‘Oltre la malattia, l’ingiustizia’: l’odissea di una reggina per un esame urgente
Il caso di un'invalida civile costretta a ricorrere ai privati per una TAC negata in ospedale. La lettera inviata al Presidente Occhiuto e la pronta risposta
06 Giugno 2026 - 07:30 | Riceviamo e pubblichiamo

Riceviamo e pubblichiamo la toccante lettera di una reggina, che convive da una vita con molteplici e gravi patologie. Una testimonianza dolorosa che accende i riflettori su una sanità locale spesso inadeguata e non in grado di far fronte alle necessità impellenti e ai diritti dei cittadini, specialmente i più fragili.
La missiva è stata inviata anche al Presidente della Regione, Roberto Occhiuto, per metterlo a conoscenza della situazione; il Governatore, subito dopo aver ricevuto la lettera, ha prontamente contattato la scrivente, attraverso la sua segreteria.
Di seguito il racconto del disservizio subito presso l’ospedale di Melito Porto Salvo.
“Ho 74 anni , sono invalida civile con accompagno e legge 104 comma 3. Ho subito tantissimi interventi dal più semplice, tonsille e appendice, alla isterectomia all’età di 28 anni con conseguente menopausa chirurgica ed alla ricostruzione della vescica con parte di intestino e da circa trent’anni devo auto cateterizzarmi ogni tre ore. A causa di tre vertebre scivolate, vengo sottoposta ad una stabilizzazione vertebrale con viti, barre e autotrapianto di ossa, successivamente rimossi per complicazione “radicolite e ipoestesia in regione perianale e paravaginale”. Continuano così i dolori e crampi insopportabili e vengo sottoposta nuovamente a decompressione e artrodesi posteriore L2 L3. Ancora senza successo, inizio infiltrazioni ecoguidate per sacroileite bilaterale.
Ricoveri ed ancora ricoveri in tanti ospedali del Nord.
Un anno fa l’impianto di un elettrostimolatore midollare per dolori alla schiena.
Avendo in vescica una metaplasia mi sottopongo a cisto narcosi quasi annualmente. I continui auto cateterismi mi causano infezioni di Escherichia coli ormai resistenti agli antibiotici. L’urologo che mi segue mi richiede una TAC con il mezzo di contrasto di cui sono allergica.
Ed eccomi giunta al motivo per cui ho deciso di scrivere questa lettera.
Il medico curante mi prescrive la TAC con priorità 10 giorni e dal CUP Calabria prenoto per il giorno 28 aprile c.a. alle ore 11:00 presso l’Ospedale “Tiberio Evoli” di Melito Porto Salvo.
Il giorno prima , il 27 aprile c.a., telefono in segreteria e radiologia per avere dei chiarimenti. Evidenzio la mia allergia al mezzo di contrasto ed alla preparazione che farò con il deltacortene, chiedo anche se il trimeton fiala (antistaminico) dovessi portarlo da casa. Chiedo altresì se fosse necessario portare la mia sedia a rotelle perché, visto tutti i miei trascorsi, posso camminare e stare in piedi per periodi molto brevi.
TUTTO CHIARITO E CONFERMATO. ALMENO COSÌ SEMBRAVA.
Infatti la mattina del 28 aprile con mio marito, ci presentiamo in radiologia decidendo di portare la mia sedia a rotelle, consegno l’impegnativa, prenotazione ed alcuni referti presso la segreteria, e l’infermiera mi somministra l’antistaminico (trimeton) presso il bagno della struttura.
Improvvisamente la stessa mi dice che la Dottoressa voleva parlarmi. Entro nella stanza accompagnata da mio marito, e la Dottoressa mi comunica che non potevano fare la TAC perché non c’era l’anestetista e che vista la mia complicata storia e l’assenza di una sala di rianimazione non si assumevano la responsabilità di eseguire tale esame.
Comunico loro che mi ero già sottoposta ad altre TAC con mezzo di contrasto sempre dopo avere fatto l’adeguata preparazione farmacologica.
Spiego altresì l’urgenza di tale esame alla luce delle mie patologie e soprattutto della conversazione avuta il giorno prima con la segreteria in cui avevo messo a conoscenza dei miei problemi di allergia ma che nonostante tutto avevo avuto conferma della fattibilità dell’esame.
Chiedo pertanto alla Dottoressa di rilasciarmi una dichiarazione che giustificasse il loro rifiuto.
Avrei avuto la possibilità di fare la TAC altrove. Sicuramente in un luogo più sicuro non più li, ma per mia scelta.
Tale richiesta mi viene negata.
Andiamo via stanchi, delusi ed anche nauseati, abbandoniamo anche l’idea di recarci dal Direttore Sanitario.
Nella mia vita ho affrontato e sopportato tanta sofferenza, ma da sempre non tollero più indifferenza ed ingiustizia ed è per questo motivo che ho deciso di sottoporre quanto a me accaduto, al Presidente della Regione Dott. Roberto Occhiuto, (persona attenta alle problematiche della Regione) e anche al Direttore Sanitario dell’Ospedale “Tiberio Evoli” di Melito Porto Salvo, nella speranza che quanto accaduto a me non si ripeta più”.
Successivamente a questi fatti, l’esame tanto necessario è stato effettuato per via privata, non senza un dispendio oneroso sia in termini economici, sia di tempo e fatica, considerate le precarie condizioni di salute della signora. Una vicenda che si sarebbe potuta e dovuta evitare, ma che purtroppo caratterizza le vite di tantissimi malati che ogni giorno si trovano a fare i conti non solo con la sofferenza della malattia, ma anche con intoppi burocratici e disservizi di varia natura. Quello della scrivente è un appello accorato a prendersi davvero, e più profondamente, cura dei pazienti: a partire dal medico di famiglia, passando per il personale infermieristico, fino allo specialista. Perché oggi più che mai, nel nostro sistema sanitario, c’è bisogno di riscoprire il valore della ‘cura’.
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