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REMS, la denuncia di Foti: ‘Quando la comunità psichiatrica diventa quello che non dovrebbe essere’

"I dati ministeriali non lasciano spazio a interpretazioni. Nel 2025 si sono registrate quasi 18mila aggressioni a operatori sanitari e sociosanitari" la nota dell'educatore psichiatrico Giuseppe Foti

psichiatria

La legge 81 del 2014 ha chiuso gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. È stata una riforma giusta, parte dello stesso percorso che con Basaglia aveva già restituito dignità alla psichiatria italiana. Niente più manicomi criminali, dove la custodia si confondeva con la cura senza che nessuno distinguesse più i due piani. Al loro posto, le REMS: residenze piccole, territoriali, pensate per accompagnare verso la riabilitazione, non per punire.

Dodici anni dopo, quella riforma rischia di restare a metà strada. E il prezzo di questa incompiutezza lo pagano, ogni giorno, le comunità psichiatriche ordinarie e chi vi lavora.

Un imbuto che si forma a monte

In Italia ci sono circa 632 persone nelle REMS, mentre altre 750 sono in lista d’attesa. In alcune regioni i tempi di attesa superano i 12 mesi. Secondo psichiatri forensi, fino al 50% degli ospiti attualmente in REMS non avrebbe reali necessità di alta sicurezza, ma resta lì per assenza di percorsi alternativi adeguati sul territorio: una situazione che blocca, di fatto, fino a 400 posti che potrebbero liberarsi per chi ha davvero bisogno di quel livello di sicurezza.

Quando il sistema si inceppa a monte, la pressione scende inevitabilmente a valle. I Dipartimenti di Salute Mentale italiani hanno in cura circa 7.000 persone con misure giudiziarie, e circa il 70% di queste si trova in strutture residenziali. Non parliamo di un’eccezione rara. Parliamo di un fenomeno già diventato strutturale, ma mai riconosciuto, mai finanziato, mai formato come tale.

Comunità terapeutiche, non strutture di sicurezza

Le comunità psichiatriche residenziali ordinarie nascono con un mandato preciso: cura, riabilitazione, reinserimento sociale. Non sono autorizzate, né organizzativamente né giuridicamente, a gestire misure di sicurezza. Il personale non riceve formazione specifica in psichiatria forense. Non esistono protocolli dedicati alla gestione del rischio in contesti con utenza giudiziaria. Eppure, quando il sistema REMS non assorbe la domanda, è spesso a queste strutture che viene chiesto di farsene carico comunque, magari attraverso provvedimenti del Tribunale che individuano misure alternative.

Anche dove il problema è riconosciuto, la soluzione resta ambigua. La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 22 del 2022, ha già segnalato la sottovalutazione delle problematiche di sicurezza interna ed esterna alle REMS, dove gli operatori incontrano difficoltà estreme nella gestione di pazienti con personalità particolarmente violente o aggressive. Un dato che riguarda una popolazione specifica e minoritaria, quella con misure giudiziarie attive, e non va confuso con la stragrande maggioranza delle persone con disagio psichico, che restano più spesso vittime di violenza che autrici. Se questo accade già nelle REMS, pensate per quella complessità, cosa accade in una comunità che non ha nessuno degli strumenti pensati per quel livello di rischio?

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C’è un effetto che va oltre la sicurezza materiale. Quando una comunità deve introdurre guardie giurate, metal detector, sistemi di videosorveglianza, protocolli di contenimento, non sta solo aggiungendo dispositivi di controllo. Sta cambiando la natura stessa del luogo. L’ambiente terapeutico, che dovrebbe essere uno spazio di fiducia, di relazione, di restituzione della soggettività, si trasforma in un dispositivo di controllo. E questo non riguarda solo chi ha la misura giudiziaria: riguarda tutti gli ospiti della struttura, che si trovano a vivere in un ambiente diventato improvvisamente securitario. Una comunità che introduce sorveglianza pensata per il rischio smette pian piano di essere percepita, e di percepirsi, come luogo di cura. Diventa, nei fatti, una mini struttura di sicurezza senza esserlo sul piano giuridico, organizzativo, formativo. Il personale, costretto a gestire questa doppia funzione senza essere preparato né per l’una né per l’altra, finisce per applicare logiche di controllo anche dove non servirebbero, semplicemente per sicurezza propria. La relazione terapeutica si irrigidisce per tutti, non solo per chi ha la misura giudiziaria. Il danno si distribuisce sull’intera comunità.

C’è un effetto ulteriore, meno visibile ma altrettanto significativo: quando le Regioni, di fronte a questa utenza complessa, richiedono potenziamenti di organico orientati soprattutto verso figure sanitarie, infermieristiche, di vigilanza, e sempre meno verso figure educative, il segnale che ne deriva è preciso. Il problema prioritario diventa contenere, non accompagnare. La comunità, pensata come micro società educativa dove costruire relazione, autonomia, progetto di vita, si trasforma progressivamente in un piccolo reparto sanitario con funzioni di controllo. L’educatore, in questo scenario, perde gradualmente il proprio ruolo specifico. Non è più la figura che costruisce il percorso di reinserimento, ma una presenza accessoria rispetto a un impianto sempre più orientato alla gestione clinica e securitaria del rischio. È un rovesciamento silenzioso di tutto ciò che la riforma psichiatrica italiana ha cercato di costruire in decenni: dalla cura della persona nella sua interezza, alla gestione del corpo da contenere.

Il prezzo che pagano gli operatori

I dati ministeriali non lasciano spazio a interpretazioni. Nel 2025 si sono registrate quasi 18mila aggressioni a operatori sanitari e sociosanitari, con oltre 23mila persone coinvolte. L’area psichiatrica e delle dipendenze è il settore con la maggiore esposizione al fenomeno, davanti persino ai Pronto Soccorso. Gli infermieri restano la categoria più colpita, seguiti da medici e operatori socio-sanitari, con le donne sovra-rappresentate tra le vittime in quasi tutte le regioni.

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Questi numeri fotografano l’intero sistema sanitario, non solo le comunità psichiatriche. Ma raccontano una tendenza che chi lavora sul campo riconosce bene: l’esposizione al rischio cresce ovunque manchino formazione specifica, protocolli adeguati, organici sufficienti. Tre condizioni che, nelle comunità chiamate a gestire situazioni improprie, sono quasi sempre assenti.

Giuseppe Foti
Educatore psichiatrico

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