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Narcotraffico e ‘ndrangheta, smantellata la rete degli Alvaro. Borrelli: ‘I portuali infedeli pagati col 15% della cocaina’

L'inchiesta della DDA tra Gioia Tauro e la Sicilia. Il capo della Procura reggina: "I dipendenti del porto fornivano alle cosche persino i trucchi per eludere i controlli dello scanner"

giuseppe borrelli procuratore rc

Un’imponente operazione antimafia ed antidroga condotta dal Comando Provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 35 persone, nell’ambito di un’inchiesta coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia (D.D.A.). L’operazione ha visto l’impiego di oltre 200 militari ed si è sviluppata in diverse località del territorio nazionale, tra cui Catanzaro, Cosenza, Palermo, Catania, Trapani, Caltanissetta, Torino, Milano, Pavia, Pescara e L’Aquila.

Al centro delle indagini, un’articolata rete criminale dedita al traffico internazionale di stupefacenti, riconducibile alla cosca Alvaro di Sinopoli, e nello specifico al ramo familiare dei cosiddetti “Paiechi”. Complessivamente sono 47 i capi di imputazione contestati, che vanno dall’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti (aggravata sia dal metodo mafioso sia dalla finalità di agevolare la cosca) ai reati in materia di armi, fino al tentato sequestro di persona a scopo di estorsione.

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Le parole del Procuratore Giuseppe Borrelli

Durante la conferenza stampa tenutasi questa mattina, il Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Borrelli, ha illustrato i dettagli della complessa ricostruzione investigativa:

“L’ordinanza cautelare emessa dal GIP del Tribunale di Reggio Calabria su nostra richiesta ha avuto esecuzione in varie località del territorio nazionale ed è stata eseguita attraverso l’ausilio e l’impiego di più di 200 unità di personale operativo. Ovviamente siamo in fase di indagini preliminari, quindi il provvedimento cautelare è soggetto ad impugnazione e gli indagati vanno ritenuti innocenti fino a sentenza definitiva di condanna”.

Il Procuratore ha sottolineato come le indagini — svolte con il supporto della Sezione Operativa della Compagnia Carabinieri di Palmi e del Nucleo Investigativo del Gruppo Carabinieri di Gioia Tauro — abbiano svelato la doppia natura del sodalizio:

“Il gruppo riferibile al ramo Alvaro “Paiechi” si è dimostrato una porzione dell’organizzazione con una particolare inclinazione al narcotraffico, essendo in grado di gestire sia l’importazione sia lo stoccaggio e la rivendita della sostanza stupefacente”.

Le direttive dal carcere e le chat criptate

L’inchiesta si è sviluppata in due filoni temporali. Il primo segmento, relativo al biennio 2020-2021, si è basato sul decrittamento e sull’analisi delle chat scambiate sui sistemi di comunicazione criptati. Proprio dall’esame di questi flussi informativi è emerso uno degli elementi più sconcertanti dell’indagine.

“L’analisi delle chat ha consentito di evidenziare come una parte significativa delle attività di importazione della cocaina dal Sudamerica venisse svolta da alcuni indagati mentre si trovavano all’interno del carcere di Siracusa, ha spiegato Borrelli. È stata verificata la disponibilità di un telefono criptato da parte di due soggetti detenuti, i quali comunicavano verso l’esterno impartendo direttive che venivano puntualmente eseguite. Si trattava di esponenti legati al gruppo Alvaro “Paiechi” e alla cosca Gallace di Guardavalle”.

Tra le operazioni individuate figurano tentativi di importazione dal Sudamerica destinati al porto di Gioia Tauro: un carico di 233 chilogrammi di cocaina proveniente dal Brasile (bloccato nel porto di Santos) e uno di 31 chilogrammi dal Panama (sequestrato a Cristobal).

Portuali infedeli e soffiate sulle rotte sicure

L’organizzazione si avvaleva della collaborazione diretta di portuali complici, ai quali venivano promesse percentuali consistenti sull’incasso delle spedizioni:

“I portuali addetti all’esfiltrazione ricevevano il 15% del valore della sostanza stupefacente –, ha precisato il Procuratore. Inoltre fornivano indicazioni strategiche ai trafficanti sudamericani per eludere i controlli: suggerivano di utilizzare navi dirette in Grecia o Slovenia che facessero solo transito a Gioia Tauro, di prediligere container non refrigerati perché soggetti a scanner con minore frequenza, o di adottare particolari tecniche di occultamento. In alcuni casi venivano persino offerte garanzie per la rimozione di navi inserite nelle “black list” dei controlli mediante il pagamento di dipendenti infedeli”.

Lo smercio in Sicilia e il tentato sequestro da 500mila euro

Il secondo filone investigativo, incentrato sul periodo 2023-2024 e condotto tramite tradizionali attività tecniche di intercettazione, ha permesso di ricostruire 22 operazioni di commercializzazione e di eseguire quattro sequestri per un totale di 25 kg di cocaina.

Il canale principale di distribuzione era rappresentato dalla Sicilia, in particolare dalle piazze di Palermo e Catania. Propriamente nell’ambito dei rapporti commerciali con la criminalità siciliana è maturato un grave episodio di scontro:

“Si è verificato un attrito con un sodalizio palermitano reo di non aver pagato una fornitura di cocaina per un valore di circa 500 mila euro. Gli acquirenti siciliani, dopo aver caricato la droga su un camion, erano fuggiti senza saldare il debito. A seguito di diversi viaggi a vuoto a Palermo per recuperare la somma, il gruppo calabrese aveva programmato un vero e proprio sequestro di persona a scopo di estorsione”.

Il rapimento, organizzato operativamente in due occasioni, non si è concretizzato solo grazie ad mirati interventi mirati di controllo e dissuasione messi in atto dalle forze dell’ordine sulle persone designate per l’esecuzione.

Le aggravanti mafiose e i legami economici

In conclusione, il Procuratore Borrelli ha richiamato l’attenzione sulle aggravanti contestate:

“È stata riconosciuta sia l’aggravante del metodo mafioso sia quella della finalità di agevolazione mafiosa. Il metodo mafioso emerge con chiarezza nelle modalità violente ed intimidatorie con cui la cosca pretendeva il pagamento delle partite di droga. Quanto all’agevolazione, è emerso come i proventi del narcotraffico venissero reinvestiti ed indirizzati a beneficio di altri rami della consorteria di ‘ndrangheta”.

Si precisa che il procedimento si trova ancora nella fase delle indagini preliminari. Le accuse contestate sono, allo stato, ipotesi investigative che dovranno essere verificate nelle successive fasi del procedimento. I destinatari delle misure cautelari sono da considerarsi innocenti fino a eventuale sentenza definitiva di condanna, nel pieno rispetto del principio di presunzione di innocenza.

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