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Quando la competitività dipende dal buon senso


Da quasi un decennio il mondo sconta una crisi economica con alti e bassi ma che sembra non aver soluzione. In questo quadro di continue incertezze c’è chi ha fatto bene, ed in qualche maniera si è rialzato e chi ha sprecato tempo rimanendo indietro.

L’Europa e l’Italia non hanno tratto indicazioni positive dalla crisi economica e sono andati avanti per diversi anni su una strada che oggi ormai ai molti non appare come la più corretta.
Sia l’Europa che l’Italia hanno avuto alti e bassi, senza però avviarsi verso l’uscita dalla situazione di stagnazione economica; hanno cercato di combattere la difficile situazione attraverso la cosiddetta “revisione della spesa” e della “austerità” appesantendo la normativa europea e conseguentemente quella degli stati membri di vincoli e paletti che nel medio-lungo termine sempre più determinano una costante perdita di competitività.

La sfida che si sta perdendo è proprio questa, una perdita di competitività rispetto agli altri operatori economici: Cina, Stati Uniti, Russia, paesi emergenti del Sudamerica.
Non si vuole capire a livello europeo e maggiormente a livello italiano che le procedure sempre più stringenti e per molti versi illogiche non fanno altro che relegare l’Europa e l’Italia in un isolamento da cui sempre più è difficile allontanarsi.

Se un’iniziativa imprenditoriale deve scontare il passaggio tra autorizzazioni di tutti i tipi, rilasciate da diversi soggetti con un periodo medio che varia tra i 60 ed i 90 giorni, si capisce bene come un investitore extraeuropeo stia ben alla larga da investire i propri capitali.

Sommiamo poi che dopo il bagno di sangue per ottenere le autorizzazione a svolgere una data attività, anche se fosse agricola deve scontare dei passaggi burocratici che fanno a pugni con il buon senso, si ritrova in un regime finanziario in cui il legittimo guadagno è succhiato da imposte dirette ed indirette.

Ecco che poi ci si chiede e ci si interroga del perché non riusciamo ad attrarre capitali esteri o perché le nostre aziende si trasferisco.
Vi lascio un esempio pratico, vissuto nella nostra regione per far capire a chi legge che ormai si combatte contro norme che sono pensate per ostacolare e non per favorire l’imprenditoria.

Pesate che una serra utilizzata ai fini agricoli, su un terreno agricola da una azienda agricola necessita di permesso a costruire!, come se stessimo costruendo un palazzo. Perciò ciò comporta l’impego di tempo e risorse economiche non indifferenti. Dopo di che, per avviare una attività agricola bisogna attivare una procedura tramite un sistema SUAP (sportello unico per le attività produttive) che è stato normato a livello nazionale e che ha applicazione su base regionale. Le procedure dovrebbero essere celeri e concludersi entro 60 giorni lavorativi (se tutto va bene!).

A questo aggiungiamo la insufficienza degli uffici tecnici comunali, che sono chiamati a governare questo processo, spruzziamo l’incompetenza dei funzionari che non rispettano i termini e non riescono ad applicare le norme, norme che sono già confuse nella teste del legislatore figuratevi in quella di che le deve applicare.

Risultato: una procedura che non trova conclusione. Effetto: riduzione delle iniziative.

Questo fa si che la competitività si riduca al lumicino quando dobbiamo confrontarci con altri paesi in cui tutte le norme sono indirizzate a favorire l’insediamento di attività lavorative.
Altro esempio pratico e vissuto: attivare la stessa iniziativa agricola in un paese come il Costa Rica o la Colombia?

Il giorno prima la penso, il giorno dopo parto con i lavori. Non pensate che in questi paesi non vi sia un controllo ed una tutela del territorio, ma sicuramente sanno meglio di noi che una attività agricola, quale che sia non può produrre effetti negativi sull’ambiente e non servono regole fascianti per poterla realizzare.

Ora lascio a voi la risposta: se un investitore, magari cinese che in questo momento va di moda, chiama un sudamericano ed un italiano e dice: “qui c’è il capitale, chi prima inizia prima viene finanziato”, secondo voi chi vincerà la sfida? Ecco la perdita di competitività.

Come uscire da questo circolo vizioso in cui pericolosamente ci siamo infilati? Usare il buon senso in tutte le cose e ristabilire il vero senso delle cose, in cui il lavoro e le idee sono da preferire al profitto ed al rating.

Nicola Tucci 

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