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A noi madri, che abbiamo smesso di essere intere per diventare infinite

Un omaggio alle donne che ogni giorno tengono insieme lavoro, casa, figli, sogni e fragilità. E anche a chi mamma non lo è ancora, ma combatte in silenzio per diventarlo

mamma

C’è un paradosso sottile nella vita di ogni madre.

È quello che ci fa dimenticare dove abbiamo lasciato il cellulare, le chiavi di casa, il caffè appena preparato, eppure, nello stesso istante, ci permette di ricordare tutto il resto: la mail rimasta senza risposta, la scadenza di lavoro, la visita da prenotare, il bucato da stendere, i pannolini che stanno per finire, la merenda da mettere nello zaino, il latte in frigo, quel pianto diverso dagli altri, che solo noi sappiamo riconoscere.

Viviamo così, in bilico, con un piede dentro il mondo, quello che corre, pretende, misura e giudica, e con l’altro dentro casa, dentro un respiro piccolo, dentro due occhi che ci cercano come se fossimo l’unico posto sicuro dell’universo.

Il peso invisibile che portiamo ogni giorno

Dicono spesso che non si possa essere madri e dare al proprio lavoro il 100%. Ed è vero, non si può.

Non si può perché, da quando nasce un figlio, una parte di noi resta sempre altrove, anche durante una riunione, anche davanti ad un computer, anche mentre rispondiamo ad un messaggio di lavoro con il tono più lucido possibile. Una parte di noi è lì, nel pensiero di un bambino che dorme, mangia, cresce, cade, si rialza, nel dubbio di aver fatto abbastanza, nella paura di non esserci nel momento giusto, nel senso di colpa che arriva senza bussare, anche quando stiamo solo provando a fare del nostro meglio.

Ma il mondo sbaglia quando pensa che questa divisione ci renda meno capaci.

Perchè la maternità non ci spezza, ci moltiplica.

Essere madri non ci toglie forza, ce ne consegna una nuova, più profonda, più silenziosa, più ostinata. Ci rende più attente, più empatiche, più veloci nel capire il dolore degli altri, ci insegna a resistere anche quando siamo stanche, a sorridere anche quando vorremmo solo sederci in silenzio, a ricominciare ogni mattina, anche dopo una notte passata a contare respiri invece di dormire.

Ci rende semplicemente, “di più“.

La maternità cambia tutto, anche quello che non si vede

La maternità è una metamorfosi, cambia il corpo, segna la pelle, spegne la luce negli occhi in certe mattine difficili, piega la schiena, lascia addosso una stanchezza che nessuna notte sembra riuscire a cancellare. Ma cambia soprattutto ciò che non si vede. Cambia il modo in cui guardiamo il tempo, cambia le priorità, cambia il nome delle nostre paure, cambia la misura dell’amore.

Prima eravamo semplicemente noi stesse, poi, all’improvviso, siamo diventate casa per qualcun altro, rifugio, cura, voce, braccia, attesa, pazienza.

E se qualcuno potesse guardarci dentro, vedrebbe un cuore diventato enorme, non perfetto, non sempre sereno, ma di certo immenso. Un cuore che si allarga fino a fare male, che si frantuma davanti ad un pianto, che si ricompone davanti ad un sorriso, che impara ogni giorno a contenere amore, paura, gratitudine, rabbia, dolcezza, ansia, orgoglio. Tutto insieme.

Perché essere madri è anche questo: sentire troppo, sempre.

Siamo fragili, ma non siamo deboli

Con la maternità, vengono alla luce parti di noi che non conoscevamo: l’istinto feroce di proteggere, la capacità di restare sveglie quando il corpo chiede tregua, la forza di lavorare con la testa piena e il cuore da un’altra parte, la fatica di sentirci inadeguate, la frustrazione che arriva quando tutto sembra troppo, e poi quel miracolo semplice, quasi ingiusto, di un abbraccio che sistema ogni cosa.

Abbiamo imparato che si può essere stanche e felici, spezzate e grate, impaurite e coraggiose, in crisi e comunque presenti. Abbiamo imparato che non esiste una madre perfetta, esiste una madre vera.

Quella che sbaglia e chiede scusa, quella che perde la pazienza e poi si commuove davanti a una manina che cerca la sua, quella che si sente in colpa per il lavoro, per la casa, per il tempo che manca, per quello che non è riuscita a fare. Quella che ogni sera, anche quando non lo dice a nessuno, si domanda se sia stata abbastanza. E quasi mai si risponde di sì.

Eppure lo è.

A noi, che teniamo insieme tutto

Oggi, nel giorno della Festa della Mamma, celebriamo questa forza, non quella da copertina, non quella perfetta, ordinata, sorridente a comando, ma quella vera, quella che si vede poco e pesa tanto.

La forza delle madri che lavorano, delle madri che corrono, delle madri che crescono figli mentre cercano ancora se stesse, delle madri che hanno rinunciato a qualcosa, ma non ai propri sogni, delle madri che si sentono divise, ma ogni giorno tengono insieme pezzi di mondo.

A noi che abbiamo perso tempo, sonno, leggerezza e qualche pezzo di noi stesse, ma abbiamo trovato qualcosa di più grande: una versione nuova, più fragile forse, ma più vera, più luminosa, più nostra.

Perchè se come donne, abbiamo dovuto imparare ad essere potenti, per sradicare il pregiudizio del “sesso debole”, come madri siamo semplicemente invincibili.

Buona festa a noi

Buona festa a noi, madri inarrestabili. A noi che non siamo più al centro dell’universo, perché il nostro universo adesso ha un nome, un volto, una voce.

A noi che abbiamo accettato di non essere più perfette, a noi che abbiamo smesso di appartenere solo a noi stesse, a noi che ogni giorno ci dividiamo tra lavoro, casa, sogni, paure e amore.

A noi che abbiamo perso i vecchi confini per abbracciare l’immenso. Perché oggi lo sappiamo bene: non abbiamo smesso di essere intere perché ci manca qualcosa. Abbiamo smesso di essere intere perché siamo diventate infinite.

E poi buona festa anche a chi madre non lo è ancora, ma lo desidera con tutta se stessa.

A chi porta dentro una speranza che non fa rumore, a chi combatte una battaglia silenziosa, fatta di attese, delusioni, coraggio e sorrisi mostrati al mondo anche quando dentro fa male. A chi prova a non arrendersi, a chi custodisce un amore che non ha ancora un volto, ma che è già presenza, pensiero, spazio nel cuore.

Perché forse madre si diventa davvero quando si stringe un figlio tra le braccia, ma qualcosa di materno nasce molto prima, nel desiderio profondo di amare, proteggere, accogliere e donarsi.

E allora buona festa anche a voi, donne in attesa, donne in cammino, donne che sognano, sperano e resistono. Mamme lo siete già un po’ anche voi, perché avete già capito quanto amore si possa dare, ancora prima di poterlo tenere tra le mani.

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