di Daniela Liconti – Sono molte le storie da raccontare. Dal lungo filo di una narrazione a più voci, emergono frammenti di vite diverse, fatte di felicità, rabbia, accettazione e solitudine, sorrisi e tanta tenerezza. Ma tra l’una e l’altra, cerchiamo di capire cosa vuol dire fare i volontari in Hospice.
Maria non è qui a caso. A seguito di dolorose esperienze familiari, ha deciso di mettere il volontariato al centro della sua vita di pensionata, e di farlo non in modo occasionale ‘una modalità che ne sminuisce l’importanza’, ma formandosi presso l’AIL. “Qui in Hospice non si può improvvisare, bisogna arrivare preparati, ed essere disponibili ad ascoltare e assecondare necessità e tempi del paziente, fare quel che serve nel momento in cui serve, sostenere le famiglie. Nello stare accanto, nell’esserci, anche in silenzio, si restituisce senso alla propria vita.”
I pazienti vengono seguiti sempre, non si lascia niente di intentato. E’ come essere in famiglia: non ci sono orari stabiliti, ognuno ha la propria stanza in cui è permesso portare anche il proprio animale domestico, i familiari hanno spazi per il riposo, i bambini per il gioco e la lettura. Un clima di accoglienza totale che rende meno difficili i momenti trascorsi qui.
Giovanna vuole essere utile, e lo fa da 5 anni. Arrivata qui per motivi familiari, col tempo ha sentito di voler restituire quanto ha ricevuto. “Da queste esperienze si riceve molto, più di quanto si dà, ed è importante tenere sempre presente il fine per cui si presta la propria opera. Io ce la metto tutta, sia con le famiglie che con i pazienti, accostandomi e ascoltandoli in modo amichevole e affettuoso.”
Si parla di gratuità, fede, spiritualità, ma anche del valore della vita: credere significa anche credere nell’uomo e riconoscere la sua dignità fino alla fine. In questo senso, chi non crede a volta dà grandi lezioni anche ai più ferventi.
Cristoforo è un vigile del fuoco, si è formato al volontariato, ed oggi è “orgoglioso di essere parte di questa famiglia e di vivere un’esperienza bellissima in cui si entra in punta di piedi e si esce nello stesso modo. Dedico all’Hospice un giorno la settimana e, se serve, tutto il tempo libero; ci facciamo in quattro per loro, con amore, il motore che muove ogni cosa.”
I pazienti vogliono essere ascoltati e raccontarsi, narrare la loro vita nei minimi particolari, lasciare un segno di sé. E loro sanno ascoltare. Ma si prendono anche cura del contorno familiare, specie nei casi di assistenza domiciliare e, quando serve, giocano con i bambini delle giovani madri ospiti, leggono favole, li intrattengono.
Nicola è un pensionato. Per lui, il volontario “è la persona che si fa carico del malato dando significato all’ultima parte della sua vita. Ancora oggi ringrazio chi mi ha insegnato a farlo. Ascoltarli è come fermarsi davanti alla porta dell’anima e aspettare che l’ammalato ti faccia entrare, per raccogliere i suoi bisogni più profondi e riportarli all’équipe per meglio intervenire. Noi siamo suoi pari.”
“La famiglia ci cerca, ci aspetta, richiede il nostro aiuto perché sa che la nostra presenza e l’affetto per i loro cari è importante, dà sollievo e consola. Bisogna pensare che si arriva qui dopo mesi e anni di calvario e le energie residue sono davvero poche per cui noi rappresentiamo un supporto concreto, qualcuno a cui affidare la cura della persona cara, che non viene mai lasciata sola. E questo vale anche per il malato, che sa quanto sia importante il sostegno che diamo ai suoi cari.”
Per Nino, qui dal 2009 per dedicare il proprio tempo agli altri dopo la pensione, “si viene per dare valore all’ultimo pezzo di vita che ci è dato vivere. La cura è sempre possibile, anche per chi non può guarire. Io ricevo molta gioia nel dare, nel vedere come sosteniamo le famiglie a liberarsi del carico di dolore che le opprime.”
“Tutti noi per quello che possiamo diamo il nostro contributo per sollevare le sorti di questa struttura che ha sempre tanti problemi, economici e non solo. Una struttura che molte famiglie non conoscevano e si meravigliano che a Reggio esista.”
Marianna, qui da 3 anni a seguito di esperienze familiari, parla di un approccio “fatto di tenerezza, affetto, un sorriso vero, qualcosa di molto particolare e di profondo”.
Emilia ha scelto di tornare in Hospice da volontaria dopo aver perso qui il marito, quando è stata pronta per vedere questa realtà da un’altra prospettiva.
“Ho scelto in maniera consapevole dopo aver percorso tutte le tappe che portano qui. Ascoltare i bisogni e cercare di agire di conseguenza è quello che siamo chiamati a fare. Ogni persona è una realtà diversa e bisogna sempre valutare le differenze, ma tutti sono parimenti meritevoli di cura e attenzione. È l’esperienza più appagante della mia quotidianità.”
Non possiamo aggiungere più giorni alla vita delle persone, ma possiamo aggiungere più vita ai loro giorni. (C. Saunders)
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