e pensieri, chi semplicemente attraverso l’hashtag #prayforparis, che si è presto trasformato in un più generico #prayfortheworld (#preghiamoperilmondo) in seguito a ciò che è successo immediatamente dopo la strage in Francia: un attacco aereo a Al-Raqqa, capitale dello stato islamico. Le posizioni a riguardo sono state diverse, dall’indignazione per l’uso di altra violenza in risposta alla violenza, al sostegno di questa guerra destinata a non avere né vincitori né vinti.

Forse non esiste un modo efficace per porre fine a tutto questo, non basta la diplomazia, non bastano gli accordi. Forse la risposta si trova in qualcosa di più potente e più grande di noi, difficile da identificare e soprattutto da mettere in pratica, qualcosa che è stato dimenticato molto tempo fa e lasciato nell’oblìo: la capacità di conoscere e accettare l’altro.

Facciamoci emozionare ancora dalle parole di John Lennon, facciamole entrare nel cuore e custodiamole come la cosa più bella che un uomo possa dire a un altro uomo.

«Imagine no possessions, I wonder if you can…No need for greed or hunger, a brotherhood of man. Imagine all the people sharing all the world…»

 – Ludovica Monteleone, studentessa della facoltà di Interpretariato e Comunicazione dell’Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano, originaria di Reggio Calabria.