Reggina, il ritorno di Aglietti: il lungagnone dinoccolato che ha fatto innamorare diverse generazioni

I ricordi di un mondo perduto, sommerso da una quotidianità schizofrenica che di quel calcio non sembra nemmeno parente

La suggestione è forte. Per i quarantenni (o poco più) di oggi, quelli che nell’anno del ritorno in serie B andavano ancora al liceo, il nome di Alfredo Aglietti si porta dietro i ricordi di un mondo perduto, sommerso da una quotidianità schizofrenica che di quel calcio non sembra nemmeno parente. Un calcio fatto di maglie larghe come pigiami e posti in piedi sui gradoni, di un Pelè sulla balaustra della vecchia curva nord e di trasferte oceaniche in stadi fatiscenti e con la gente affacciata ai balconi ad accogliere a male parole i cortei di tifosi avversari.

Il Granillo si chiamava ancora Comunale, per rivedere i gol toccava aspettare “C siamo” del lunedì, e se andavi a vedere gli allenamenti, potevi anche scambiare quattro chiacchiere con i calciatori senza il timore di venire scacciato dalla "sicurezza" degli onnipresenti addetti stampa, che per intervistare il presidente del Consiglio in carica ci si mette meno fatica che a strappare una domanda a un ventenne in completino slim fit. In quel calcio passato – terzino fluidificante, libero, stopper, ala tornante – Alfredo Aglietti si muoveva con la sicurezza degli incoscienti, di quelli che, datemi la palla che qualcosa viene fuori comunque. Quando sbarcò a Reggio, alto e dinoccolato, tanto sbilenco nei movimenti da sembrare quasi scoordinato, Alfredo Aglietti aveva da poco rifilato un gol a Gianluca Pagliuca, il portierone della nazionale in partenza verso quella finale di Pasadena evaporata sul rigore del più forte di tutti. Di lui dicevano che non era bellissimo da vedere in campo, che forse la società sarebbe dovuta intervenire nel mercato di novembre viste le mire di promozione: il ragazzone non se ne curava. Protetto da un ambiente che lo aveva adottato da subito, quel lungagnone toscano si dimostrò il terminale perfetto per una squadra che aveva fantasia e classe, ma che poggiava le proprie fondamenta sul quel catenaccio che, sacchismo a parte, non era ancora diventato una bestemmia.

Il resto fa parte di quella che è diventata storia amaranto. Alfredo Aglietti a Reggio è stato una sentenza: gol impossibili – al Flaminio contro la Lodigiani segnò praticamente da casa sua – e magie capaci di ammutolire gli oltre 20 mila avellinesi sugli spalti del Partenio. Sempre con quel sorriso un po’ di sbieco di chi sa di averla fatta grossa ma non se ne cura troppo, senza mai una parola di troppo nonostante una quarantina di gol in un paio di stagioni, tanto da guadagnarsi l’affetto della gente ben oltre le enormi capacità sportive. Un affetto così radicato che gli ha consentito di ricevere applausi sinceri anche quando era alla testa di colori difficilmente digeribili a queste latitudini. Ora Alfredo è tornato finalmente a Reggio, a casa; porterà in dote il suo calcio organizzato e veloce, in cui gli uomini contano più degli schemi, come in quel calcio un po’ vintage,  scomparso sotto i colpi dell’iperprofessionismo a favore di telecamera.