Strage di Amendolara, la difesa degli indagati: ‘Movente non era caporalato’
La Procura di Castrovillari ha chiesto la conferma della detenzione in carcere e delle aggravanti, contestate invece dalla difesa
23 Giugno 2026 - 19:31 | Redazione

Un movente alternativo al caporalato e la richiesta di un’attenuazione delle misure cautelari.
E’ quanto hanno proposto e chiesto al Tribunale del riesame di Catanzaro gli avvocati Giovanni Brandi Cordasco Salmena e Giulia Montilli che difendono Safeer Ahmed e Ali Raza, i due 31enni pakistani, in carcere perché accusati dell’omicidio dei braccianti Waseem Khan, di 29 anni, pakistano, Amin Fazal Khogjani (28), Ullah Ismat Qiemi (19) e Safi Iayjad (27) afghani, uccisi bruciati vivi il primo giugno scorso ad Amendolara.
La Procura di Castrovillari ha chiesto la conferma della detenzione in carcere e delle aggravanti, contestate invece dalla difesa.
I giudici si sono riservati la decisione che, probabilmente, sarà resa nota domani.
“Nel corso dell’udienza – ha detto l’avvocato Giovanni Brandi Cordasco Salmena – abbiamo fornito una diversa ricostruzione relativamente al movente, che non c’entra niente con i motivi di lavoro e con il caporalato. Il movente, per quanto abbiamo ricostruito nelle nostre indagini difensive, non riguarda motivi lavorativi o sfruttamento del lavoro, ma fatti personali tra di loro.
Incomprensioni molto cruente tra gli indagati e le vittime. Fatti molto cruenti per i quali – ha sottolineato l’avvocato – avevano litigato la mattina, lanciandosi pietre e bottiglie. Insomma c’è stato un alterco molto violento.
Anche dalle persone che abbiamo intervistato sul posto, dagli elementi che abbiamo raccolto nelle indagini difensive, abbiamo ricostruito un una diversa motivazione del dei fatti”.
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