Salute mentale e disabilità, la lettera di un operatore: 'Più partecipazione politica e istituzionale'

"Non possiamo permetterci di consegnare il futuro di tanti disabili, il nostro e quello di tanti servizi, nelle mani dei tanti luminari della propaganda organizzata". L'appello di un operatore reggino

“La salute mentale e tutte le disabilità devono diventare il nuovo banco di prova della politica (e di tutti noi)”.

La rivista Rolling Stone è uscita molti giorni addietro con questo emblematico titolo a cui, mi perdoneranno, ho aggiunto ‘tutte le disabilità’ alla salute mentale.

Nella nostra amata città di Reggio e, in tutta la Calabria, i diritti per le fasce sociali cosiddette fragili e svantaggiate sono costantemente e puntualmente violate da un atteggiamento politico (e non solo) propagandistico, del tutto ingiustificabile, irresponsabile e insignificante per i temi trattati.

La disabilità è una condizione umana da affrontare seriamente!

La rivista, sopra citata, sprona i lettori a far diventare la salute mentale, ed aggiungo io, tutta la disabilità, un nuovo mantra popolare. Incita, in sintesi, tutta la società civile a cominciare a combattere per i diritti delle persone con disabilità, parlandone nelle piazze, nelle scuole e durante i comizi. La forza di rottura e la presa di coscienza collettiva, cosi continua, fornirebbe una risposta al grido di disperazione di tante persone che hanno bisogno di cure adeguate e non solo farmacologiche.

Direi che, fare quanto scritto, sarebbe l’ideale e che come operatore sociale, lo sto chiedendo da tempo. Ho incoraggiato più volte nei tanti articoli o nelle manifestazioni, maggiore partecipazione politica e istituzionale. La risposta è stata sempre l’indifferenza, che con la violenza di un pugno, fa male e mi rende a dir poco sgomento (non siamo una squadra di calcio che porta consensi e voti).

Il semplice sostenere i lavoratori sociali, quelli seriamente impegnati, con concretezza e non parole, sarebbe stato, e potrebbe essere, da parte di tutti una reale presa di coscienza e un gesto di condivisione che avrebbe dato, e darebbe, vigore a tutto il mondo della disabilità e del sociale.

La situazione dei servizi psichiatrici, come tutti i servizi alla disabilità, sono da sempre schiavi e messi sotto scacco da una burocrazia che non guarda il reale bisogno dei soggetti fragili e del territorio (di chi saranno le colpe?), ma si concentra su parametri di riferimento più consoni a delle strutture ospedaliere che a delle comunità o a dei centri socio educativi. Il concetto di cooperazione sociale ha radici molto più profonde e umane, che solo chi li conosce potrebbe riportarle nelle sedi opportune, per rendere la banale burocrazia più centrata sui bisogni reali dei disabili.

La chiusura dei centri socio educativi e l’incertezza di un futuro dei servizi alla psichiatria sono solo le prime conseguenze di una catastrofe sociale di proporzioni bibliche, che abbandona, come successo recentemente, molte persone, giovani e meno giovani, alle loro personali fragilità e in balia di un dolore devastante e inascoltato.

Parole che fanno fatica a trovare risposte in una società, in una politica e in molte organizzazioni del settore sociale, sempre più dominate da un pensiero di tipo prestazionale, fatto di numeri e non di persone, che li ha resi sordi al grido di sofferenza che si diffonde nella nostra società.

Il sociale, facendo appello all’incertezza del “suo sapere”, deve tornare a costruire percorsi di vita che mettono al centro la complessità umana, fatta di fragilità e non di statistiche.

Il mio abbraccio e la mia totale solidarietà vanno ai ragazzi dei centri socio educativi, senza assistenza e non si sa fin quando, alle encomiabili operatrici e operatori che, con le rispettive famiglie, rischiano il disagio della cassa integrazione e la consapevolezza di un futuro sempre più incerto. Non si può lasciare che un regolamento regionale del 2019, che, per responsabilità di tanti attendisti seriali o per chi si distrae per professione, faccia il suo corso burocratico a discapito dei più fragili e di tanti lavoratori.

Le responsabilità sono di tutti coloro che hanno lasciato, e lasceranno, decidere alla burocrazia il destino di tanti disabili e di tante famiglie, senza contestualizzare le reali necessità senza batter ciglio.

Navigatori a vista, così li descrivo, che in tanti anni e con tanta arroganza hanno lasciato che tutti i problemi atavici del sociale si risolvessero per magia, fino a distruggerlo totalmente.

La rivoluzione comincia nelle piazze, non possiamo permetterci di cedere e di consegnare il futuro di tanti disabili, il nostro e quello di tanti servizi, nelle mani dei tanti “luminari della propaganda organizzata”, che non sono solo nella politica, diventata per loro ormai una scusa di comodo, ma in tutti coloro che ci hanno spinto in questo baratro. Non basta, coprendosi di ridicolo, gridare timidamente alla vergogna o divulgare lo stato d’agitazione, quando ormai il danno è fatto per disinteresse e perché contano solo le tessere… Dal 2019, ad ‘oggi che vi state affaticando per prendervi la scena, come abili teatrali, dove eravate?

Gli operatori meritano rispetto e hanno il diritto di essere ascoltati e sostenuti, non cercati solo nel momento di bisogno. Abbiamo dimostrato, un anno fa circa, con le nostre sole forze, che con la lotta l’impossibile diventa possibile.

Sono stanco di chi ci guarda dall’alto in basso, come se dicessimo eresie, solo per non ammettere i propri fallimenti".

Giuseppe Foti, Operatore Sociale