Reggio Elettronica: utopia?


di Enzo Bollani – A quasi un anno di distanza da Bob Sinclar a Reggio Calabria, e a pochi giorni dalla presenza di Davide Morales, nei nostri lidi, Tomorrowland sbarca in Italia.
Ha scelto Monza e il suo parco, immenso, noto per la Villa Reale e soprattutto per l’Autodromo, tempio della Velocità e della Storia dell’Automobilismo mondiale. In una fase come questa, in cui l’Arena dello Stretto viene scambiata per un anfiteatro, non importa tanto il fatto che venga confusa con un’altra cosa, quanto l’urgenza, per una città come Reggio, di riscatto.
Non è possibile che, al Nord, dire Aspromonte faccia pensare subito alle cose peggiori, o a Cesare Casella (per i più grandicelli). I tempi sono cambiati, e sono lontani anche i tempi di Scopelliti. In queste righe non c’è polemica, ma la chiara sottolineatura della realtà: le migliori iniziative, ad oggi, arrivano dai privati.
Poi, per carità: il Comune è gestito da persone sicuramente capaci, anche di migliorare, e venendo da fuori posso solo notare, dal mio punto di vista ormai non così dissimile da quello di chi se ne è dovuto andare altrove, ma sicuramente meno coinvolto sul piano emozionale, che le volontà ci siano tutte.
Ma, se non fosse per Catona, che peraltro ha altri target, o per iniziative come Scilla Jazz Festival, che comunque è fuori Reggio, cosa resterebbe?
Una città come Reggio, con il Chilometro più bello d’Italia, con il Castello Aragonese e capolavori architettonici del Novecento, come la resuscitata Torre Nervi, meriterebbe un festival capace di attirare l’attenzione, turisti e investitori.
Sarebbe una macchina da soldi notevole, ma soprattutto una splendida chance di rilancio per una città che ha pagato troppo, negli ultimi anni. E che tutto deve ai propri imprenditori, e alla volontà e capacità dei lidi, degna di encomio, di organizzare eventi di livello.
Vorrei fare presente che Tomorrowland, se è arrivato in Italia, non sia giunto a caso.
In larga parte, il merito di un evento come questo è, di riflesso, di un lecchese: Alberto Fumagalli, fondatore di Nameless.
Nameless è un eccellente festival di musica elettronica, che ha saputo ridare slancio a una località clinicamente morta, come Barzio. A Barzio si scia, è vero. Ma non ci andava più nessuno. Un po’ come Gambarie, oggi. E a Barzio, quando si scia, non si vede nemmeno il lago, mentre mi risulterebbe che, se non sono allucinazioni, a Gambarie si veda il mare, la Sicilia, l’Etna, le Eolie… Vittima di troppa bellezza?
Dopo un evento simile, capace di attirare artisti come Steve Aoki, l’area lecchese ha tratto un giovamento indubbio, e Barzio ha trovato un nuovo appeal, che non fosse solo quello di essere a 45 minuti di orologio da Milano (dettaglio importante, per i milanesi). Con le potenzialità dell’area reggina, perché non si è ancora pensato a qualcosa di simile?
Certo, con la qualità dei vari gruppi di organizzazione eventi, è auspicabile e persino facile pensare che, prima o poi, succederà.
Ma è meglio prima, che poi.

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