Spazio psicologia 3.0: giovani emozioni

L'adolescenza è un periodo delicato e di transizi

L‘adolescenza è un periodo delicato e di transizione che comporta un cambiamento nelle tre dimensioni principali dell’individuo: la dimensione fisica, quella emotiva e quella cognitiva. In questa fase di vita l’adolescente è chiamato ad affrontare un impegnativo compito di sviluppo: abbandonare il mondo infantile per attrezzarsi a fronteggiare il mondo adulto.  Il contatto con le proprie emozioni diventa più complesso poiché esse, non solo sono vissute in maniera amplificata, ma si presentano spesso anche in continua alternanza ed imprevedibilità. Complessa diventa altresì la gestione delle relazioni: l’adolescente infatti, non più bambino ma non ancora adulto, si muove ed organizza il proprio comportamento cercando un compromesso tra il bisogno di dipendenza, difficilmente riconosciuto ed accettato, ed il desiderio di autonomia. Va considerato, inoltre, che mentre in età infantile la famiglia è il principale agente educativo nonché il più significativo punto di riferimento emotivo ed affettivo, in adolescenza entrano in gioco le dinamiche sociali ed il gruppo dei pari assume e riveste un ruolo centrale nel proprio orizzonte affettivo ed esistenziale. Ciò che caratterizza un gruppo adolescenziale, ad esempio, è il fatto che, all’interno dello stesso, le emozioni ed i pensieri dei singoli membri interagiscono con esiti non sempre funzionali. Ne sono esempio i numerosi casi di cronaca che evidenziano come quando queste condotte si basano sull’aggressività e sulla violenza, le conseguenze sui singoli e sulla società possono essere devastanti. Sentiamo oggi parlare sempre più del fenomeno del bullismo e di numerosi episodi che si accentuano nelle aree metropolitane, legate significativamente al non riconoscimento dello stato emotivo, delle norme di vita comune, delle autorità e che finiscono con l’essere identificate e legittimate, da parte del gruppo stesso, come “normale” aggressività di gruppo.

A darci un importante contributo sull’adolescenza e sulla gestione delle emozioni in questa fase del ciclo di vita è la dottoressa Dott.ssa Maura Placanica, Psicologa, Specialista Mente&Relazioni

Dottoressa, secondo lei, cosa spinge un adolescente ad unirsi ad un gruppo?

Il gruppo, inteso come insieme di individui che entrano in relazione fra di loro e che si influenzano reciprocamente, diventa per l’adolescente un elemento fondamentale della sua fase di crescita e di sviluppo. Le ragioni per le quali un adolescente sceglie di aderire ad uno o più gruppi, possono essere di vario genere e tra le più frequenti si riscontrano: il bisogno di mettersi alla prova, di verificare tutto quel sistema di giudizi e valori che gli sono stati trasmessi dalla famiglia, ma anche il bisogno di accettazione e approvazione, di sicurezza e di protezione.

Quindi è in queste relazioni che l’adolescente trova il suo ruolo?

Si, le relazioni di gruppo con amici e coetanei rappresentano un contesto di socializzazione privilegiato in cui sperimentarsi in nuovi ruoli sociali, apprendere diverse modalità di essere con gli altri ed acquisire competenze sociali che rappresentano prerequisiti fondamentali delle forme di relazioni sociali adulte.

L’aggressività e le condotte violente sembrano aumentare quando si è in gruppo. Quali sono le ragioni di questo fenomeno?

Nel gruppo gli atti vengono legittimati e, anzi, considerati più eccitanti proprio perchè agiti in gruppo o di fronte a compagni spettatori.

Tendenzialmente le dinamiche di gruppo assumono un’accezione negativa. Si sente infatti spesso parlare del cosidetto „branco“. Questa visione esclude, però, le potenzialità che possono emergere da queste dinamiche. Secondo lei quale lavoro si potrebbe fare per far emergere il „lato positivo“ del gruppo?

Sicuramente è opportuno „cambiare“ la natura del gruppo. Se un gruppo è centrato sul leader, ovvero assume una struttura all’interno della quale il leader è il centro di tutte le relazioni e quindi è l’unico a definire i comportamenti ed i pensieri del gruppo, il singolo diventa soggetto passivo e quindi dipendente dalla figura centrale. Viceversa, quando il gruppo è centrato su di sè, la struttura vigente è di tipo democratico e ogni membro sente di essere parte fondamentale per la vita del gruppo stesso. La crescita della comunità diventa la crescita del singolo e viceversa. Si parla così di rapporto di interdipendenza. Diventa chiaro, quindi, che affinchè un gruppo si trasformi da leader-centrico a gruppo-centrico, è necessario che ogni membro diventi parte attiva, i cui comportamenti, pensieri ed emozioni, interagendo con quelli degli altri, siano la base per la natura del gruppo, rigettando qualsiasi forma autoritaria. È indispensabile, inoltre, l’abbandono delle tendenze al giudizio e una buona dose di fiducia reciproca.

Che tipo di prevenzione si può attuare per offrire un modello diverso alla fascia adolescenziale?

Innanzittutto è necessario saper riconoscere i comportamenti prepotenti per poter attuare programmi di intervento immediato. Alcuni obiettivi comuni dovrebbero essere: educare alla non violenza per superare il dualismo violenza/debolezza; promuovere un corretto rapporto di gruppo; stimolare al dialogo, a riflettere su di sè, sulle proprie capacità, qualità e desideri; insegnare ai ragazzi a fronteggiare e gestire le difficoltà della vita favorendo atteggiamenti collaborativi; educare alla legalità, ossia far prendere coscienza delle proprie libertà di scelta ma anche delle conseguenze relative alle scelte sbagliate o non ponderate attentamente; educare al dialogo assertivo ovvero allenare i ragazzi a riconoscere le proprie emozioni e quelle degli altri ed esprimerle nella maniera più funzionale per loro e per gli altri; insegnare come ragionare in maniera funzionale su un comportamento problematico.

In che modo la scuola può offrire strategie per la modulazione delle proprie emozioni ed il riconoscimento di quelle altrui?

La scuola deve essere luogo di ascolto ed accoglienza anche di quelle emozioni esplosive, quali la rabbia ad esempio, affinchè il ragazzo comprenda il valore delle conseguenze ma anche il valore dell‘avere delle presenze solide accanto, degli esempi di relazioni positive. Ai professori viene richiesta una mole di lavoro importante e pertanto dovrebbero investire nella costruzione di una buona relazione per cogliere eventuali segnali di disagio e intervenire tempestivamente.

Secondo lei, quanto il rapporto con i genitori influisce nei comportamenti aggressivi dei figli?

Nelle ricerche sulle caratteristiche familiari di ragazzi con condotte violente si è evidenziata la presenza diffusa di modalità di gestione della disciplina piuttosto rigide o, viceversa, inconsistenti.

I comportamenti degli adulti spesso oscillano fra irrigidimento iniziale rispetto alle richieste dei figli, che si attenua a seguito di comportamenti aggressivi da parte dei ragazzi che, così, imparano ad utilizzare tale modalità relazionale per il raggiungimento dei propri scopi.

Talvolta la situazione familiare può essere complicata dalla presenza di modelli aggressivi da imitare che rappresentano i più significativi esempi che i ragazzi emuleranno e riproporranno in contesti extrafamiliari. Avviene pertanto un ribaltamento della sofferenza passiva in comportamento attivo.

Che suggerimenti potrebbe dare ai genitori per „contenere“ queste condotte?

Insegnare ai ragazzi a gestire le emozioni significa, per prima cosa, porsi come individui capaci di accettare le emozioni che si provano, anche quelle spiacevoli, senza cercare di combatterle.

È importante inoltre saper osservare e decifrare le azioni dei figli perché, molto spesso, le azioni aggressive veicolano un significato differente difficile da esprimere.

Potrebbe essere funzionale che i genitori imparino ad affrontare le reazioni del proprio figlio senza reagire a loro volta; contenere le espressioni aggressive, rimandando ad un momento di calma il dialogo e le spiegazioni.

Potrebbe altresì rivelarsi utile fornire al ragazzo poche regole ma chiare, commisurate alla sua fase evolutiva e alle sue possibilità.

Oggi un fenomeno estreamamente complesso sta prendendo piede: il Cyberbullismo. Queste violenze vengono attuate tramite social media si discostano dalle violenze attuate nella realtà o pensa che vi sia una linea comune?

Il Cyberbullismo è un fenomeno che descrive atti aggressivi ed intenzionali condotti da un individuo o un gruppo usando varie forme di contatto elettronico, ripetuto nel tempo, contro una vittima che non può facilmente difendersi. Se la premessa con il bullismo è la medesima, nel cyberbullismo vi sono alcune caratteristiche che lo rendono più facilmente attuabile e di rapida diffusione.

Quali sono queste caratteristiche?

L’aggressore può agire nell’anonimato e può diffondere le offese attraverso il web raggiungendo un pubblico potenzialmente illimitato. Per le sue caratteristiche consente che le azioni prevaricanti vengano svolte anche da parte di soggetti che nella conflittualità sociale diretta non ricoprirebbero il ruolo di bullo e, inoltre, il senso di responsabilità da parte di chi lo agisce è notevolmente minore. Infine, nel cyberbullismo la mancanza di feedback tangibili sul proprio operato può maggiormente ostacolare la comprensione empatica della sofferenza provata dalla vittima.

Il trattamento di prevenzione è sempre lo stesso?

Si, con alcune indicazioni operative nel caso in cui si entri in contatto con una vittima di cyberbullismo, ad es: cambiare indirizzo di posta elettronica, non frequentare più siti o chat frequentate dal cyberbullo; ignorare le provocazioni, non supplicarlo di smettere, non mostrarsi arrabbiati; segnalare al moderatore della chat o ai proprietari degli eventuali blog o degli altri siti sui quali il bullo lascia i suoi messaggi; bloccare o segnalare il cyberbullo, usando la funzione che oggi ogni piattaforma sociale prevede.

Ringrazio la Dott.ssa Placanica. Si è visto dunque come il gruppo possa diventare uno scudo di protezione per il singolo, un trampolino di lancio per la ricerca di un ruolo attivo nella società ma anche una „scuola di apprendimento“. Sì, perchè è anche attraverso l’interazione con i pari che si imparano le regole sociali e le norme culturali che poi guidano il comportamento. Le emozioni negative di cui abbiamo parlato, l’espressione delle stesse nei comportamenti aggressivi, ma anche la frustrazione, la tristezza, l’angoscia, sono emozioni che, non solo non devono e non possono essere represse, sarebbe necessario  aiutare i giovani  a riconoscerle, a prenderne consapevolezza ed infine a modularle in maniera efficace, affinchè che le stesse non sfocino in atti violenti e lesivi.

A cura della D.ssa Gaia Malara

Psicologa Socia PLP

 

 

 

 

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