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Operazione Dda a Reggio, il pm Ignazitto: ‘Una dote di ‘ndrangheta come regalo di laurea’

Tornano i rituali di affiliazione e le formule del passato anche tra i più giovani. Per il magistrato: "Decisivo l'apporto dei commercianti coraggiosi e dei pentiti di nuova generazione"

walter ignazitto

Non solo accordi di potere e infiltrazioni finanziarie. L’ultima imponente operazione della Dda reggina svela un inaspettato ritorno al passato e, contemporaneamente, nuove e inquietanti dinamiche di delega militare sul territorio.

A delineare i dettagli di questo spaccato è stato il Procuratore Aggiunto Walter Ignazitto nel corso della conferenza stampa al Cedir. Il magistrato ha acceso i riflettori su aspetti antropologici e operativi che mostrano come la ‘ndrangheta cittadina stia rimodulando la propria presenza, tra ortodossia rituale e alleanze strategiche con la comunità Rom.

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Il ritorno ai vecchi rituali: la “dote” mafiosa come regalo di laurea

Il primo elemento di forte novità segnalato da Ignazitto riguarda un ritorno inaspettato a cerimoniali che nel centro cittadino sembravano ormai ridimensionati. Riti di affiliazione e formule arcaiche tornano a essere centrali per l’accreditamento criminale.

“Rispetto alle indagini del recente passato – ha spiegato il Procuratore Aggiunto Ignazitto – registriamo un ritorno a un fenomeno che su Reggio Centro sembrava ridimensionato: quello dei riti e delle regole di ortodossia. C’è un ritorno ai rituali di affiliazione e ai conferimenti di doti”.

A tal proposito, il magistrato ha rivelato un aneddoto emblematico intercettato durante le indagini:

“Uno dei soggetti monitorati, in occasione della conclusione del suo percorso di studi universitari, si è rivolto a un boss di vertice per avanzare una richiesta del tutto singolare. Come regalo di laurea, una dote tributaria“.

Secondo il pm, a dimostrazione del fatto che il riconoscimento criminale mantenga una forza attrattiva e di prestigio sociale intatta anche tra i giovani scolarizzati.

La delega alle famiglie Rom e la singolare “polizia” di Arghillà

Un filone centrale dell’inchiesta riguarda il patto di ferro tra la ‘ndrangheta di Archi e gli esponenti della comunità Rom nel quartiere periferico di Arghillà. Una sinergia che si muove lungo un doppio binario: il potere di delega criminale e il controllo militare della strada.

“È emersa la volontà da parte delle cosche di Reggio di delegare il controllo di alcune realtà, come Arghillà, alle famiglie del posto”.

Tuttavia, l’arresto dei vecchi boss del quartiere aveva creato un vuoto di potere, generando forti tensioni e un’escalation di microcriminalità che infastidiva persino la casa madre. Da qui, il tentativo dei clan di Archi di imporre un nuovo ordine:

I clan storici hanno cercato nuovi referenti per arginare il dilagare dei reati contro il patrimonio (come furti e rapine selvagge). Un tentativo, ha spiegato Ignazitto, di “esercitare una sorta di singolare attività di realizzazione di un ordine pubblico, chiaramente alla maniera ‘ndranghetista“.

Gli arsenali e il ruolo militare dei Rom: armi da guerra “al bisogno”

L’altro grande fattore d’allarme sollevato dal Procuratore Aggiunto riguarda l’enorme disponibilità di armi da fuoco sul territorio. Arsenali che servono alle singole famiglie per accrescere il proprio peso specifico all’interno della confederazione mafiosa.

“C’è la disponibilità di un ingentissimo numero di armi, anche da guerra, che porta a ipotizzare la volontà di costituire piccoli arsenali, probabilmente per rendere le varie famiglie più potenti e in grado di intervenire al tavolo delle trattative. Le famiglie Rom sono quelle che sembrano avere la maggiore disponibilità di armi da guerra, che poi vengono messe a disposizione all’occorrenza”.

Vittime che denunciano e nuovi pentiti: “Buon auspicio”

Infine, il dottor Ignazitto ha voluto sottolineare una doppia reazione da parte della società civile e del tessuto economico di fronte alla pressione estorsiva. Se da un lato persistono imprenditori che subiscono in silenzio senza denunciare, dall’altro si registrano importanti segnali di rottura del muro di omertà.

“Siamo pervenuti all’attività d’indagine anche tramite il proficuo apporto fornito da chi ha avuto la capacità di denunciare, e questo sicuramente è di buon auspicio”.

Un quadro investigativo solido che, oltre alle intercettazioni tecniche, ha trovato una sponda decisiva nelle parole dei collaboratori di giustizia:

“Hanno avuto un ruolo ancora una volta significativo le dichiarazioni dei pentiti. È stata confermata l’attendibilità di vecchi collaboratori, ma anche di collaboratori di nuova generazione”, ha concluso il magistrato.

Si precisa che il procedimento si trova ancora nella fase delle indagini preliminari. Le accuse contestate sono, allo stato, ipotesi investigative che dovranno essere verificate nelle successive fasi del procedimento. I destinatari delle misure cautelari sono da considerarsi innocenti fino a eventuale sentenza definitiva di condanna, nel pieno rispetto del principio di presunzione di innocenza.

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