La salute mentale e i suoi disturbi, il limite come fondamento dell’autorità: una riflessione sul referendum

La “percezione di assenza del limite” quanto può condizionare il magistrato durante la sua attività? 

Prof Rocco Zoccali

L’esigenza di scrivere una breve riflessione sul voto al referendum del 23/24 marzo mi è insorta ascoltando l’intervista che su Radio Roccella il dr. Nino Mallamaci ha fatto al dr. Stefano Musolino, sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria e Segretario Generale di Magistratura Democratica.                

Il dr. Mallamaci si è rivolto al magistrato con le testuali parole “si dice di lei che sia un pubblico ministero dal volto umano”.

Risposta del dr. Stefano Musolino “ Sono contento che ci possa essere questa sensazione. Il nostro lavoro è un lavoro in cui l’esercizio del potere è un potere …… forte …è un potere… è il potere dell’uomo sulla libertà di un altro uomo, è una cosa molto delicata e questo esercizio del potere mi ha sempre preoccupato, mi ha sempre un po’ inquietato e riuscire ad esercitarlo, perché comunque lo dobbiamo esercitare, però percependolo piuttosto come un servizio che come un potere, è una cosa che mi ha aiutato a guardare alle cose che faccio e anche ai rapporti con le persone che indago  rispetto alle quali esercito l’azione penale o anche quella cautelare con una prossimità che probabilmente poi ha dato quella sensazione che lei ha detto”.

Anche se il dibattito attuale sul prossimo referendum sta attirando l’attenzione prevalentemente sulla “separazione delle carriere” e sulle “nuove modalità di selezionare i membri del CSM”,  ulteriore motivo di votare “Sì” al referendum è  l’istituzione della “Corte Disciplinare Autonoma” preso atto delle parole del dr Musolino.

Quanti sono di fatto i magistrati che, indipendentemente dalle conoscenze giuridiche, posseggono le funzioni mentali che hanno sotteso il riferito del dr. Musolino?

Per sviluppare un’ottima capacità di giudizio, non basta conoscere il diritto.                                              

Il giudizio è il risultato di un’orchestra di funzioni cognitive e psicologiche che lavorano in sinergia per valutare i fatti e prendere le relative decisioni. Facciamo riferimento alle funzioni esecutive, al pensiero critico e analitico, all’intelligenza emotiva e sociale e infine alla metacognizione vale a dire alla capacità  di “pensare sul proprio pensiero”, processo mentale che ci fa riflettere su quello che stiamo pensando e sui sentimenti che in quel momento stanno condizionando lo stesso pensiero. Quando queste funzioni lavorano in modo equilibrato, si può parlare di saggezza: una qualità umana complessa e preziosa, ma anche piuttosto rara. Proprio perché è difficile da definire e da misurare, la saggezza non può essere inserita tra i criteri formali con cui si selezionano i magistrati attraverso un concorso pubblico. Il concorso seleziona le conoscenze e tutti sappiamo che tra i laureati in legge come tra tutte le altre professioni il senso morale, l’empatia, il “buon senso” non sempre fanno da padroni. Tutto ciò sta a significare che il potere, di cui parlava il dr. Musolino, se non è accompagnato da una riconosciuta saggezza personale, può diventare oscuro. In assenza di un limite chiaro — cioè di un controllo effettivo che renda le decisioni valutabili e criticabili — il potere rischia di essere un fattore patogenetico che tende a slatentizzare disturbi subclinici legati alla  gestione delle emozioni, alla stessa percezione del Sé e favorire l’insorgenza di tratti narcisistici e megalomanici,  Per questo il limite non è un ostacolo, ma una garanzia: serve a mantenere l’azione del magistrato entro confini che la rendano sempre responsabile e giudicabile, evitando che l’autorità si trasformi in una forma di autoreferenzialità. Il  limite nell’esistenza umana non è solo un confine esterno (biologico, sociale, giuridico), ma una struttura interna dell’uomo, è la sua condizione costitutiva quale essere finito, vulnerabile, esposto all’errore.            

Da qui una domanda decisiva: quanto può la sola forza morale individuale, quando presente, resistere all’effetto patogeno dell’assenza del limite?                                  

Ovviamente non è importante un’assenza di limite reale ma, nel nostro caso è sufficiente quanto percepito dalla mente.                                                                                    

Il problema sta nel fatto che il cittadino “percepisce” l’operato del magistrato senza “limiti”, sottoposto a valutazione dal CSM (Consiglio Superiore della Magistratura) dove una commissione giudica i propri colleghi. Chi giudica l’operato del magistrato può appartenere alla stessa corrente associativa dell’ANM (Associazione Nazionale Magistrati)  dando la “percezione” al cittadino comune che ogni decisione in merito all’operato dello stesso magistrato sottoposto a giudizio, possa essere influenzato da logiche di appartenenza politica o associativa piuttosto che da una valutazione imparziale.

Tale “percezione di assenza del limite” quanto può condizionare anche lo stesso magistrato durante la sua attività?  Il suo ruolo non è mai neutro, esso modella il linguaggio, le posture, le relazioni, ma soprattutto la percezione di sé;  è strutturalmente asimmetrico: egli ascolta, valuta, decide; gli altri si difendono, argomentano, attendono. Se viene meno la  percezione del controllo del proprio potere, il giudizio può non essere  vissuto come  funzione delegata, bensì come espressione di una competenza quasi ontologica.  Il potere senza limiti “percepiti” tende a rafforzare l’immagine di sé, a conferire un’aura di necessità alle proprie decisioni, favorendo il rischio di essere contagiati dalla  hybris (termine greco che fa riferimento ad un comportamento sotteso da  tracotanza, superbia, arroganza e che induce il soggetto a porsi al di sopra dei limiti naturali determinando la punizione da parte degli dei): si attenua l’empatia verso chi è giudicato, aumenta la sicurezza soggettiva, diminuisce la vigilanza su di sé. La psicodinamica descrive bene questa deriva. Ogni individuo vive tra luce e ombra, conflitti interiori, risonanze emotive, ferite narcisistiche o bisogni di conferma e tutto ciò può influenzare il giudizio senza che il soggetto ne sia pienamente consapevole mentre il ridimensionamento dell’empatia trasforma il cittadino da giudicare a pratica da smaltire.                                                                                                       

I diversi gradi di giudizio garantiscono un controllo tecnico delle sentenze, ma non mettono in discussione il senso del limite di chi esercita la funzione decisoria. Il problema del limite è quindi, prima ancora che istituzionale, antropologico: riguarda il modo in cui l’uomo si rapporta al potere che esercita. In tale contesto votare “Sì” all’istituzione di un’Alta Corte Disciplinare, ha lo scopo  di garantire che il “giudice disciplinare”, nell’apparire “terzo”, dia la percezione al cittadino che anche il magistrato ha i limiti dell’umano.