Reggio, La Strada: ‘Più alberi e meno cemento in città per il benessere di ognuno’
La questione è oggi oggetto di grande attenzione in molte città del mondo, dove uno degli obiettivi principali della rigenerazione urbana è il cosiddetto “depaving”
05 Luglio 2026 - 09:51 | Comunicato

Al centro della proposta politica del movimento La Strada c’è sempre stato il rapporto tra ambiente, territorio e salute pubblica, tre facce della stessa medaglia in quanto strettamente collegati e concorrenti alla definizione della qualità della vita del cittadino. L’attenzione a questi tre aspetti di straordinaria attualità, che stanno nel codice genetico del movimento, non può che stimolare una riflessione profonda sull’ondata di caldo che da settimane sta investendo le principali città europee e che sta dimostrando tutta la fragilità dei sistemi urbani prima ancora che dei contesti rurali nel fronteggiare quella che, più che un’emergenza climatica, sta diventando la norma, specie nei periodi estivi. Ciò è ancora più preoccupante se si pensa che, a causa dei cambiamenti climatici, le temperature medie probabilmente continueranno a salire di anno in anno e gli interventi per mitigarne gli effetti mostreranno la loro efficacia solo tra molti anni. Quindi intervenire è quanto mai urgente. Proviamo pertanto ad aprire una riflessione sull’esigenza di ripensare la nostra città, attraverso l’adozione di strumenti efficaci e programmi condivisi, nell’ottica di ridurre l’impatto del calore negli ambienti cittadini pubblici e privati.
Il primo fattore di criticità dell’aumento di calore in ambito urbano è il riverbero generato dalla cementificazione e dall’asfalto che cancellando i suoli naturali, più inclini all’assorbimento e alla mitigazione, favoriscono l’innalzamento delle temperature.
Nonostante un’incessante diminuzione della popolazione residente, con una popolazione passata da 176.299 unità del 2019 alle 167.925 del 2026, con una decrescita demografica di quasi diecimila abitanti in appena 7 anni, l’urbanizzazione delle aree agricole continua ad aumentare incessantemente, con conseguente formazione di isole di calore urbane e aumento delle temperature. In questi ultimi anni abbiamo seguito con preoccupazione e criticato in più occasioni l’incessante abbattimento del patrimonio arboreo cittadino, sostituito con piantine che solo tra molti anni potranno dare gli effetti desiderati. In molti casi si è verificata la sostituzione di alberi imponenti con arbusti dal modesto effetto mitigatore delle temperature. Troppo spesso, anche nei nuovi parchi cittadini, la cementificazione è stata la grande protagonista, con interventi che riflettono una visione del verde urbano ormai superata, nella quale i pochi alberi collocati in aiuole ristrette non possono certo compensare il calore assorbito e successivamente rilasciato dal cemento e dalle superfici in materiale plastico antitrauma, di cui si fa largo uso.
A pagarne il prezzo, talvolta in modo drammatico, sono soprattutto i soggetti più vulnerabili – anziani, neonati e bambini, donne in gravidanza e persone con ridotta mobilità o allettate – nonché le fasce sociali a basso reddito, che dispongono di minori risorse per affrontare le ondate di calore. Gli effetti delle alte temperature sulla salute sono ben noti: dalla disidratazione e dai cali di pressione fino ai veri e propri colpi di calore, che possono causare danni irreversibili agli organi vitali.
Ampio utilizzo di cemento in suolo precedentemente libero con conseguente formazione di “isola di calore”
La questione è oggi oggetto di grande attenzione in molte città del mondo, dove uno degli obiettivi principali della rigenerazione urbana è il cosiddetto “depaving”, ovvero la sostituzione di cemento e asfalto con aree verdi e suolo permeabile. Gli alberi rappresentano una risorsa fondamentale per una città sostenibile e costituiscono uno dei principali indicatori della qualità della vita e del benessere ambientale nelle classifiche dedicate ai centri urbani. Agiscono come veri e propri condizionatori naturali, contribuendo a mitigare l’effetto “isola di calore”. Riducono infatti le temperature attraverso due meccanismi principali: l’ombreggiamento, che impedisce al sole di surriscaldare cemento e asfalto, e l’evapotraspirazione, attraverso la quale rilasciano umidità nell’aria sottraendo calore all’ambiente. La vegetazione urbana può così ridurre fino al 50% del surriscaldamento tipico delle città. Le aree ombreggiate possono risultare anche di 10 °C più fresche rispetto alle superfici pavimentate circostanti. Inoltre, l’ombra proiettata sugli edifici riduce il ricorso all’aria condizionata, con risparmi energetici stimati fino al 30%, un beneficio particolarmente rilevante in una fase caratterizzata dall’aumento dei costi dell’energia e da livelli di reddito spesso insufficienti.
Secondo direttive internazionali per il verde pubblico, un’adeguata copertura arborea è fondamentale per il microclima e per la salute pubblica. La regola di pianificazione urbana 3-30-300 è un principio guida che suggerisce di avere almeno 3 alberi visibili da ogni casa, una copertura arborea del 30% per quartiere e un parco entro i 300 metri.

Parco sottoutilizzato a causa del calore del cemento (zona Condera)
Un ambito nel quale riteniamo particolarmente importante orientare le future politiche urbane è quello dell’applicazione del modello PCE (Publicness, Climate, Education), che integra qualità dello spazio pubblico, adattamento climatico e funzione educativa in una visione unitaria della città. Questi interventi potrebbero offrire, ad esempio, l’opportunità di realizzare autentici spazi di outdoor learning, nei quali gli studenti possano sperimentare nuove modalità di apprendimento a contatto con l’ambiente. Inoltre, il valore di tali spazi potrebbe andare oltre la dimensione scolastica: opportunamente progettati e gestiti, essi potrebbero diventare luoghi polifunzionali aperti alla comunità, utilizzabili per attività educative, culturali, ricreative e aggregative anche al di fuori dell’orario scolastico, rafforzando il ruolo della scuola come presidio civico e punto di riferimento del quartiere.
Partendo da queste considerazioni di carattere generale, noi del movimento La Strada intendiamo condividere con il Sindaco e la Giunta comunale proposte, idee e progetti per il verde pubblico, nonché essere promotori di incontri sul tema con i cittadini e le associazioni del territorio.
Che Reggio rispetto al tema dell’innalzamento della qualità della vita dei suoi cittadini, anche attraverso la mitigazione dell’incremento termico verso cui siamo proiettati per i prossimi anni, abbia molte frecce al proprio arco da spendere in termini di programmazione e costruzione di nuovi scenari, lo dimostra il fatto che quella in cui viviamo è una “città atipica”, nata per “decreto” nel 1927 (tra poco saranno passati cento anni dalla “Grande Reggio”, forse il momento ideale per tracciare un bilancio e trarre da questo spunti per l’oggi), con l’accorpamento di 14 piccoli comuni limitrofi a forte connotazione rurale, dopo qualche anno ridotti a 10 per l’evidente impossibilità di racchiudere un territorio così vasto e così diverso in una gestione unitaria ed integrata. Ciò ha determinato, nonostante una forte crescita urbanistica lungo la costa a discapito delle aree interne sempre più spopolate, ad una conformazione prettamente rurale del territorio comunale, tra i più estesi d’Italia, con un sistema urbano quasi mai compatto (se si esclude il centro storico), frammentato da aree rurali ancora in piccola parte produttive. Mentre in Italia si discute di orti urbani da pensare in piccoli spazi di risulta tra le aree residenziali, a Reggio siamo nella condizione di dover ricercare il filo conduttore di una connotazione urbana “di risulta” tra le aree rurali. Reggio è una città di “vuoti” residenziali, che la miopia del pianificatore ad oggi ha cercato di “riempire” con una urbanizzazione “di ricucitura” che ha puntato a creare lungo la costa un unico fronte urbano compatto tra Pellaro e Villa San Giovanni. Per fortuna ancora senza riuscirci, perché a guardare Reggio dall’alto ci si accorge come sono ancora tante le aree rurali interstiziali al sistema urbano e soprattutto al suo margine. A tal proposito, basti pensare ai corsi d’acqua ad andamento antipeninsulare, le fiumare, che dall’Aspromonte sfociano nello Stretto creando quel sistema di Vallate che ancora oggi custodiscono ambienti naturali, produttivi ed antropici unici. Tutto questo farebbe di Reggio una “città dei parchi” a forte vocazione agroproduttiva e naturalistico-ambientale, dove il concetto di “Parco” va pensato nel senso di zona a forte vocazione di sviluppo e gestita in forma integrata per la sua conservazione e valorizzazione in quanto valorizzante per l’intera città.
Parleremo di “parchi urbani”, per le aree interstiziali interne al sistema urbano compatto, di “parchi rurali” o agroproduttivi per i territori che conservano produzioni di nicchia ma identitarie e di qualità; di “parchi fluviali” lungo i corsi d’acqua, prima che siano ricoperti da nuove inutili strade a scorrimento veloce; di “parchi culturali e antropici” in presenza di testimonianze identitarie della storia e della cultura della città o come laboratori all’aria aperta per esperienze educative e progetti di ricerca. Un approccio di tal genere, che certamente merita di essere approfondito e strutturato in un sistema normativo e di pianificazione strategica regionale e nazionale, sposta l’idea di vuoti come spazi da riempire con nuove edificazioni (inutili alla luce dell’andamento demografico della città e in presenza di un patrimonio architettonico inutilizzato e riutilizzabile che sfiora a Reggio il 50% del totale) o tuttalpiù con l’equazione “spazio vuoto = parchetto ludico-ricreativo”, per riattivare un sistema produttivo “di prossimità” che potrebbe generare una filiera corta di qualità con sbocco in piccole aree mercatali a gestione integrata o in gruppi di acquisto comunali. L’abbattimento dell’incremento delle temperature urbane passa da una gestione consapevole e lungimirante di quei “vuoti” urbani che per Reggio sono una straordinaria potenzialità da mettere in valore.
Nell’ottica di quanto detto, accogliamo con favore la crescente attenzione che le istituzioni stanno riservando al patrimonio vegetale urbano, testimoniata sia dalla Legge Regionale della Calabria n. 7/2024, che attribuisce ai Comuni il compito di dotarsi del censimento, del regolamento e del Piano del verde urbano, sia dalle iniziative promosse dalla Città Metropolitana di Reggio Calabria in collaborazione con l’Università “Mediterranea”. Seguiamo con particolare interesse il percorso avviato attraverso l’Urban Lab BiodiverCity, il lavoro sviluppato con l’Atlante dei Servizi Ecosistemici del Verde Urbano e il progetto Aspromonte in Città, riconoscendo in essi un insieme organico di strumenti che coniugano ricerca scientifica, pianificazione e attuazione delle politiche pubbliche. L’Atlante fornisce il quadro conoscitivo del capitale naturale e dei servizi ecosistemici, BiodiverCity ne sviluppa gli indirizzi strategici per la costruzione della rete ecologica metropolitana, mentre Aspromonte in Città ne rappresenta la principale traduzione operativa, orientata alla rigenerazione urbana, all’incremento della biodiversità, all’impiego delle Nature Based Solutions e al rafforzamento della connessione ecologica tra il Parco Nazionale dell’Aspromonte e il sistema urbano-costiero metropolitano.
Come movimento politico riteniamo che questo approccio integrato debba essere valorizzato e consolidato, poiché dimostra come le scelte strategiche sul governo del territorio, sulla tutela della biodiversità e sull’adattamento ai cambiamenti climatici possano fondarsi su solide basi scientifiche e sulla collaborazione tra istituzioni, amministrazioni pubbliche e centri di ricerca universitari. Auspichiamo che tale metodo divenga sempre più strutturale nell’elaborazione delle politiche territoriali e ambientali.
Allo stesso tempo, riteniamo fondamentale che a questo percorso si affianchi un coinvolgimento sempre più ampio e qualificato delle comunità locali, affinché cittadini, associazioni, scuole, professionisti e portatori di interesse possano partecipare attivamente alla definizione delle strategie e alla cura del patrimonio verde.

Esempio di alberatura efficace nel ridurre le temperature sul viale Amendola
Proviamo infine a tirare le somme di questa articolata riflessione. Gli spazi verdi sono una risorsa ecologica, sociale, educativa, economica. La nostra città avrebbe enormi vantaggi in termini di vivibilità e salute pubblica, se utilizzasse in modo proficuo (piantando alberi e razionalizzando l’uso del cemento) le aree libere limitrofe al mare, quelle adiacenti alle fiumare e il territorio collinare tra cui la collina di Pentimele, potenzialmente un grande polmone verde a due passi dal centro cittadino; nonché i piccoli spazi liberi a ridosso, ad esempio, di Università, scuole, uffici comunali, ospedali, svincoli autostradali. L’Aspromonte, con la sua flora caratteristica, dovrebbe potersi “insinuare” nel tessuto urbano, contaminando la città, riappropriandosi di alcuni di quegli spazi che negli anni gli sono stati strappati a forza di ruspe e colate di cemento.
Ricucendo il rapporto tra la città e la montagna, tra il patrimonio boschivo e la linea di costa, Reggio potrebbe tornare ad essere “città giardino”, per riprendere Gaetano Cingari.
Città giardino in un senso profondamente contemporaneo, che tenga insieme bellezza paesaggistica e benessere delle persone e delle comunità, ma con radici antiche, piantate nel luogo che si presentava nell’Ottocento allo sguardo di Edward Lear nel corso del suo “viaggio a piedi in Calabria”.
Riflessione a cura di: Pasquale Pensabene, Anna Arcudi, Maurizio Malaspina, Fabio Domenico Palumbo
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