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Sanità Reggio, la denuncia di un figlio vicino al padre malato: ‘Al GOM tanta umanità, ma non basta’

“Grazie a chi lavora in corsia, ma servono più risorse”: l’appello di un cittadino alle istituzioni dal GOM di Reggio

GOM Reggio Calabria

Da tre notti assiste il padre gravemente malato in ospedale. Il ringraziamento a medici, infermieri e OSS, ma anche l’appello alle istituzioni: «Venite nelle corsie, soprattutto di notte»

Da tre notti si trova accanto al padre, gravemente malato, in un reparto del Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria. Un’esperienza dolorosa che ha deciso di raccontare attraverso una lettera aperta.

La sua testimonianza contiene innanzitutto un ringraziamento rivolto a medici, infermieri, operatori sociosanitari, personale sanitario e guardie giurate. Persone che, secondo quanto osservato durante il ricovero, continuano a lavorare senza sosta, affrontando emergenze, reparti pieni e una pressione costante.

La lettera, però, pone anche alcune domande sull’organizzazione dell’assistenza ospedaliera, soprattutto durante le ore notturne.

Il ringraziamento al personale sanitario

Nel suo racconto, il figlio del paziente descrive un Pronto Soccorso impegnato senza interruzioni, con ambulanze in continuo arrivo e operatori chiamati a gestire un’emergenza dopo l’altra.

Accanto alla sofferenza dei pazienti e alla preoccupazione delle famiglie, il cittadino dice di aver incontrato professionalità, disponibilità e umanità.

Da qui nasce anche un invito rivolto agli utenti e ai familiari: evitare di scaricare paura, rabbia e nervosismo su chi lavora nelle corsie.

«Molto spesso chi abbiamo davanti non è il problema, ma una delle persone che sta cercando di affrontarlo», si legge nella lettera.

Il familiare riconosce che possano verificarsi episodi negativi o comportamenti poco empatici. In questi casi, però, invita a utilizzare gli strumenti di segnalazione previsti, senza generalizzare e senza cancellare il lavoro svolto ogni giorno da centinaia di professionisti.

Reparti pieni e assistenza notturna

Accanto al ringraziamento emerge una riflessione sulle difficoltà organizzative osservate durante il ricovero. Secondo quanto riferito nella lettera, il padre sarebbe stato inizialmente sistemato nel corridoio del reparto di Medicina d’Urgenza, a causa della mancanza di posti disponibili.

Il figlio racconta inoltre di aver visto personale chiamato a gestire un carico di lavoro particolarmente elevato, soprattutto durante la notte.

Nel reparto, sempre secondo la testimonianza, non sarebbe presente continuativamente una figura medica nelle ore notturne. In caso di necessità, il riferimento diventerebbe quindi il medico del Pronto Soccorso, già impegnato nella gestione delle emergenze.

Durante la prima notte, una familiare di un altro paziente avrebbe atteso quasi due ore l’intervento di un OSS per una necessità assistenziale.

Il racconto non punta il dito contro i singoli lavoratori. Evidenzia, invece, la possibile distanza tra le richieste di assistenza e le risorse effettivamente disponibili.

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«In reparto è rimasta una sola infermiera»

Uno degli episodi che ha maggiormente colpito l’autore della lettera riguarda l’organizzazione di un turno notturno. Una delle due infermiere presenti sarebbe stata chiamata a supportare il Pronto Soccorso. In reparto sarebbe quindi rimasta una sola infermiera, affiancata da un OSS proveniente da un’altra unità, per seguire tutti i pazienti ricoverati.

Anche in questo caso, il familiare precisa che il personale avrebbe continuato a svolgere il proprio lavoro con professionalità. La riflessione riguarda anche le famiglie che, per garantire assistenza ai propri cari durante la notte, sarebbero costrette a cercare autonomamente persone disponibili a prestare aiuto dietro compenso.

L’appello alle istituzioni

Il messaggio è rivolto alla Direzione sanitaria, ai dirigenti, alla Regione Calabria e a tutti coloro che hanno responsabilità organizzative.

Secondo l’autore della lettera, non basta ringraziare pubblicamente medici, infermieri e OSS. Occorre garantire personale sufficiente, condizioni di lavoro adeguate e un’organizzazione capace di rispondere ai bisogni dei pazienti.

La sensazione maturata dopo le notti trascorse in reparto è quella di una sanità che riesce a reggere soprattutto grazie all’abnegazione di chi lavora in corsia.

«Nessun sistema dovrebbe basarsi esclusivamente sul sacrificio di chi ogni giorno va ben oltre il proprio dovere», scrive il familiare.

Di seguito la lettera integrale.

La lettera integrale

«Da tre notti assisto mio padre, gravemente malato, al Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria. Mentre scrivo queste righe sono ancora qui e, sinceramente, non so quante altre notti trascorrerò in reparto. Quando si vive un’esperienza del genere si cambia prospettiva: si osserva, si ascolta e si finisce per vedere una realtà che da fuori difficilmente si comprende.

In questi giorni ho visto un Pronto Soccorso lavorare senza sosta, ambulanze arrivare continuamente e operatori impegnati a gestire emergenze una dopo l’altra. Ho visto la sofferenza dei pazienti e la preoccupazione dei familiari. Ma ho visto soprattutto medici, infermieri, OSS, operatori sanitari e guardie giurate svolgere il proprio lavoro con professionalità, disponibilità e umanità. A tutti loro va il mio sincero ringraziamento.

Proprio per questo sento il dovere di ricordare una cosa che mio padre mi ha insegnato da sempre: alla gentilezza si risponde con la gentilezza. Quando una persona cara sta male è naturale avere paura, essere nervosi e perdere la pazienza. Ma prendersela con chi lavora non serve. Non serve con gli infermieri, non serve con gli OSS, non serve con le guardie giurate e non serve con i medici. Molto spesso chi abbiamo davanti non è il problema, ma una delle persone che sta cercando di affrontarlo.

Allo stesso tempo credo sia giusto dire che nessun ambiente di lavoro è perfetto. Può capitare di incontrare professionisti più o meno empatici, come accade in qualsiasi settore. Se ciò accade, la strada non è la rabbia o la generalizzazione, ma la segnalazione ai responsabili competenti. Un episodio negativo non può cancellare il lavoro e il sacrificio di centinaia di persone che ogni giorno garantiscono cure e assistenza.

Questo, però, non significa che tutto vada bene. Mio padre è stato ricoverato nel reparto di Medicina d’Urgenza, la prima notte in corridoio, perché non c’erano posti disponibili. Ho visto reparti pieni e personale costretto ad affrontare una mole di lavoro impressionante, soprattutto durante la notte. Nel reparto in cui mi trovo non è presente una figura medica in modo continuativo nelle ore notturne e, in caso di necessità, il riferimento diventa il medico del Pronto Soccorso, lo stesso Pronto Soccorso che opera già sotto una pressione enorme.

La prima notte ho assistito anche alla difficoltà di altri familiari. Una familiare di un altro paziente ha atteso quasi due ore l’intervento di un OSS per una necessità assistenziale. Non lo scrivo per accusare qualcuno, ma per raccontare quanto, nelle ore notturne, la domanda di assistenza possa essere superiore alle risorse disponibili.

In questo contesto ho visto anche famiglie cercare soluzioni alternative per assistere i propri cari durante la notte, talvolta rivolgendosi a persone disponibili ad aiutare dietro compenso. Anche questo dovrebbe far riflettere: quando i familiari sentono il bisogno di organizzarsi autonomamente per garantire assistenza, significa che il sistema sta vivendo una difficoltà che non può essere ignorata.

Questa notte ho assistito a una situazione che mi ha fatto riflettere ancora di più: una delle due infermiere presenti in reparto è stata chiamata ad aiutare il Pronto Soccorso. In reparto è rimasta una sola infermiera, supportata da un OSS mandata da un altro reparto, a gestire tutti i pazienti ricoverati. Lo scrivo senza alcuna polemica verso il personale, che ha continuato a fare il possibile con grande professionalità. Ma da cittadino non posso fare a meno di chiedermi se una situazione del genere possa essere considerata normale.

La mia riflessione non riguarda chi lavora in corsia. Riguarda il sistema. Perché la sensazione che porto con me dopo queste notti è quella di una sanità che continua a reggersi soprattutto sul sacrificio delle persone che ci lavorano. E nessun sistema dovrebbe basarsi esclusivamente sull’abnegazione di chi ogni giorno va ben oltre il proprio dovere. Se queste persone stanno facendo il massimo, allora perché il sistema continua a mostrare queste criticità?

Per questo il mio appello è rivolto a chi ha il potere di decidere: alla Direzione sanitaria, ai dirigenti, alle istituzioni regionali e a tutti coloro che hanno responsabilità organizzative. Non basta ringraziare medici, infermieri e OSS. Bisogna metterli nelle condizioni di lavorare. Bisogna ascoltare ciò che accade nelle corsie, soprattutto di notte, quando le difficoltà diventano più evidenti e il peso dell’assistenza ricade su poche persone.

Questa lettera nasce dalla convinzione che non si possa continuare a considerare normale ciò che normale non è. Dietro ogni paziente c’è una famiglia, dietro ogni letto c’è una storia e dietro ogni operatore sanitario c’è una persona che merita rispetto, supporto e condizioni di lavoro adeguate.

Credo inoltre che tutti noi cittadini dovremmo avere una maggiore sensibilità nel segnalare e denunciare, sempre con educazione e senso di responsabilità, ciò che non funziona. Non per creare polemiche o trovare colpevoli, ma perché i problemi possano essere conosciuti, affrontati e risolti. Tacere non aiuta nessuno. Una sanità migliore si costruisce anche attraverso la consapevolezza e la partecipazione dei cittadini, perché le cose devono funzionare bene per tutti.

A chi può cambiare le cose chiedo di non limitarsi ad ascoltare i numeri. Ascoltate anche le persone. Venite nelle corsie, soprattutto di notte. Guardate cosa accade realmente e abbiate il coraggio di intervenire. Perché una sanità migliore non è un favore da concedere ai cittadini: è un diritto che deve essere garantito».

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