Comune di Melicuccà, intestata la "Piazza Giuseppe Lupini - Sindaco"

"Era mio nonno", la lettera firmata inviata a CityNow, dal nipote dell'illustre cittadino del comune posto in una valle formata dalle pendici settentrionali dell'Aspromonte

Riceviamo e pubblichiamo da Giuseppe Lupini. Recentemente, l’Amministrazione Comunale di Melicuccà ha ritenuto doveroso concedere un importante e meritato riconoscimento ad uno dei suoi abitanti che, con le sue azioni, l’impegno profuso e le sue indiscusse qualità umane ed intellettuali, ha arrecato lustro e prestigio al paese natio.  Questo personaggio di altri tempi, che ha lasciato un’impronta indelebile nel paese di Melicuccà, era mio nonno paterno, Giuseppe Lupini, a cui è stata intestata una piazza del paese che da oggi sarà denominata “Piazza Giuseppe Lupini - Sindaco”.

Credo sia doveroso tentare di descrivere la figura umana, culturale  e politica di mio nonno, ben sapendo che non riuscirò mai ad essere esaustivo e soprattutto imparziale. Fin da ragazzo ho sempre nutrito una fervida e costante ammirazione nei confronti di quest’uomo che con straordinaria ironia, lucido sarcasmo e raffinata intelligenza ha attraversato da protagonista il Novecento, il cosiddetto “secolo breve”, anche se ricco di avvenimenti drammatici che hanno contribuito a plasmare e delineare la sua poliedrica e complessa personalità.

Era un affascinante interlocutore in possesso di una brillante eloquenza che gli consentiva di poter dialogare con chiunque, dalla persona umile fino a quella altolocata, senza provare alcun disagio.  Abilissimo conoscitore dell’animo umano nelle sue varie sfaccettature, dote acquisita, a suo dire, oltre che dalle ricche esperienze di vita vissuta, dall’aver anche letto e riletto, nel corso degli anni, gli scrittori russi, Tolstoj e Dostoevskij,  che nei loro romanzi erano riusciti ad analizzare con spietata e scientifica capacità la psiche umana dei loro personaggi.

Riusciva con estrema facilità ed intelligenza ad inventare nomignoli e soprannomi che evidenziavano con arguzia e precisione le peculiari caratteristiche dei suoi numerosi interlocutori con cui amava intrattenersi, ma senza alcuna forma di snobismo intellettuale e senza alcuna cattiveria.  Lettore integrale ed onnivoro di quotidiani, riviste e romanzi, ma, soprattutto, appassionato di studi storici e letterari. Erano famose le sue citazioni, i suoi aforismi ed i suoi aneddoti formulati e partoriti con disinvoltura ed arguzia in ogni occasione che si presentasse.

Aveva la straordinaria capacità di commuoversi di fronte alle persone che avevano bisogno di qualcosa e per tale umana virtù decise di dedicarsi con impegno e talento al mestiere di sindacalista,  favorito, in primis, da una certa dose di sano pragmatismo che gli consentiva di districarsi abilmente nei rapporti con la pubblica amministrazione. Ripeteva spesso che il sindacalista era un “prete laico” con una missione ben precisa da compiere in maniera disinteressata. Amava il suo paese ed i suoi compaesani in maniera viscerale, un affetto sincero che si concretizzò nella scelta di svolgere un’intensa attività politica e sindacale al servizio esclusivo della comunità melicucchese. La sua modesta abitazione, adiacente alla piazza che gli è stata dedicata, era frequentata da tutti quei compaesani che chiedevano qualcosa per poter vivere in maniera dignitosa come la compilazione di una domanda per un posto di lavoro, la richiesta  di una di una meritata pensione, l’ottenimento di un beneficio dovuto ecc.… Nella mia mente rimarrà sempre viva e cristallizzata la straordinaria immagine di mio nonno che, seduto in un’antica scrivania, munita di un piccolo lume, scriveva con attenzione ed orgoglio a favore dei suoi compaesani fino a notte inoltrata.

Era un conservatore illuminato nel senso che non disdegnava l’idea di progresso e di modernità in generale e pensava che l’uomo saggio dovesse tentare di giungere ad un ragionevole compromesso tra tradizione e modernità al fine di sintetizzare gli aspetti positivi di entrambi; sapeva che il buon vivere implicava la ricerca continua di compromessi ed equilibri precari. Auspicava un progresso “graduale e solidale” che fosse rispettoso della dignità umana, riscontrando, purtroppo, che nel mondo occidentale, si era realizzato un rapido e diseguale progresso economico non seguito da un correlato progresso morale.

Era un fascista “convinto” anche se molto critico nei confronti degli “errori” commessi dal fascismo. Non condivise mai le leggi razziali del 1938 e la successiva alleanza con il nazismo tedesco (patto d’acciaio) del 1939 poiché riteneva che, in origine, il fascismo italiano non avesse avuto alcuna matrice antisemita e soltanto l’avvicinamento politico-militare alla Germania nazista poteva giustificare l’adozione di una politica razziale fascista nei confronti del mondo ebraico. Non potrò mai dimenticare le infinite ed appassionate discussioni che vertevano su argomenti culturali e politici, sulla conflittualità permanente tra fascismo ed antifascismo e sulla loro mancata pacificazione nazionale con il  riconoscimento reciproco di colpe e responsabilità. Egli sosteneva che, in Italia, lo Stato sociale fosse nato durante il fascismo anche se in un’ottica autoritaria e di regime.

Il fascismo, affermava spesso, era riuscito a creare una democrazia “sociale”, realizzando la cosiddetta “uguaglianza materiale” di matrice cattolico-marxista,  presupposto indispensabile per il superamento del vecchio e decadente Stato liberale che aveva concepito e realizzato soltanto un’ astratta ed insufficiente uguaglianza formale.  Asseriva spesso che questa vocazione sociale del fascismo fosse riconducibile al passato socialista di Mussolini, mai ripudiato da quest’ultimo, e che rappresentava una delle componenti essenziali della sua formazione politica e culturale.  Considerava il fascismo mussoliniano come una reazione contro la trionfante modernità borghese, un tentativo riuscito ed apprezzabile di costruire un capitalismo a misura d’uomo o meglio un ritorno consapevole e nostalgico ai valori antichi, autentici e premoderni al fine di poter frenare e dominare una “selvaggia” ed “oscura” modernità che avrebbe inevitabilmente distrutto la civiltà contadina. Ripeteva spesso (anche in alcuni suoi scritti) che durante il regime mussoliniano tutti gli italiani fossero stati fascisti, senza però comprendere che tanti di loro erano stati tali per mero opportunismo, per semplice e giustificato timore o per il quieto vivere all’italiana.

E’ ovvio che  qualsiasi sistema politico non può sopravvivere senza avere un minimo di consenso ed è irrealistico e fantasioso pensare di poter governare una comunità facendo esclusivo ricorso alla coercizione fisica. Il fascismo era riuscito ad organizzare il consenso grazie ad una diffusa e capillare propaganda politico-ideologica promossa da numerosi intellettuali che simpatizzarono con il regime. Certamente, il consenso di massa ottenuto dal fascismo non può essere definito spontaneo e libero.

Discussioni, quindi, autentiche ed appassionate, caratterizzate sempre da un rispetto reciproco, che hanno contraddistinto il nostro sodalizio per diversi anni. Concludo questa biografia umana e culturale su mio nonno, precisando che egli rappresenta una “pezzo” importante della storia culturale e politica del paese di Melicuccà ed è giusto dare un meritato riconoscimento non soltanto a lui, ma a tutti coloro che hanno dato lustro e prestigio al loro paese natio.