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Reggio, sgominato ‘supermercato’ della droga. Borrelli: ‘Calca di clienti in attesa di rifornirsi’

Secondo quanto emerso, i gestori della piazza di spaccio pagavano una mazzetta ad una nota cosca reggina

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Una piazza di spaccio stabile, organizzata e conosciuta. Un edificio trasformato in centrale della droga. Una zona del rione Marconi condizionata dalla presenza continua di clienti, vedette e presunti pusher. È il quadro descritto dal procuratore Giuseppe Borrelli a margine della conferenza stampa convocata questa mattina in Questura a Reggio Calabria.

L’operazione della Polizia di Stato, coordinata dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria, ha portato all’esecuzione di due ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di 32 soggetti. Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, detenzione ai fini di spaccio, porto e detenzione di armi da fuoco, estorsione, furto e danneggiamento. Il periodo preso in esame per le indagini va dalla fine del 2023 alla fine del 2025.

Secondo quanto emerso, lo spaccio sarebbe stato gestito dai fratelli Bevilacqua e avrebbe avuto come base un edificio denominato “Saletta”, considerato dagli inquirenti una sorta di “supermercato” della droga, con una media di 180 acquirenti al giorno e picchi di 300.

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Borrelli: “Due ordinanze, una sulla piazza di spaccio e una sui fornitori”

A spiegare il senso dell’inchiesta è stato proprio il procuratore Borrelli, che ha sottolineato come l’intervento abbia riguardato sia la presunta piazza di spaccio sia la rete di approvvigionamento.

“Abbiamo eseguito due ordinanze cautelari: una che ha ad oggetto specificamente la piazza di spaccio e una relativa ai fornitori della piazza. La cosa significativa è notare come una parte della città fosse stata, di fatto, dedicata quasi esclusivamente a questa attività, con pregiudizio anche dei cittadini perbene che si trovavano a vivere in quella zona”.

Un controllo che, secondo la Procura, avrebbe inciso sulla quotidianità dei residenti.

“Venivano limitati nelle possibilità di spostamento, oltre all’impedimento di formulare qualunque tipo di protesta o opposizione”.

“Una vera e propria piazza di spaccio dentro un locale”

Il procuratore ha poi descritto la struttura individuata nel rione Marconi. Non un punto di vendita improvvisato, ma un locale organizzato e protetto, quella che veniva identificata come “la saletta“.

“Si trattava di una vera e propria piazza di spaccio, dislocata addirittura all’interno di un locale munito di apprestamenti di sicurezza con videocamere”.

Proprio le telecamere installate nel locale avrebbero finito per aiutare gli investigatori.

“Questo ha fornito un contributo alle attività investigative, perché gli organi di polizia giudiziaria sono riusciti ad acquisire le registrazioni dell’apparato di sicurezza”.

Quelle immagini, secondo Borrelli, avrebbero consentito di ricostruire meglio la dinamica dello spaccio e il ruolo dei soggetti coinvolti.

Il procuratore ha comunque precisato che le accuse saranno sottoposte al vaglio del Tribunale del Riesame e poi del giudizio.

“Una calca di clienti in attesa di rifornirsi”

Dalle riprese acquisite, ha spiegato ancora Borrelli, sarebbe emersa la presenza continua di persone in attesa di acquistare droga (marijuana e hashish).

“Nella centrale dello spaccio si verificava una vera e propria calca di clienti”.

Una scena che, secondo gli inquirenti, confermerebbe la notorietà del luogo.

“Abbiamo ravvisato una vera e propria ressa di clienti in attesa di rifornirsi. Era un posto notorio come centrale di spaccio di sostanze stupefacenti”.

La presenza costante dei clienti avrebbe creato disagio ai residenti. Alcuni avrebbero anche provato a protestare.

“C’è stato qualcuno che ha tentato di protestare, ma è stato tacitato malamente attraverso minacce e forme di intimidazione”.

Minori e armi tra le aggravanti contestate

Tra gli elementi più gravi dell’inchiesta ci sono le aggravanti contestate nell’ambito dell’associazione finalizzata allo spaccio.

“Sono state contestate aggravanti che fanno riferimento all’utilizzo di minori nelle attività di spaccio, fra cui quattordicenni e all’utilizzo di armi”.

Borrelli ha spiegato che una parte degli indagati era già conosciuta alle forze dell’ordine per reati dello stesso genere. Gli stupefacenti, secondo quanto riferito, avrebbero avuto origine calabrese.

“È inconcepibile che esistano ancora enclave criminali”

Il procuratore ha poi allargato il ragionamento al tema del controllo del territorio. Per Borrelli, l’operazione non riguarda solo la repressione dello spaccio, ma anche la necessità di restituire vivibilità a pezzi di città.

“È inconcepibile che determinate aree del territorio urbano siano tuttora enclave di persone che finiscono per condizionare anche cittadini perbene, dediti al normale svolgimento di attività lavorative e alla vita quotidiana”.

Da qui il richiamo alla necessità di un intervento più ampio.

“Ci sono parti del territorio cittadino che vanno bonificate anche dal punto di vista della regolarità degli insediamenti abitativi”.

E ancora:

“Vanno ricostruite condizioni di legalità, anche per dare a ciascuno la possibilità di esercitare i propri diritti”.

Secondo quanto emerso dalle ricostruzioni degli inquirenti, i gestori della piazza di spaccio pagavano una mazzetta alla cosca Libri.

L’operazione, dunque, rappresenta per la Procura un passaggio importante, ma non conclusivo. L’obiettivo dichiarato è intervenire su quelle aree della città dove la presenza criminale continua a limitare libertà, sicurezza e vita quotidiana dei residenti.

Per tutti gli indagati vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.

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