E se lo Stretto non fosse 'di Messina'? La proposta di Amato: 'Associamolo ad una leggenda'

"Via la nomenclatura "di Messina", intitoliamolo a Scilla e Cariddi, i due mostri nati dalla penna di Omero, conosciuti in tutto il mondo"

Ancor prima di essere costruito c’è chi ha già pensato di dargli un nome per renderlo ancor più concreto e, soprattutto, noto. Parliamo del Ponte sullo Stretto e dell’idea di qualche anno fa di dedicarlo a Ulisse dell’allora Presidente della Regione Sicilia, oggi Ministro del Mare, Nello Musumeci.

Non tutti i ponti del mondo, infatti, prendono automaticamente la denominazione della località in cui sorgono.

Ristobottega

Basti pensare al Golden Gate di San Francisco, al Tower Bridge di Londra e molti altri ancora. Ma se si vuol conferire autorevolezza ad un’infrastruttura ancora da creare, adottando il nome dell’eroe della mitologia greca, perché non fare lo stesso anche con lo Stretto di Messina?

Se lo Stretto non fosse più ‘di Messina’

Stretto Di Messina

Si sa, molti reggini sono soliti applicare una diminutio, fermandosi alla denominazione “Stretto”, sia per una questione di familiarità che, quasi, di dispetto nei confronti della vicina città siciliana ed anche, un po’, per riscatto per non aver mai pensato che lo Stretto sia anche di Reggio Calabria.

Per ovviare al problema e conferire un aspetto ancora più globale alla lingua di mare che divide le due città meridionali, lo storico prof. Pasquale Amato ha avanzato una proposta che ha, di per sé, le carte in regole per mettere d’accordo buona parte della società:

“Via la nomenclatura “di Messina” e intitoliamo lo Stretto a Scilla e Cariddi, i due mostri leggendari, nati dalla penna di Omero, conosciuti in ogni angolo del globo”.


Così facendo, si darebbe importanza non solo alla storica che caratterizza la terra di Calabria e Sicilia, ma si andrebbe a colmare quel gap vissuto, per tanto tempo, da Reggio.

“Se pensiamo – ha proseguito il prof. Amato – a quanto il mito dell’attraversamento dello Stretto da parte di Ulisse sia conosciuto, ci rendiamo subito conto della forza propulsiva e mediatica della leggenda. Che poi le città di Reggio e Messina siano le più importanti sulle due sponde, è cosa risaputa a livello locale e nazionale.

“Scilla e Cariddi”, però, contribuirebbero a dare ancor più valore allo Stretto. La leggenda rievocherebbe immagini dal profondo della letteratura storico-mondiale”.

Il viaggio di Ulisse attraverso lo Stretto

Costa Viola Stretto

Il passaggio dell’Odissea che racconta il viaggio di Ulisse attraverso lo Stretto:

“Da una parte ci sono rupi aggettanti, contro cui si frange
con grande fragore l’onda di Anfitrite dagli occhi scuri:
gli dèi beati le chiamano Le erranti.
Di lì non passano neppure gli uccelli, né le trepidanti
colombe, quelle che a Zeus padre portano ambrosia.
Sempre qualcuna ne toglie la roccia liscia,
e il padre un’altra ne manda che ristabilisca il numero.
Di lì mai sfuggì nave di uomini che vi fosse giunta,
ma tavole di navi e insieme corpi di uomini trascinano via
le ondate del mare e i vortici di fuoco funesto.
Una sola nave di lungo corso di lì è riuscita a passare,
Argo da tutti celebrata, che tornava dal paese di Aieta”.

Lì dentro abita Scilla dal latrato inquietante:
la sua voce è pari a quella di una cagnetta poppante,
ma essa è invece un mostro malvagio, e nessuno
a vedersela di fronte gioirebbe, nemmeno un dio.
Dodici sono i suoi piedi, e tutti malformati,
ha sei colli lunghissimi, e ciascuno ha una orrida
testa, e in ognuna ci sono tre file di denti,
moltissimi e fitti, pieni del nero della morte.
Per metà sta sprofondata nell’antro profondo,
ma dal terribile baratro tiene fuori le teste.
Qui pesca, frugando lo scoglio all’intorno,
delfini, pescicani e mostri più grandi, se càpita,
afferra, quanti innumerevoli nutre la mugghiante Anfitrite.
Di lì con la nave nessuno si vanta di esser fuggito
indenne da morte; con ogni singola testa un uomo si prende:

lo afferra da sopra le navi dalla prora scura.

L’altro scoglio vedrai, Ulisse, molto basso, l’un all’altro
vicini: un tiro di freccia la distanza percorre.
Su di esso è un gran fico selvatico, fiorente di foglie.
Sotto, Cariddi divina risucchia l’acqua scura.
Tre volte al giorno emette, tre volte risucchia,
terribile. Che tu non sia lì quando inghiotte:
nemmeno l’Enosictono ti salverebbe da morte.
Accòstati molto allo scoglio di Scilla e presto
porta fuori la nave. Molto meglio sei compagni
piangere sulla nave che non piangerli tutti’.


“Solcavamo gemendo l’angusto passaggio:/ da una parte era Scilla, dall’altra Cariddi/ divina, che l’acqua salata inghiottiva del mare/ con suono tremendo, che poi rigettava di fuori/ e tutta in gorgoglio travolta bolliva/ come una caldaia sul fuoco che arde:/ la schiuma in alto lanciata giù ricadeva/ battendo le cime d’entrambi gli scogli./ E quando di nuovo l’acqua salata inghiottiva/ del mare pareva sconvolgersi dentro;/ […] lo sguardo era fisso a Cariddi, fisso alla morte./ Fu allora che Scilla ghermì dalla nave/ concava sei dei compagni, i più forti;”