Reggina: essere ottimisti oggi, è una scelta lucida. Ecco perchè
L’istantanea che resterà impressa non è il pareggio, ma la fame, la rabbia e la voglia di Ferraro in quella rincorsa...
03 Febbraio 2026 - 09:11 | Redazione

di Riccardo Mauro – Essere ottimisti oggi, da tifosi della Reggina, non è un esercizio di fede cieca dopo il pareggio casalingo con il Savoia. È, al contrario, una scelta lucida. Una scelta che nasce dall’osservazione di ciò che questa squadra è diventata, più ancora che dal risultato maturato sul campo.
Sì, è vero: è mancata la decima vittoria consecutiva. Ed è altrettanto vero che in casa, in uno scontro diretto, tutti avremmo voluto i tre punti. Ma il calcio – soprattutto questo campionato – insegna che non sempre si può vincere. La vera differenza la fa il come non si vince. E la Reggina di domenica ha dimostrato di averlo capito.
In molti hanno paragonato la gara col Savoia a quella di Siracusa dello scorso anno, e il paragone regge: quando non riesci a vincere, soprattutto contro una diretta concorrente, non devi perdere. È un principio basilare per chi vuole stare in alto fino alla fine. Ma c’è un altro raffronto, forse ancora più significativo, che torna alla mente: quello con il gol subito a tempo scaduto contro il Lamezia, nell’ultima partita della gestione Trocini. In quell’occasione, dopo l’errore di Laaribi e la prima respinta di Lagonigro, ciò che fece più male fu la totale mancanza di ferocia nel rientro. Una squadra che rinculava lentamente, quasi svogliata, permettendo all’attaccante avversario di ribadire in rete.
Domenica no. Domenica è stata un’altra storia. L’istantanea che resterà impressa non è il pareggio, ma quello schema non riuscito su punizione calciata da Edera, con la squadra sbilanciata, Umbaca lanciato a rete e Ferraro, il nostro numero 9, che percorre praticamente tutto il campo per andare a difendere la porta della Reggina. Un attaccante che fa quasi cento metri di corsa disperata, muovendo le sue lunghe leve all’impazzata, non per segnare ma per salvare. Per i compagni. Per la maglia. Per i colori amaranto.
Ecco perché dobbiamo cercare di rimanere ottimisti. Perché domenica abbiamo visto una squadra che ripiega con rabbia, che difende con ferocia, che non molla un centimetro anche quando la giornata non è delle più brillanti o l’avversario si dimostra più organizzato del previsto. Questo atteggiamento deve rassicurare tutti noi in vista del rush finale, dove non potremo e non dovremo sbagliare.
Questo è, tra i tanti, il merito principale di Torrisi. Dal suo insediamento ripete come un mantra la necessità di “pareggiare l’ardore agonistico dell’avversario”. Oggi possiamo dire che quel messaggio è arrivato forte e chiaro. Il confronto tra il lassismo del rientro contro il Lamezia e la furia agonistica della corsa di Ferraro contro il Savoia racconta meglio di qualsiasi statistica quanto sia cambiato tutto.
In questo campionato, a differenza dell’anno scorso, tutti possono perdere punti con tutti. Lo dimostra l’Enna, che lotta per non retrocedere e ha fermato la capolista Igea. La rimonta in classifica della Reggina nasce proprio da qui: dall’aver fatto bottino pieno contro squadre affamate, contro chi gioca con il coltello tra i denti. Siamo superiori tecnicamente. Siamo superiori anche per organizzazione tecnico-tattica. Ma senza l’intensità, senza la voglia di fare una corsa in più, non vai da nessuna parte.
E allora sì, sarà un campionato durissimo. Probabilmente lo vincerà chi avrà la forza di resistere fino all’ultimo, chi saprà farlo di “corto muso”. E noi speriamo che quel muso, al traguardo, abbia i colori amaranto. Con la stessa rabbia, la stessa fame e la stessa voglia che Ferraro ha messo in quella rincorsa su Umbaca.
Mancano 12 partite. Significa che bisognerà vincere quasi sempre. Che lo si faccia sciolinando grande calcio o portandole a casa con la grinta, la sofferenza e la rabbia agonistica poco importa. A questo punto della stagione non esistono voti estetici: esiste solo l’obiettivo finale. E quell’obiettivo è troppo importante per fare gli schizzinosi. Anche perché, diciamolo chiaramente, è un traguardo che fino a un paio di mesi fa sembrava impossibile. La Reggina era lontana, sfiduciata, fragile. Oggi invece è una squadra che sbaglia, sì, ma che lotta, che corre, che si sacrifica. Una squadra in cui anche il centravanti rincorre l’avversario per difendere la propria porta.
E allora torniamo a quell’immagine: Ferraro che rincorre Umbaca per cento metri. È lì che sta il senso di tutto. Se questa Reggina saprà unire quella ferocia agonistica alla sua superiorità tecnica e organizzativa, allora sì, potrà davvero giocarsela fino in fondo. Magari di corto muso. Magari soffrendo. Ma con la concreta possibilità che, alla fine, il muso che taglierà per primo il traguardo sia amaranto.
