Allevatori Calabresi: ‘Tagli e disservizi dopo un anno di commissariamento dell’ARA’
Oltre 150 allevatori calabresi hanno già sottoscritto un documento di protesta contro la gestione commissariale dell’ARA Calabria, denunciando un anno di disservizi, scelte opache e totale assenza di democrazia interna
30 Gennaio 2026 - 10:47 | di Renato Pesce

Un anno di commissariamento. Dodici mesi di gestione straordinaria che, invece di riportare ordine e democrazia, hanno prodotto tagli, disservizi e un progressivo svuotamento dell’Associazione Regionale Allevatori della Calabria. È un atto d’accusa durissimo quello che arriva dal mondo allevatoriale calabrese, che oggi parla apertamente di fallimento gestionale e abuso istituzionale.
La protesta degli allevatori calabresi contro il commissariamento
Non è più la voce isolata di pochi, ma un grido collettivo che sale dalle stalle e dai territori: oltre 150 allevatori calabresi hanno già sottoscritto un documento di protesta contro la gestione commissariale dell’ARA Calabria, denunciando un anno di disservizi, scelte opache e totale assenza di democrazia interna.
Il commissariamento dell’ARA Calabria, disposto dall’Associazione Italiana Allevatori senza che siano mai state chiarite pubblicamente le motivazioni, avrebbe dovuto essere temporaneo e finalizzato al ripristino della normale vita associativa. Lo Statuto AIA parla chiaro: ripristino della situazione ordinaria e convocazione dell’Assemblea dei soci nel più breve tempo possibile. Nulla di tutto questo è avvenuto.
Conseguenze della gestione commissariale: tagli e smantellamento dei servizi
Al contrario, in dieci mesi di gestione commissariale – lautamente retribuita con circa 12 mila euro al mese, pagati di fatto dagli allevatori calabresi – si è assistito a una vera e propria operazione di smantellamento: riduzione drastica del personale tecnico, cancellazione o ridimensionamento dei servizi di assistenza, chiusura delle sedi periferiche e progressivo allontanamento di figure professionali indispensabili come veterinari, agronomi e zootecnici.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: aziende lasciate sole, assistenza tecnica quasi azzerata, controlli zootecnici irregolari, dati incompleti, con pesanti ricadute economiche sugli allevatori. Un sistema che per anni ha garantito sanità animale, tracciabilità e supporto tecnico oggi appare allo sbando, mentre la Calabria zootecnica viene privata di uno dei suoi principali strumenti di tutela.
Il fallimento nella gestione delle emergenze sanitarie
Ancora più grave è il silenzio assordante sulle emergenze sanitarie. Migliaia di ovini morti a causa della Blue Tongue, aziende devastate economicamente, allevatori abbandonati a sé stessi. Nessuna presa di posizione, nessuna iniziativa concreta, nessuna solidarietà. Un’assenza che pesa come una condanna.
E mentre i servizi crollano, le spese aumentano. Promozioni interne senza bando, incarichi dirigenziali non previsti dal contratto nazionale, scelte gestionali opache che alimentano il sospetto di una struttura sempre più lontana dagli allevatori e sempre più vicina a logiche di potere e controllo.
Il cambio del commissario, avvenuto nell’agosto scorso, non ha portato alcuna discontinuità. Nessuna relazione sull’operato precedente, nessuna spiegazione sul prolungamento del commissariamento. Cresce così il timore che anche in Calabria si voglia replicare modelli già visti altrove: anni di commissariamento, zero democrazia, allevatori ridotti a semplici spettatori.
La domanda, a questo punto, è inevitabile: perché impedire agli allevatori di votare e scegliere i propri rappresentanti? Perché mantenere una gestione straordinaria che, invece di risolvere i problemi, li ha moltiplicati?
La protesta cresce: basta commissariamenti e silenzi
Il messaggio che arriva dal territorio è chiaro e non più rinviabile: l’ARA deve tornare agli allevatori. Basta commissariamenti infiniti, basta silenzi, basta decisioni calate dall’alto. Serve subito la convocazione delle Assemblee e il ripristino della gestione ordinaria, nel rispetto della legge, degli statuti e della dignità di chi lavora ogni giorno nelle stalle e nelle campagne calabresi.
Le 150 firme già raccolte sono solo il primo segnale di una mobilitazione destinata ad allargarsi. Gli allevatori chiedono con forza la convocazione immediata delle Assemblee, il ritorno alla gestione ordinaria e il rispetto degli statuti. Chiedono, in una parola, di poter tornare a decidere del proprio futuro.
Ora la responsabilità ricade interamente sulla politica e sulle istituzioni regionali e nazionali. Ignorare una protesta sostenuta da centinaia di operatori del settore significherebbe voltare le spalle a uno dei pilastri dell’economia agricola calabrese.
Gli allevatori hanno firmato. Adesso qualcuno deve rispondere.
Il Comitato Unione Protezione Allevatori Calabria
Il Comitato Liberi Allevatori Calabresi
