Ponte Calopinace, tutti responsabili e nessun responsabile
Responsabilità CERCASI: un ponte senza rampe, travi sbagliate e lavori sospesi. Ora Cannizzaro fissa le date della ripartenza e dell'inaugurazione. Ma chi pagherà per i sette anni persi?
03 Agosto 2026 - 17:23 | di Vincenzo Comi

C’è il ponte Zubizuri di Bilbao, diventato uno dei simboli della trasformazione urbana della città. C’è il Ponte dei Sospiri a Venezia, celebre in tutto il mondo. C’è il Ponte Vecchio a Firenze, un gioiello sospeso sull’Arno. E poi ci sono decine di ponti che, per design, storia o posizione, riescono a valorizzare gli angoli più belli delle grandi città turistiche.
Poi c’è il ponte Calopinace. Il ponte senza travi.
Il brutto anatroccolo di Reggio Calabria. Un piccolo ponte che non è mai cresciuto, non è mai diventato un’opera compiuta e non è riuscito neppure a svolgere la funzione per la quale era stato progettato. È rimasto lì. Fermo. Sospeso tra errori tecnici, lavori interrotti, travi sbagliate, rampe mai progettate e responsabilità mai chiarite.
E invece di diventare un elemento capace di accompagnare lo sviluppo del waterfront e l’immagine turistica della città, il ponte Calopinace ha prodotto per sette anni soltanto imbarazzo, frustrazione e rassegnazione. Una piccola opera diventata il simbolo di una grandissima incapacità amministrativa (amministrazione targata Falcomatà).
Un’incompiuta che ha alimentato la peggiore reputazione possibile per Reggio Calabria.
Ma attenzione. I lavori del ponte Calopinace (che fortunatamente cambierà anche nome) ripartiranno il 4 agosto e l’inaugurazione è stata fissata per il 9 ottobre. Di oggi la buona notizia.
Dopo sette anni di attese, sospensioni, problemi tecnici e promesse rimaste sulla carta, Reggio Calabria può finalmente intravedere la conclusione di una delle opere più importanti e discusse della città.
È giusto riconoscere al sindaco Francesco Cannizzaro la determinazione mostrata. In poche settimane il primo cittadino ha riunito attorno allo stesso tavolo amministrazione, tecnici, impresa e soggetti coinvolti. Ha bloccato la procedura di rescissione del contratto, che avrebbe probabilmente aperto la strada a nuovi contenziosi, e ha indicato date precise.
Date che rappresentano un’assunzione di responsabilità politica. Cannizzaro ha deciso di metterci la faccia, la testa e, come ha spiegato durante la conferenza stampa, anche le mani. Ma la soddisfazione per lo sblocco dell’opera non può cancellare quanto accaduto prima. In tutti questi anni.
Sette anni tra errori e mancato coordinamento
In questi anni si sono accumulati errori tecnici, carenze progettuali, sospensioni e incomprensioni tra i diversi soggetti chiamati a completare l’intervento.
Ci sono stati problemi nel calcolo delle travi. Sono emerse quote non corrette. Le rampe di accesso e di uscita non avevano un progetto esecutivo. Prima non erano state previste, poi sono state pensate, ma con misure che non combaciavano con il livello della strada.
In altre parole, si stava costruendo un ponte senza rampe adeguatamente progettate.
Un’immagine che descrive meglio di tante parole ciò che è accaduto. Un’opera fondamentale per la mobilità e per lo sviluppo turistico della città è rimasta bloccata non per un singolo imprevisto, ma per una lunga serie di errori di programmazione, progettazione e coordinamento.
Abbiamo chiesto al sindaco Cannizzaro, di chi sono a suo avviso le responsabilità di un cantiere così ‘sfortunato’. Il sindaco non ha nascosto le criticità.
«Di certo, ci sono stati errori di quota. Sulle rampe non c’è stato mai il progetto esecutivo. Le rampe del ponte non erano nemmeno state pensate, poi sono state pensate. Ma male, perché le quote non combaciavano con quello che era il livello stradale d’accesso e di uscita».
Cannizzaro ha parlato anche del problema delle travi e del «mancato coordinamento di tutte le parti interessate».
Di chi sono le responsabilità?
Ma chi avrebbe dovuto controllare il progetto? Chi avrebbe dovuto verificare le quote? Chi avrebbe dovuto coordinare impresa, tecnici e amministrazione? Chi ha permesso che si arrivasse a costruire un ponte senza avere definito correttamente le rampe?
E soprattutto, quanto sono costati alla città questi sette anni?
Il sindaco rimane prudente:
«Di chi sono le responsabilità? Di tutti e di nessuno. I fatti parlano da sé. Prima non c’è stata la determinazione giusta. Oggi quella determinazione c’è. A parlare sono i fatti».
È comprensibile che il nuovo sindaco voglia concentrarsi sul risultato. Ai cittadini interessa vedere il cantiere aperto e il ponte finalmente completato. Reggio Calabria ha bisogno di opere funzionanti, non di una guerra permanente sulle colpe del passato.
Ma “di tutti e di nessuno” non può essere la risposta definitiva.
Se ci sono stati errori tecnici, questi hanno degli autori. Se mancava un progetto esecutivo, qualcuno avrebbe dovuto predisporlo e qualcun altro avrebbe dovuto accorgersi della sua assenza. Se le quote erano sbagliate, esistevano responsabilità di progettazione e di verifica. Se è mancato il coordinamento, qualcuno avrebbe dovuto garantirlo.
Non si tratta di cercare un colpevole da esporre pubblicamente. Si tratta di capire cosa non ha funzionato, perché non accada di nuovo.
Il ponte non è soltanto un’infrastruttura
Il ponte Calopinace non rappresenta soltanto un collegamento stradale. È un passaggio decisivo nel progetto di riqualificazione del waterfront, nella ricucitura tra il centro e la zona sud e nella costruzione di una città più accessibile e attrattiva.
Per questo il ritardo pesa ancora di più.
Ogni anno perso ha significato disagi per i cittadini, rallentamenti nella mobilità, costi aggiuntivi e un danno all’immagine di Reggio Calabria.
Oggi l’amministrazione annuncia una svolta. È una buona notizia e sarebbe sbagliato negarlo.
Il 4 agosto dovranno parlare i mezzi e gli operai. Il 9 ottobre, secondo il cronoprogramma presentato, dovrà parlare il ponte completato. Ma insieme al taglio del nastro servirà anche una riflessione seria su ciò che è accaduto. Non per rimanere prigionieri del passato, ma per evitare che il passato si ripeta.
Perché Reggio Calabria può certamente festeggiare lo sblocco del cantiere. Ma non può però far finta che sette anni siano passati senza responsabilità.
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