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Ponte Calopinace: le cifre dell’opera, gli errori del passato e la soluzione

Dieci anni dalla progettazione, sei dalla consegna dei lavori e un investimento iniziale di 450mila euro. C'è poi un altro ingente importo grazie al quale è stata sbloccata l'opera

ponte calopinace reggio calabria

Trenta metri di lunghezza. Dodici di larghezza. Un finanziamento iniziale di 450mila euro. 120 giorni di lavori previsti. Sono questi i numeri dai quali si è partiti per la realizzazione del ponte Calopinace, quel piccolo ma strategico collegamento destinato a unire il Lungomare Falcomatà al Parco Lineare Sud di Reggio Calabria.

Sono serviti, invece, dieci anni dall’approvazione del progetto nel 2016 e oltre sei anni dalla consegna del cantiere nel luglio 2020. Un’eternità per un’infrastruttura di queste dimensioni. E adesso che le automobili attraversano il ‘ponticello’ e che cittadini possono raggiungere il Parco Lineare Sud, restano alcune domande alle quali è doveroso cercare una risposta.

Quanto è costato davvero il ponte Calopinace? E soprattutto, quanto è costata alla collettività l’incapacità di chi avrebbe dovuto progettare, controllare e completare l’opera nei tempi previsti?

La risposta arriva dalla determina del 1° ottobre 2026. Un documento ufficiale del Comune di Reggio Calabria che permette di conoscere nel dettaglio i costi dell’ultimo intervento, quello decisivo per superare il problema delle rampe di collegamento. Ed è proprio da qui che partiamo.

I 355mila euro dell’ultima variante: cosa dice la determina del Comune

355.486,21 euro è l’importo complessivo della perizia suppletiva approvata dal Comune per il lotto 3 del progetto RI.CO.PO., denominata Rampe Ponte Calopinace. In sostanza, l’intervento che ha consentito di completare ciò che per anni era rimasto irrisolto: i collegamenti tra il ponte e la viabilità esistente.

Ma c’è un dettaglio importante da evidenziare, probabilmente quello che permette di interpretare correttamente l’intera vicenda.

Per completare il ponte non è stato necessario trovare un nuovo finanziamento. Perchè il Comune ha utilizzato risorse già disponibili all’interno del quadro economico RI.CO.PO., destinato alla rigenerazione urbana dell’area.

Spendere altri 355mila euro oppure lasciare il ponte incompiuto?

Quando, il 3 agosto, il sindaco Cannizzaro annunciò la soluzione per sbloccare definitivamente il ponte, parlò di un’operazione a costo zero, chiarendo che non sarebbe stato necessario reperire ulteriori finanziamenti. E in effetti la determina chiarisce proprio questo aspetto. Le risorse necessarie sono state individuate nelle disponibilità economiche del progetto RI.CO.PO., attraverso la rimodulazione delle somme per imprevisti e delle economie derivanti dai ribassi d’asta.

Non sono stati chiesti dunque nuovi soldi ai cittadini per finanziare le rampe. Sono state impiegate risorse già disponibili, assegnandole a un intervento indispensabile per rendere finalmente utilizzabile il ponte. Questo però, naturalmente, non significa che il completamento non sia costato nulla.

Significa che l’amministrazione è riuscita a finanziare l’ultimo intervento senza aumentare il costo complessivo del programma di rigenerazione urbana. Una distinzione fondamentale, perché i soldi pubblici hanno sempre un valore, anche quando sono già stati stanziati.

C’è poi una seconda riflessione da fare.

Di fronte a un ponte strutturalmente quasi completato, ma ancora inutilizzabile per l’assenza di collegamenti adeguati, quali alternative concrete esistevano? Lasciare tutto fermo? Abbandonare un’opera sulla quale erano già stati investiti centinaia di migliaia di euro? Procedere verso la risoluzione del contratto, con il rischio di aprire nuovi contenziosi, affrontare ulteriori procedure e allungare ancora i tempi? Oppure utilizzare somme già disponibili per realizzare le rampe, completare il collegamento e restituire finalmente l’infrastruttura alla città?

La seconda strada, alla luce della situazione ereditata, appare la scelta più ragionevole.

Del resto un ponte senza rampe non è un ponte funzionante. È un investimento immobilizzato.

E lasciare inutilizzata un’infrastruttura già costruita, pur avendo a disposizione risorse per completarla, avrebbe rischiato di aggravare ulteriormente una situazione già difficile da giustificare.

La scelta compiuta dall’amministrazione Cannizzaro va quindi letta in questo contesto: un investimento aggiuntivo diventato necessario per evitare che tutti gli investimenti precedenti continuassero a non produrre alcun beneficio per la città. Per anni il problema era stato trovare una soluzione al collegamento tra l’impalcato e la strada. Nell’ultima fase, invece, il lavoro dei diversi soggetti è stato ricondotto a una progettazione coordinata, tenendo conto contemporaneamente delle esigenze strutturali, della viabilità e della sistemazione urbanistica.

Dal 2016 al 2026: la storia di un ponte diventato simbolo dell’inefficienza

Ma la vera domanda è un’altra. Perché si è dovuti arrivare a questo punto? Perché un ponte progettato dieci anni prima si è ritrovato nella fase conclusiva senza collegamenti adeguatamente definiti? Ed è qui che cominciano le responsabilità e le inefficienze.

Per comprendere quello che è successo bisogna tornare al 2016, quando la Giunta comunale approvò il progetto esecutivo per la realizzazione del ponte in cemento armato alla foce del torrente Calopinace.

Il finanziamento iniziale era di 450mila euro, provenienti dal Fondo per lo Sviluppo e la Coesione 2007-2013 e l’appalto fu successivamente aggiudicato all’impresa Torchia Cataldo.

Il 31 luglio 2020 arrivò la consegna dei lavori e l’allora sindaco Giuseppe Falcomatà annunciò pubblicamente che l’infrastruttura sarebbe stata completata in 120 giorni. Eppure, da quel momento, qualcosa è andato storto praticamente in ogni fase.

Prima le difficoltà tecniche e le misure da correggere. Poi il problema delle travi, i rallentamenti, le sospensioni, le difficoltà nei rapporti con l’impresa e le procedure per arrivare a una possibile risoluzione contrattuale.

Un percorso raccontato negli anni da CityNow, oltre che denunciato ripetutamente dai comitati di quartiere Ferrovieri-Pescatori e Parco Lineare Sud.

Gli errori tecnici e le responsabilità politiche: chi avrebbe dovuto controllare?

Nell’editoriale pubblicato da CityNow il 3 agosto scorso, avevamo posto una domanda molto semplice: di chi sono le responsabilità? Una domanda ancora attuale, nonostante il ponte sia stato inaugurato.

Lo stesso Cannizzaro, durante la conferenza stampa che annunciava la ripartenza del cantiere, aveva riconosciuto gli errori progettuali, la mancanza di un progetto esecutivo adeguato per le rampe e il mancato coordinamento tra i soggetti coinvolti.

Non si tratta, dunque, soltanto di valutazioni giornalistiche. La mancanza di un corretto collegamento tra il ponte e la viabilità esistente è una criticità riconosciuta pubblicamente e confermata dalla necessità dell’ultima perizia suppletiva.

Ma il punto è ancora più profondo. Un errore tecnico può capitare. Un imprevisto può verificarsi. Le condizioni di un cantiere possono cambiare e richiedere una variante.

È quando gli errori si ripetono, le criticità non vengono affrontate per tempo e un’opera rimane ferma per anni che il problema diventa anche politico e amministrativo.

Perché chi governa una città non deve necessariamente conoscere il dimensionamento di una trave. Non è quello il suo mestiere.

Deve però assicurarsi che chi è chiamato a progettare, verificare, dirigere e controllare i lavori abbia le competenze necessarie e svolga correttamente il proprio compito.

Deve pretendere risposte, controllare i tempi, intervenire quando emergono difficoltà. La precedente stagione amministrativa, guidata da Giuseppe Falcomatà, porta inevitabilmente una responsabilità politica per l’incapacità di arrivare al completamento dell’opera durante tutti questi anni.

Quanto è costato realmente? La cifra degli 855mila euro

Torniamo ai soldi. Il progetto originario prevedeva un finanziamento complessivo di 450mila euro. Nel febbraio 2026 è intervenuto un ulteriore finanziamento di 50mila euro, portando a 500mila euro la dotazione riferita all’intervento originario.

A questi si aggiungono i 355.486,21 euro della perizia suppletiva per le rampe. La somma delle tre voci porta a 855.486,21 euro.

Un importo vicino al doppio dello stanziamento iniziale. 855mila euro è dunque una ricostruzione delle risorse destinate nelle diverse fasi, non un consuntivo certificato del costo definitivo del ponte. E soprattutto non significa che la differenza rispetto ai 450mila euro iniziali rappresenti automaticamente uno spreco.

Le rampe, per esempio, erano necessarie. Sarebbero state necessarie anche se fossero state progettate correttamente fin dall’inizio.

Il vero spreco, eventualmente, va cercato nelle spese che una progettazione e una gestione migliori avrebbero potuto evitare.

Quanto di tutto questo era evitabile? E se tutto fosse filato liscio, dall’inizio. Quanti interventi successivi si sarebbero evitati?

Il ponte è finito. Adesso si facciano anche i conti con le responsabilità

C’è una frase che il sindaco Cannizzaro aveva pronunciato durante la conferenza stampa di agosto, quando gli era stato chiesto di individuare le responsabilità per i ritardi: «Di tutti e di nessuno».

Una risposta comprensibile nella volontà di chiudere il passato e concentrarsi sulla soluzione. Ma non sufficiente a chiudere anche il capitolo delle responsabilità. Perché gli errori hanno delle cause. Le progettazioni hanno dei responsabili. I controlli vengono affidati a figure precise. E la politica ha il dovere di vigilare sull’andamento delle opere pubbliche.

Non si tratta di avviare una caccia al colpevole.

Si tratta di capire se il Comune avrebbe potuto risparmiare denaro, evitare ritardi e impedire che trenta metri di ponte diventassero un caso emblematico di totale inefficienza amministrativa.

Oggi l’amministrazione Cannizzaro ha raggiunto un obiettivo che per anni era rimasto soltanto una promessa. E lo ha fatto utilizzando risorse già previste nel programma di rigenerazione, senza aumentare il quadro economico complessivo. Un merito politico e amministrativo che sarebbe sbagliato non riconoscere.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato considerare il taglio del nastro come la cancellazione di tutto quello che è successo prima.

Perché il punto non è soltanto stabilire se sia stato giusto spendere gli ultimi 355mila euro. Il punto è capire quanti soldi pubblici si sarebbero potuti risparmiare se, fin dall’inizio, la politica avesse vigilato meglio e la struttura tecnica avesse prevenuto gli errori che hanno accompagnato il cantiere.

Reggio Calabria ha finalmente il suo ponte. Ma adesso merita anche di conoscere il conto completo. Perché il ponte è finito, ma il capitolo delle responsabilità non può considerarsi chiuso.

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