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Teatro Antico di Taormina: straordinari Afterhours in un luogo magico – FOTO


Di Anna Biasi – Strepitoso concerto organizzato da Puntoeacapo srl in una fantastica cornice, quella del teatro greco di Taormina: uno spazio aperto immerso tra colonne, un punto panoramico unico al mondo, dove si intravede il mare Ionio e si sogna ad occhi aperti osservando la mole dell’Etna. Gli Afterhours al top delle loro performance con il tour #30 che corona il trentennale della rock band italiana apre il concerto con strategie e germi, canzoni che più di 20 anni fa li avevano resi famosi.

Il pubblico impazzisce alzandosi in piedi in forma fisica smagliante e non appena dice “la sicurezza ha un ventre tenero” è in delirio per Male di miele e saltella per tutto il concerto molto di più di quanto poggi i piedi per terra.

Serata fenomenale che crea un nuovo piacere che si avvolge a tutto ciò che si crede. É molto emozionato Manuel Agnelli, come tutte le iene presenti tra le gradinate, e racconta una sua esperienza in Sicilia: “Qualche anno fa siamo venuti non molto lontano da qua a registrare un nostro disco, a Catania, e siamo rimasti per un periodo lunghissimo ad incidere delle cose che in un modo o nell’altro avevamo già scritto, e a scriverne delle altre, e sicuramente quel disco è stato molto influenzato da questa terra e sarebbe venuto molto diverso, se non l’avessimo registrato qua, e questo pezzo si chiama Sangue di Giuda”, la cui parte lenta riassapora le note dei Litfiba in Apapaia.

È veramente un concerto speciale, un po’ per l’incredibile location, un po’ per la loro grandiosità e bravura che sprigiona calore sulle note di riprendere Berlino, una canzone sulla necessità di essere sinceri, Ossigeno, Nè pani e nè pesci e L’odore della giacca di mio padre.

Suonano il Paese è reale, frutto del loro tentativo sanremese, che ricordano solo come un posto pieno di fiori, luogo simbolo del nazionalpopolare, del pop italiano ed anche Cetuximab, un pezzo strumentale che forse come il farmaco vuole guarire dal cancro.afterhours

I milanesi Afterhours rappresentano la storia di una band che ha resistito nel tempo, simbolo della musica indipendente italiana e lo dimostrano rispolverando vecchi brani belli, maturi e ben suonati come la Vedova bianca (pezzo intenso e meraviglioso con il suo crescendo del cantato), Voglio una pelle splendida e poi Ballata per la mia piccola iena, con un ospite d’eccezione alla batteria: il membro di più vecchia data dopo il fondatore Manuel, il mitico Giorgio Prette illuminato dall’occhio di bue.

Trent’anni di carriera tra aggressività e melodia, a volte dark, mentre i personaggi principali sono delusi e condannati, nei migliori dei casi, a vivere in un piccolo mondo dove anche il sole sorge solo se conviene.

Una bellissima versione di Manuel in solitudine di grande molto sporca, che risalta qualcosa di bello, grande, per poi ritornare in compagnia, come un patto da rispettare, da non spegnere e non tradire, scoprendo che il dolore non è la destinazione vera perché tutto é folle ormai.

 

Folfiri e folfox, undicesimo album del gruppo, é un disco di cambiamento, doloroso, mutamento necessario, cosi come é indispensabile poter chiudere dei cerchi per poterne aprirne di nuovi, e il pezzo che parla proprio di questo si chiama Non voglio ritrovare il tuo nome.

“Può capitare di cercare una cosa per tutta la vita, – postilla Agnelli – combattendo per ottenerla, cercando di raggiungere i nostri obiettivi, condizionandosi l’esistenza, tagliando teste, cambiando posti e amici, fino a che non ci ricordiamo più che cosa volevamo: questo é l’inferno in terra e questo pezzo si chiama Padania”

La liberazione dal nostro dovere é invece, costruire per distruggere una lunghissima rincorsa e finalmente poi poter morire!

Escono e rientrano sul palco ben quattro volte, non come veri divi quali sono, ma come umili cantanti, regalando ricchezza musicale  e dolcissimi abbracci con i quali si stringono alla platea annuendo il capo: “grazie mille. –  strilla Agnelli –  Grazie per essere venuti stasera, ma grazie soprattutto per essere rimasti, grazie davvero e per averci richiamato così tante volte sul palco. Sembra scontato che un gruppo debba uscire e fare i bis, però é molto bello sentire il vostro entusiasmo che non é scontato, grazie”.

 

Un concerto speciale, ricco di emozioni e brividi grazie anche ai brani come É La fine più importante, 1.9.9.6., bungee jumping e bianca, la più bella cosa mai successa, quest’ultimo componimento dedicato a Bianca, la bellissima  figlia del batterista Fabio Rondanini.

Poi torna nuovamente Prette sul palco che elargisce bacchette con non è per sempre e Quello che non c’è, intrisa di disincanto e dolore, in cui la chiave della felicità é la disobbedienza in sé.

Il gruppo rock ruvido e duro cede il passo ad una versione al piano, intimistica, in cui l’amore è una patologia, di Ci sono molti modi che Manuel offre a Franci, probabilmente la compagna. Chicca sul finale de La sinfonia dei topi, assente da molto tempo dalle scalette dei concerti, scritta circa sedici anni fa, in un periodo per il giudice di X Factor, particolarmente sfigato.

Il conclusivo congegno che si spegne da sé é Pelle, con cui il pubblico si sfrega la cute e prova di essere ancora in vita e con Bye bye Bombay invita tutti a non avere paura, a non rassegnarci mai, perché quest’emozione é la cicatrice che sigilla anche l’anima più pura.

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