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Talenti Reggini – Daniele Suraci: “Nella mia Calabria racconto l’amore e la speranza”


di Pasquale Romano – Niente paura. ‘U Scantu’ è l’espressione dialettale calabrese che indica un sentimento di paura, è anche il titolo del nuovo lavoro di Daniele Suraci, videomaker reggino. “È una storia intima, che avevo dentro già da un po’ e che mi piacerebbe riuscire a realizzare a Palmi. Credo fortemente in questo progetto perché è nato in modo molto spontaneo, quasi come fosse un richiamo alla mia vita in questi luoghi, è una di quelle storie che non puoi tenerti dentro”, racconta ai microfoni di Citynow.

La storia fa leva sul rapporto padre-figlio: un adolescente è impegnato a superare le proprie paure, attendendo il ritorno di un padre smarrito nel dolore dopo essere stato abbandonato dalla moglie. Il ruolo del padre sarà interpretato da Fabrizio Ferracane, “un attore che stimo molto, e che sono convinto possa dare tanto al personaggio e all’intero racconto. Questa piccola porzione di Calabria diventa la scenografia del mondo interiore dei personaggi, la spigolosità del dolore è riconducibile agli appuntiti scogli che spuntano dal mare. Scelgo di narrare con il cuore una Calabria in cui l’amore sia possibile, sciolto dai lacci della paura e aperto a un orizzonte di speranza”, spiega il videomaker reggino.

Il ritorno al luogo delle origini equivale per al ritorno alla sua poesia, alla sua lingua, alle persone che lo popolano. “Questo mi conforta perché recidere il legame con la propria terra significa lasciare sbiadire i ricordi di un esistenza, quindi forse se in precedenza sono andato via non è stato per “scappare” ma soltanto per conoscere i mezzi adeguati per poter tornare”.

Nato e cresciuto a Palmi infatti, appena maggiorenne Daniele Suraci ha lasciato la sua terra, ingrossando le fila dei tantissimi giovani che dalla Calabria vanno in cerca del proprio futuro altrove. “All’epoca volevo fuggire da un posto problematico, Palmi per me è stata sempre croce e delizia. Mi deliziava con paesaggi magici, e mi puniva con la totale assenza di prospettive future. Sentivo la necessità di vedere altro e ho avuto la fortuna di trovare nella famiglia l’appoggio e l’aiuto a intraprendere questa strada”.

Del rapporto con la propria terra, fatto di sensazioni ambivalenti come sempre quando si tratta di sentimenti puri e sinceri, Daniele racconta: Sono molte le emozioni che mi legano alla mia terra. Un universo di sensazioni, odori, paure, rabbia, rispetto e ammirazione, le stesse che un figlio può provare per un genitore. Mi manca molto la vastità del mare e il suo profumo, ha un effetto medicamentoso per lo spirito e l’anima. Quando riesco a tornare durante le festività ne approfitto sempre per ritagliarmi un tempo fra gli scogli a farmi suggestionare dal paesaggio e dalle persone che lo popolano”.

L’amore per il cinema è scattato inaspettato, era forte il bisogno di comunicare le proprie emozioni. “Il percorso che mi ha portato alla scoperta di questa realtà è stato del tutto casuale, non avevo la più pallida idea di come funzionasse. Da ragazzo non andavo neanche tanto bene a scuola, anzi in italiano prendevo sempre voti bassi e questo mi sconfortava enormemente, creando confusione. Mi piace molto scrivere e ho trovato nel cinema uno strumento di espressione. In sostanza faccio cinema per comunicare, per raccontare con uno sguardo intimo delle storie”.

Dopo aver frequentato una scuola di cinema a Roma dalla durata di un anno, la L.U.C, il videomaker reggino ha frequentato un corso di sceneggiatura indetto da “Tracce” . E’ risalente alla scorsa estate invece l’esperienza con il laboratorio organizzato da Fabio Mollo a Reggio Calabria. Proprio con il regista reggino, da poche settimane nelle sale con il suo secondo film ‘Il padre di’Italia’, Suraci avverte una specie di affinità: “Lo sento vicino al mio mondo visivo e narrativo. Il suo è stato e continua a essere un bel percorso che ha acceso in tutti noi videomaker la scintilla della possibilità, in una terra ricca di storie, suggestioni ed emozioni difficili da raccontare, piene di forti contrasti, quindi molto cinematografiche”.

“Come muoiono le foglie”, il racconto di un vecchio nonno malato che per esorcizzare la paura della morte, narra al nipotino una favola in uno struggente rapporto di vita e amore, è stato il primo lavoro di Daniele Suraci. Il cortometraggio ha girato per molti festival in Italia e ha consentito al videomaker reggino di poterne realizzare un secondo dal titolo “La Terra”.

“Inaspettatamente anche questo cortometraggio è piaciuto, tanto da essere selezionato in competizione al rinomato festival di Clermont-Ferrand. Dopo aver fondato una piccola casa di produzione musicale e cinematografica assieme a mio fratello, chiamata Icarus Factory , sono riuscito a realizzare il terzo cortometraggio dal titolo “il passo della lumaca”. Questa volta però l’approccio è stato differente, era la prima volta che lavoravo con una troupe di professionisti e fortunatamente ho trovato persone splendide che lavorano nel cinema da molti anni e che hanno arricchito ancora di più la storia che ero intenzionato a raccontare. Ho affrontato la tematica della disabilità attraverso il gioco di due bambini.

Il cortometraggio ha girato per tutto il mondo, è stato uno dei corti supportati dall’istituto di cultura italiana a Toronto, selezionato al Tiff (Toronto international film festival) e inserito all’interno di un programma nelle scuole negli USA. In seguito è stato comprato da un canale di Sky Universal che lo ha messo in onda per la durata di un anno.

Daniele Suraci, pronto a girare nella sua Calabria ‘U Scantu’, è quindi ennesima conferma ed esempio di un territorio che vuole riscattarsi ma soprattutto ha il talento e le capacità per farlo: “Sembra essere un buon momento per la Calabria, ho visto che si sta anche lavorando tanto sul territorio e questo credo sia la cosa più importante, essere presenti con realtà formative che durino nel tempo, come ad esempio il laboratorio di Fabio Mollo e che spero continui ad avere un seguito. Anche la Calabria Film Commission sta facendo un buon lavoro, fondando le basi per il futuro”.

Speranze di un futuro migliore, dove la scelta di andare via, possa assomigliare sempre più ad un vera scelta, libera e non figlia di una ‘imposizione’: “Mi auguro che sia lo stesso territorio a credere nel talento dei propri figli e che conceda le possibilità al cambiamento. Magari si inverte la tendenza alla fuga, e l’amore per la propria terra unito alle concrete possibilità spinga i giovani a restare. Uno scrittore del mio paese, Mimmo Gangemi, scrive a riguardo “Non c’è ferita più sanguinante delle forze migliori che vanno via” “.

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