Giustizia, Lucisano dice no alla riforma: ‘Non migliora i processi e mette a rischio l’autonomia della magistratura’
Il sostituto procuratore di Reggio Calabria, ai microfoni di CityNow, contesta la riforma: 'Non aiuta i cittadini e non migliora i processi'
20 Marzo 2026 - 18:37 | di Redazione

Nel corso della trasmissione Live Break di CityNow, il dott. Davide Lucisano, sostituto procuratore di Reggio Calabria, ha spiegato le ragioni del suo no alla riforma costituzionale sulla giustizia. Per Lucisano il sistema ha bisogno di cambiamenti, ma non di questa riforma.
Secondo il magistrato, il tema centrale per i cittadini non è la separazione delle carriere, ma il funzionamento concreto della giustizia. “Serve cambiare”, ha detto, chiarendo però che il vero nodo è capire “come si cambia”. A suo avviso, quello che interessa davvero ai cittadini sono “processi veloci, processi efficienti e una magistratura che funzioni”.
La riforma non tocca i problemi reali della giustizia
Per Lucisano, la riforma non interviene sui ritardi della macchina giudiziaria e non porta alcun miglioramento in termini di efficienza. Al contrario, sostiene che il testo non preveda nuove risorse e rischi persino di aggravare i costi del sistema.
Nel suo intervento ha ricordato che il taglio di 130 milioni di euro al bilancio della giustizia contenuto nell’ultima legge di bilancio, sottolineando come, in questo quadro, parlare di riforma senza investimenti significhi non affrontare i problemi reali.
Autonomia e indipendenza: il punto centrale
Uno dei passaggi più forti dell’intervento di Lucisano riguarda il ruolo costituzionale della magistratura. Per il magistrato,
“autonomia e indipendenza non sono privilegi della categoria, ma garanzie per i cittadini”.
Separazione delle carriere: per Lucisano è un falso problema
Sul tema più discusso della riforma, Lucisano è stato altrettanto chiaro. La separazione delle carriere, ha detto, è “un aspetto estremamente marginale” e non ha alcun effetto sull’efficienza dei processi.
Ha ricordato che già oggi esiste una separazione funzionale:
“il passaggio da pubblico ministero a giudice può avvenire una sola volta, nei primi dieci anni di carriera e cambiando regione. Se si fosse voluto impedire del tutto questo passaggio, ha osservato, sarebbe bastato modificare la legge ordinaria”.
Il nodo del Csm e il rischio di maggiore influenza politica
Per Lucisano, il cuore della riforma è nella “destrutturazione” del Consiglio Superiore della Magistratura. Il rischio, ha spiegato, è che il nuovo sistema aumenti il peso della politica, soprattutto attraverso il meccanismo del sorteggio previsto per i membri.
“Il problema non sta tanto nell’enunciazione di principio contenuta nella riforma, che continua a parlare di autonomia e indipendenza – spiega Lucisano – ma nel modo in cui questi principi vengono poi tradotti concretamente. Norme simili esistono anche in ordinamenti che certo non garantiscono una magistratura autonoma, e che quindi non basta scrivere un principio in Costituzione per renderlo effettivo”.
Da qui la critica al doppio sistema di sorteggio: puro per i togati, temperato per i laici. Lucisano ha definito la norma vaga e scritta male, sostenendo che lasci margini troppo ampi alle maggioranze parlamentari nella costruzione del listino da cui sorteggiare i membri laici. In questo modo, ha spiegato, una minoranza organizzata potrebbe prevalere su una maggioranza eterogenea.
“Il sorteggio non risolve nulla”
Altro punto centrale della sua critica è proprio il ricorso al sorteggio.
“E’ inadatto per funzioni amministrative delicate come quelle degli organi di autogoverno della magistratura. Il sorteggio è previsto in alcuni ambiti giurisdizionali, come le giurie popolari, ma non per scegliere figure che devono svolgere compiti amministrativi e ordinamentali”.
A suo giudizio, affidarsi alla sorte significa rinunciare al principio meritocratico e non risolve affatto i problemi che la riforma dice di voler affrontare.
Correnti e correntismo: “Non vanno confuse”
Nel suo intervento Lucisano ha affrontato anche il tema delle correnti, spesso indicato come una delle ragioni principali della riforma. Su questo punto ha invitato a distinguere tra il fenomeno del correntismo e il diritto di associazione.
Le correnti, ha spiegato, non sono “associazioni per delinquere”, ma comunità culturali composte da magistrati che condividono una visione della giurisdizione e dell’organizzazione degli uffici. Il problema, semmai, è l’eccesso di correntismo emerso in alcuni casi di cronaca. Ma, anche in questo caso, per Lucisano esistono già strumenti correttivi più efficaci della riforma: criteri più stringenti nelle nomine e regole più certe nelle circolari del Csm.
L’Alta Corte disciplinare e i dubbi sulle garanzie
Molto critica anche la valutazione sull’Alta Corte disciplinare prevista dalla riforma. Lucisano ha spiegato che il nuovo organo, per come è costruito, presenta diversi rischi.
Il primo riguarda le impugnazioni: le decisioni sarebbero riesaminate dalla stessa Alta Corte, ma in diversa composizione. Il secondo riguarda la composizione dei collegi, che secondo Lucisano non garantisce neppure una prevalenza dei magistrati togati. Questo, nella sua analisi, finirebbe per incidere ancora una volta sull’autonomia e sull’indipendenza della magistratura.
Ha poi richiamato i dati delle sentenze disciplinari dell’attuale Csm tra gennaio 2023 e ottobre 2025, sostenendo che il sistema attuale non dimostra quella presunta indulgenza verso i magistrati che la riforma vorrebbe correggere.
I costi della riforma e l’appello al voto
In chiusura, Lucisano ha ribadito la sua contrarietà complessiva al testo. A suo giudizio, si tratta di una riforma vaga, scritta male e incapace di risolvere i problemi della giustizia. Ha parlato di un aggravio di spesa di circa 100 milioni di euro l’anno senza benefici concreti per i cittadini.
Da qui il suo invito a votare no. Un no che, ha precisato, non significa difendere lo status quo, ma rifiutare una riforma che peggiora il quadro esistente senza offrire risposte su tempi, efficienza e qualità del servizio giustizia.
Lucisano ha infine ricordato che si tratta di un referendum costituzionale senza quorum, e che quindi il risultato dipenderà da chi andrà alle urne. Per questo ha definito il voto “un dovere”, legandolo alla difesa delle garanzie costituzionali di tutti i cittadini, soprattutto dei più deboli.
