Donne d’ingegno: le storie di Hedy Lamarr e Gae Aulenti
Per la rubrica a cura dell'AIDIA RC, la storia di due donne che con la loro eredità hanno reso grandi la storia delle telecomunicazioni e dell'architettura
10 Giugno 2026 - 09:00 | di Redazione

La luce di Hedy Lamarr e Gae Aulenti giunge fino a noi attraverso l’eredità del loro altissimo ingegno, che ha reso grandi la storia delle telecomunicazioni e dell’architettura.
HEDY LAMARR
Oltre Hollywood, il genio scientifico di Hedy Lamarr
Arch. Antonella Postorino, socia AIDIA RC

Molto prima che il mondo riconoscesse il valore delle sue intuizioni scientifiche, Hedy Lamarr era già un volto celebre del cinema internazionale. Eppure, dietro l’immagine della diva hollywoodiana, si nascondeva una mente brillante che avrebbe lasciato un’impronta profonda nella storia della tecnologia.
Nata a Vienna nel 1914 con il nome di Hedwig Eva Maria Kessler, manifestò fin da bambina una straordinaria curiosità per il funzionamento delle macchine. Amava smontare e ricostruire oggetti, osservandone i meccanismi con l’attenzione di una futura inventrice. Mentre il successo cinematografico la trasformava in una delle donne più ammirate del suo tempo, Lamarr continuava a coltivare in privato la passione per la ricerca e l’innovazione.
Durante la Seconda guerra mondiale decise di mettere il proprio talento al servizio della lotta contro il nazismo. Insieme al musicista e inventore George Antheil sviluppò un sistema di comunicazione segreta capace di far variare continuamente le frequenze radio utilizzate per guidare i siluri, rendendole difficili da intercettare o disturbare. Il brevetto, registrato nel 1942, venne inizialmente considerato troppo complesso dalla Marina statunitense e rimase inutilizzato per anni.
Con il tempo, però, quell’idea si rivelò rivoluzionaria. Il principio del frequency hopping sarebbe infatti diventato una delle basi tecnologiche delle moderne telecomunicazioni, aprendo la strada a strumenti oggi indispensabili come Wi-Fi, Bluetooth e GPS.
Lamarr non ricevette mai compensi per quella scoperta, ma ebbe la soddisfazione di assistere al riconoscimento del suo contributo. Più che come attrice, avrebbe voluto essere ricordata come una persona capace di migliorare il mondo. A distanza di decenni, è proprio la sua eredità scientifica a renderla una figura straordinariamente moderna.
GAE AULENTI
Gae Aulenti: architetto dallo spirito tenace e anticonvenzionale
Arch. Maria Siclari, Consigliere AIDIA RC

“L’architettura è un mestiere per uomini, ma ho sempre fatto finta di nulla”. Eppure, di quel mondo Gae Aulenti amava tutto: “mi piace guidare il cantiere, l’odore del cemento armato”. Una figura poliedrica, difficile da ingabbiare in un’unica definizione, che preferiva definirsi, al maschile, un architetto geniale capace di opporsi alle distruzioni della guerra. Per lei scegliere l’architettura voleva dire opporsi a chi distrugge, iniziando a lavorare in un’Italia devastata dalla guerra.
Nata nel 1927, si laurea a Milano nel 1953 dove consegue l’abilitazione e si forma nel solco del Neoliberty collaborando come redattrice con Rogers a Casabella. Il dialogo con le arti e la centralità della dimensione urbana segnano la sua produzione, la ricerca e il profondo legame con i luoghi entrano persino nel design. Per lei il ruolo del designer non è imporre stravaganze personali quanto ricerca compositiva del dettaglio.
Intellettuale raffinata, applica all’architettura una visione filosofica. Se lo spazio è definito da larghezza, lunghezza, profondità e tempo, per lei l’architettura usa il tempo in maniera nascosta, mentre il teatro lo afferra. Questa sensibilità temporale guida i suoi capolavori del design, come la lampada “Pipistrello” (1965), e i suoi monumentali restauri, dove il contemporaneo dialoga con la storia. Ne sono l’esempio la Gare d’Orsay a Parigi, Palazzo Grassi a Venezia e le sfide ingegneristiche dell’Asian Art Museum di San Francisco. Scompare a Milano il 31 ottobre 2012, appena quindici giorni dopo aver ricevuto la Medaglia d’Oro alla carriera.
Aulenti ci lascia un’eredità che supera la forma, testimoniata anche dalla celebre piazza milanese a lei intitolata. Il suo lavoro dimostra come saper leggere il contesto significhi creare una sintesi profetica, capace di essere un insegnamento di volontà positiva per il panorama culturale mondiale.
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