Referendum sulla giustizia, Veronese: ‘Tra propaganda, realtà e segnali preoccupanti’
"Prendo atto con rammarico del risultato. Ma ritengo ancora più grave il tentativo di piegare il dibattito pubblico a una narrazione ideologica che non trova riscontro nei fatti"
25 Marzo 2026 - 10:35 | Comunicato Stampa

“Scrivo queste righe all’indomani del risultato referendario sulla giustizia, con il rispetto dovuto al voto popolare, ma anche con la necessità – che ritengo doverosa – di riportare il dibattito su un piano di verità e di analisi seria”. E’ quanto afferma in una nota Simone Veronese.
“Per settimane abbiamo assistito a una narrazione tanto semplicistica quanto offensiva: chi sosteneva il SÌ veniva dipinto come un nemico della legalità, quando non addirittura come un delinquente; chi sosteneva il NO, invece, veniva automaticamente collocato nel campo della “gente perbene”, dei difensori della Costituzione e dei valori democratici.
Eppure, il voto ha raccontato una realtà molto più complessa, e per certi versi scomoda.
Colpisce, innanzitutto, il dato degli italiani all’estero, i quali – vivendo quotidianamente in sistemi europei dove la separazione delle carriere è una prassi consolidata – hanno espresso un consenso significativo verso il SÌ. È un segnale chiaro: laddove il sistema giudiziario è già più equilibrato, la riforma non viene percepita come un pericolo, ma come un elemento di normalità”.
Prosegue Veronese.
“Allo stesso tempo, non può essere ignorato un altro dato, che emerge con forza: in molte aree del Paese caratterizzate da maggiore fragilità sociale ed economica, e dove storicamente lo Stato fatica a imporsi con piena autorevolezza, il NO ha registrato percentuali particolarmente elevate.
Non si tratta di criminalizzare territori o comunità – sarebbe un errore grave – ma di avere il coraggio di leggere i dati senza ipocrisie. In questi contesti, accanto a tanti cittadini in buona fede, si sommano dinamiche sociali complesse, dove il voto può essere influenzato da fattori che vanno ben oltre il merito del quesito referendario.
Negli ultimi anni, alcune politiche assistenziali, pur nate con finalità condivisibili, hanno prodotto effetti distorsivi in determinate realtà, contribuendo in alcuni casi a consolidare equilibri sociali fragili e, talvolta, opachi. È un tema che non può essere eluso, se si vuole comprendere davvero ciò che è accaduto.
Ma c’è un ulteriore elemento, altrettanto grave, che merita attenzione.
Le immagini di magistrati che, a Napoli, esultano cantando “Bella Ciao” all’esito del voto rappresentano un segnale che non può essere sottovalutato. Non è in discussione la libertà personale o culturale di ciascuno, ma il ruolo istituzionale che si ricopre.
Quando una parte della magistratura manifesta in modo così esplicito una connotazione politica, si rafforza inevitabilmente nell’opinione pubblica il dubbio che quella stessa magistratura non sia più percepita come pienamente neutrale.
Ed è un danno enorme, prima di tutto per la magistratura stessa, oltre che per la credibilità dell’intero sistema giudiziario.
A ciò si aggiunge un silenzio che pesa.
Nessuno intende, né può, tirare per la giacca il Presidente della Repubblica. Ma proprio per il ruolo di garante dell’equilibrio istituzionale che egli rappresenta, molti cittadini si aspettano la stessa fermezza e la stessa incisività che giustamente vengono esercitate quando si richiamano la politica e le istituzioni a un uso responsabile delle parole nei confronti della magistratura.
Di fronte a immagini e comportamenti che rischiano di compromettere la percezione di imparzialità della giustizia, il silenzio appare, francamente, difficile da comprendere.
Il punto politico, dunque, è evidente: si è cercato di dividere il Paese tra “buoni” e “cattivi”, semplificando una questione complessa e delegittimando milioni di cittadini. Ma il voto ha dimostrato che questa lettura non regge.
Questo referendum non ha sancito una superiorità morale di una parte sull’altra. Ha invece messo in luce una frattura profonda: tra chi guarda a un modello europeo di giustizia e chi teme ogni cambiamento; tra chi vive in contesti più liberi e chi è inserito in realtà più difficili e condizionate.
Personalmente, prendo atto con rammarico del risultato. Ma ritengo ancora più grave il tentativo di piegare il dibattito pubblico a una narrazione ideologica che non trova riscontro nei fatti.
Perché la verità, anche quando è scomoda, resta sempre più forte della propaganda”, conclude Veronese.
