Spazio psicologia 3.0: la mafia non esiste

  “La mafia non esiste”, “La mafia

 

“La mafia non esiste”, “La mafia è un invenzione dei mass media”.

Quante volte abbiamo sentito queste frasi? La mafia non solo esiste ma addirittura prolifera all’interno della nostra società a livello culturale, economico, sociale e psicologico.  L’ infiltrazione della mafia nel tessuto sociale e culturale, sebbene di complessa comprensione, è da ricondurre all’epoca risorgimentale, durante la quale, come d’altronde ai giorni nostri, la famiglia rappresentava una sorta di nido in cui trovare protezione e rassicurazione in un momento storico mutevole costellato di pericoli. La mafia ha dunque operato una trasformazione dei modelli culturali familiari, con un passaggio da quello protettivo, riconducibile nel codice socio-culturale al modello materno a quello punitivo, tipicamente rappresentativo di un linguaggio patriarcale. Nella famiglia mafiosa è però interessante notare che protezione e/o punizione siano direttamente proporzionali alla “scelta” da parte dei membri della famiglia di riconoscere, acquisire e sottostare alle regole che ne definiscono l’appartenenza.

A intervenire su questo argomento è la Dott.ssa Martina Vitale, psicologa socia PLP

 Perché la psicologia si può e si deve occupare di mafia?

La psicologia è la scienza che studia il comportamento degli individui ed i loro processi mentali. Si occupa delle dinamiche interne all’individuo e ovviamente dei rapporti che intercorrono tra quest’ultimo e l’ambiente, le relazioni con gli altri individui e i gruppi sociali. Potremmo dire che la mafia è un vero e proprio modo di sentire e significare la realtà.

Cosa intende?

Che è una forma di subcultura che in alcuni casi si trasforma in criminalità organizzata.  In tal senso, la psicologia può e deve occuparsi di mafia laddove con questo termine si indichi non tanto, o meglio, non solo un fenomeno criminale, ma piuttosto una vera e propria cultura.

Quali sono le caratteristiche psicologiche del soggetto mafioso?

Non si può definire un prototipo di soggetto mafioso poiché l’individuo è pur sempre unico e non etichettabile. Tuttavia, se chiedessimo a un esponente mafioso di descriversi, sicuramente si definirebbe come un “uomo d’onore”.

Cosa significa “uomo d’onore”?

Essere un uomo d’onore significa, direbbe un mafioso, essere virtuoso facendosi giustizia con le proprie mani, saper tacere e tenere il segreto, essere leale al sistema familiare. L’onore è fondamentale perché è alla base del potere stesso: tanto più la famiglia mafiosa è considerata d’onore, maggiore sarà il potere e l’influenza sul contesto sociale. Lo stereotipo della vecchia mafia racconta infatti di avi buoni, gentili, espressione della potestà popolare. Questo aspetto è molto importante per capire come agisce la mafia sin dalle origini: dando una immagine di se come uomini buoni e gentili che intervengono a difesa del popolo che si sente abbandonato dallo Stato, gli uomini di mafia hanno garantito all’organizzazione il consenso sociale necessario per mettere su una così grande ed estesa rete. Ovviamente, queste apologetiche sono ben diverse dalla realtà, cioè il modo in cui l’individuo appartenente a un simile sistema si descrive è ben diverso dalla realtà.

Ha nominato spesso la famiglia, che ruolo ha?

Fondamentale direi, soprattutto per quanto riguarda la mafia calabrese, la ‘ndrangheta. Dobbiamo fare una distinzione tra famiglia biologica e famiglia intesa come cosca o ‘ndrina. La famiglia d’appartenenza ha in mano un potere chiave che regge l’intera organizzazione: l’educazione dei figli. È qui che entrano in gioco le donne, non tanto in quanto femmine, ma in qualità di madri. Sta a loro educare i figli maschi ad essere uomini d’onore e crescere le figlie entro codici educativi paternalistici e repressivi che ne garantiscano il mantenimento. Ma appartenere a una famiglia non significa solo nascervi, perché si può anche entrare a far parte di essa attraverso l’affiliazione. Dopo aver dimostrato la sua fedeltà, per l’affiliato sono previsti dei veri e propri riti paragonabili al sacramento del matrimonio. Ecco, un altro mezzo tramite cui allargare ed estendere il potere e il controllo della famiglia è proprio il matrimonio strategico tra esponenti dei vari clan o ‘ndrine.

Queste caratteristiche familiari come incidono sul fenomeno mafia anche dal punto di vista giuridico?

Nel caso della ‘ndrangheta, con un bassissimo numero di pentiti proprio perché molto ruota intorno alla famiglia e la famiglia non si può tradire. Questo è uno degli aspetti caratteristici della mafia calabrese rispetto alle altre.

Perché la mafia ha bisogno di consensi?

La carta vincente della mafia è proprio quella di aver intrecciato rapporti ampi, persino con le istituzioni. La mafia, senza consenso sociale, non esisterebbe. Può esistere e rafforzarsi proprio perché gode di un tacito consenso, perché può fare rete.

La mafia ha una connotazione esclusivamente maschile?

C’è una grande differenza tra ciò che la mafia mostra di sé e ciò che è, anche sotto questo aspetto. La mafia appare come fortemente maschile perché come in ogni famiglia che si rispetti, secondo i valori tradizionali cui la mafia dice di rifarsi, è il pater familias ad avere il potere e il controllo, solo l’uomo può sparare ed uccidere. Tuttavia, a seguito dei numerosi arresti dopo le guerre di mafia degli anni 80-90, le donne si sono trovate a scendere in campo anche se mai apertamente, per sostituire mariti e figli rimasti uccisi o in carcere. Questo non è sicuramente il loro ruolo principale.  Come dicevamo prima, sono le donne ad educare i figli perciò hanno un ruolo fondamentale in questo senso. Un altro aspetto centrale legato alla figura femminile è l‘istigazione alla vendetta: sono proprio le donne le prime a richiedere che si risponda con la legge dell’occhio per occhio. Nei testi storici si parla di “sorelle d’omertà” proprio per attribuire alla donna un altro fondamentale compito: il segreto. Quindi, no: la mafia non è esclusivamente maschile, anzi, potremmo persino dire che, senza le donne, tutta l’organizzazione forse avrebbe molti problemi!

Quali spazi di intervento può attuare la psicologia?

La psicologia potrebbe intervenire a livello culturale cioè facendosi promotrice di modi altri di pensiero: favorire la comunicazione piuttosto che l’omertà, lavorare sulla cultura della legalità, ma anche proporre spazi di pensiero proprio sulle dinamiche sottese. A mio avviso però è fondamentale dire che, sebbene la mafia sia un fenomeno sociale ben preciso, esso non riguarda pochi delinquenti, la mafia ci riguarda tutti: come direbbe uno dei miei maestri, il Prof. Di Maria, siamo tutti portatori sani di pensiero mafioso. Ecco, questa riflessione sul pensare mafioso è ciò che credo riguardi la psicologia. Con ciò intendo dire che, se consideriamo la mafia come una organizzazione criminale al pari di tutte le altre, allora il ruolo della psicologia lascia il tempo che trova. Ma se iniziamo a parlare di “pensare mafioso” come una forma di subcultura che ci accumuna ed attraversa tutti, allora, forse, è in atto già il primo intervento psicologico.

 

Ringrazio la Dott.ssa Vitale per l’importante contributo. È chiaro come la mafia rappresenti un substrato culturale che si è infiltrato all’interno della società silenziosamente e, pertanto, difficile da sradicare. Questa difficoltà è dovuta proprio alla struttura familiare su cui si fonda. La famiglia infatti, è il luogo in cui ogni soggetto, compreso l’appartenente alla mafia, impara tutte le regole di vita, viene educato all’alfabetizzazione emotiva, apprende i principali processi di socializzazione, legittima i sentimenti che può provare, negando quelli considerati inappropriati ad una determinata immagine che vuole assumere e perpetrare. La famiglia mafiosa, pertanto, fonda se stessa su quel legame di lealtà e di cooperazione fra i membri appartenenti allo stesso nucleo. Queste caratteristiche, di per sé funzionali, diventano disadattive in quanto non orientate all’adattamento sociale e ai principi della legalità. Poiché dunque, il pensare mafioso viene tramandato di generazione in generazione, fin dall’infanzia, un piano di prevenzione e promozione della legalità non può che partire proprio dai primissimi anni di vita, con tutte le difficoltà ad esso connesse, rispetto ad una scommessa davvero ardua poiché, per ogni bambino, il proprio genitore rappresenta l’adulto di riferimento più significativo e condizionante.

 

Rubrica creata e ideata da PLP Calabria

A Cura della Dott.ssa Gaia Malara

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