Fermata la banda dell’orrore, il procuratore Crescenti: ‘Clima da Gomorra’
Il procuratore di Palmi ricostruire i risvolti criminali e social dell'operazione "Marijoa": "Quello che veniva fatto veniva ripreso e postato sui social"
29 Aprile 2026 - 13:59 | di Eva Curatola

Una pagina di cronaca oscura. Una di quelle che non raccontano solo un’indagine, ma costringono una comunità a guardarsi allo specchio.
Al centro della vicenda cinque ragazzi tra i 20 e i 22 anni, vittime fragili, case violate, minacce, animali uccisi e tanta paura. E, sullo sfondo, la necessità di filmare, mostrare, condividere. Come se la violenza non bastasse, anche la necessità di trasformarla in spettacolo.
È il cuore dell’operazione “Marijoa”, eseguita dalle prime luci dell’alba dai Carabinieri della Compagnia di Gioia Tauro. I militari hanno dato esecuzione a un’ordinanza di misura cautelare personale nei confronti di cinque giovani. Per tre sono stati disposti gli arresti domiciliari, per altri due l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.
Il provvedimento è stato emesso dal GIP del Tribunale di Palmi su richiesta della Procura della Repubblica, diretta dal procuratore Emanuele Crescenti.
Operazione “Marijoa”, i reati ipotizzati e l’impianto dell’inchiesta
L’inchiesta, sviluppata dai Carabinieri della Stazione di Melicucco, ipotizza reati pesantissimi: associazione per delinquere, sequestro di persona, atti persecutori, violazione di domicilio, detenzione e fabbricazione di armi, uccisione di animali.
Al centro, secondo gli inquirenti, non ci sarebbe un interesse economico. Non soldi. Non affari. Non un ritorno materiale. Ma qualcosa di forse ancora più inquietante: la volontà di imporsi attraverso la paura.
“Un’atmosfera quasi da fiction, da Gomorra – l’ha definita Crescenti. “Una violenza quasi gratuita. Forse un modo di voler presenziare sul territorio, di volersi imporre utilizzando la violenza”.
Le vittime, secondo quanto emerso, sarebbero persone vulnerabili. Persone con disabilità, fragilità psichiche, problemi di dipendenza. “Bersagli facili”.
Vittime fragili, case violate e minacce: “dominio” e umiliazione
Persone che si sarebbero viste entrare in casa questi giovani anche dalle finestre. Persone davanti alle quali, secondo la ricostruzione, gli indagati si sarebbero presentati fingendosi carabinieri, con divise e armi, fino a puntare una pistola alla tempia.
Non solo violenza. Ma umiliazione. Non solo paura. Ma dominio.
C’è poi un passaggio che pesa più degli altri. Quello sugli animali. Crescenti ha citato episodi in cui animali sarebbero stati gettati vivi nel camino.
“L’animale buttato nel camino vivo non ha un ritorno criminale, non ha un vantaggio. È un fatto d’immagine, per fare un film. Questo è ciò che fa più pensare e preoccupare”.
È qui che l’inchiesta sembra uscire dal perimetro giudiziario e diventare una ferita sociale. Perché la violenza, secondo gli investigatori, non veniva solo compiuta. Veniva ripresa, fotografata, diffusa. Cercava un pubblico.
“Quello che si fa non solo viene fatto, ma viene anche fotografato, postato sui social o diffuso”, ha spiegato il procuratore.
Come se il dolore degli altri fosse materiale da esibire. Come se la paura fosse un contenuto da postare.
I social, la “non percezione” e il muro della paura
A rendere il quadro ancora più grave è, secondo Crescenti, la scarsa percezione della gravità dei fatti da parte dei giovani coinvolti.
“Quello che ci sorprende è che quasi non ci si renda conto del disvalore di quello che si fa. Le persone sembrano sorprese: “non ho fatto nulla”, “era uno scherzo”, “ci siamo divertiti””.
Parole che pesano. Perché raccontano una distanza profonda tra il gesto e la coscienza del gesto. Tra la violenza subita dalle vittime e la sua percezione da parte di chi l’avrebbe compiuta.
Il procuratore ha parlato anche della difficoltà iniziale nel rompere il muro della paura.
“Si è registrata una ritrosia timorosa alla collaborazione con le autorità”, ha detto. Ma l’indagine è andata avanti, grazie ai pochi coraggiosi che hanno deciso di rivolgersi ai Carabinieri del territorio.
“La presenza dei carabinieri nei paesi è fondamentale. Il contatto personale, anche educativo, forse in questo caso più educativo che repressivo, è importante”.
L’operazione “Marijoa” non chiude solo un’indagine. Apre una domanda più grande. Cosa accade quando la violenza diventa linguaggio? Quando il più debole non è più una persona da proteggere, ma un bersaglio? Quando un animale ucciso, una casa violata, una minaccia armata diventano scene da mostrare?
Lo Stato ha risposto con le misure cautelari. Ma Crescenti guarda anche oltre la repressione.
“Vorremmo che il recupero fosse l’aspetto principale. Non sarà facile, ma auspichiamo che questi interventi abbiano anche una funzione non meramente repressiva, ma di recupero”.
Resta il peso di una vicenda che fa male. Per le vittime. Per il territorio. Per l’età degli indagati. E per quella domanda, difficile da evitare: com’è possibile che l’orrore sia stato vissuto, almeno da qualcuno, come un gioco?
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