28 anni fa moriva Paolo Borsellino: la strage di via d’Amelio e i processi
La strage di via D’Amelio è uno degli iter giudiziari più lunghi e complicati della storia italiana. Tra finti pentimenti, depistaggi condanne revocate e quell'agenda rossa che non è mai saltata fuori
19 Luglio 2020 - 10:48 | Vincenzo Imperitura

Era domenica anche il 19 luglio del 1992: una giornata stretta nella canicola di un’estate sospesa tra lo sgomento per la strage di Capaci di maggio e la rabbia montante per lo tsunami Mani Pulite, che proprio in quei giorni segnava un nuovo picco di arresti e indagati eccellenti. Quella domenica di 28 anni fa, Paolo Borsellino, il magistrato che assieme a Giovanni Falcone aveva istruito il primo storico maxi processo alle cosche di Cosa Nostra siciliana e che da pochi mesi aveva preso il posto di procuratore aggiunto a Palermo, voleva fare visita alla madre: una di quelle consuetudini che servono a sentirsi ancora vivo nonostante tutto, e a cui il giudice palermitano tentava di non rinunciare mai. Una consuetudine che in tanti conoscevano.
LA STRAGE
Via Mariano D’amelio è un budello stretto; una stradina residenziale in un quartiere della parte più giovane della città, affollata di palazzi e auto parcheggiate ovunque. Il corteo di auto di scorta che accompagna il magistrato imbocca la traversa a sirene spiegate: ma a osservare la scena non ci sono solo gli occhi distratti degli abitanti di quel quadrante di Palermo. A seguire passo passo l’avanzare del piccolo corteo di blindate c’è anche il commando mafioso che chiuderà in cerchio di sangue aperto 57 giorni prima sull’autostrada per Punta Raisi.
L’auto di Borsellino si ferma a pochi metri dal cancello, a fargli da angeli custodi ci sono, armi in pugno, cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, oltre a Emanuela Loi, la prima poliziotta a cadere in servizio. Un sesto agente della scorta, Antonio Vullo, scamperà alla morte solo grazie al fatto che stava chiudendo la strada con la propria auto. Tra la macchina del magistrato e l’ingresso della palazzina ci sono una manciata di metri: in mezzo, una 126 verde. Una di quelle vecchie utilitarie che girano a centinaia in quegli anni e a cui nessuno fa mai troppo caso. Dentro quella vecchia auto però ci sono 90 kg di Semtex, una miscela di tritolo micidiale in genere in uso alle forze militari.
L’esplosione è tremenda.
In pochi secondi, quella che era una stradina urbana dal gusto borghese, diventa uno scenario di guerra. Il boato viene avvertito distintamente in tutto il capoluogo siciliano mentre una colonna di fumo nero comincia ad avvolgere il quartiere. Il palazzo al civico 21, dove è stata parcheggiata l’auto bomba, sembra venuto fuori da un servizio tg da Beirut: la facciata crollata, le pareti nude in mostra. Sull’asfalto carcasse di auto in fiamme. I primi soccorsi arrivano immediatamente e la scena che li accoglie è devastante. Gli agenti trovano pezzi dei cadaveri dei loro colleghi che stringono ancora le armi d’ordinanza. Servono solo pochi minuti ai soccorritori per rendersi conto che nemmeno per il magistrato ci sono speranze. Sono tutti morti sul colpo, i corpi dilaniati dall’esplosione.
I PROCESSI
Quello della strage di via D’Amelio resta uno degli iter giudiziari più lunghi e complicati della storia italiana. Un iter fatto (finora) di quattro processi, di finti pentimenti, clamorosi depistaggi, condanne revocate e verità ancora nascoste, a partire dall’agenda rossa che Paolo Borsellino portava sempre con sé e che, in quei 57 giorni da «morto che cammina» – lo stesso magistrato era venuto a sapere da un’informativa del Ros che pochi giorni prima era arrivato a Palermo l’esplosivo a lui destinato – aveva continuato a riempire di appunti e annotazioni, e che non mai saltata fuori.
