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Epicentro 2: il fortino della droga ad Arghillà sotto la regia di Morelli e l’alias ‘Ciccio’

"C'ha un milione di euro posati" le dichiarazioni del collaboratore di giustizia fanno luce sul traffico di droga e sugli ingenti introiti del sodalizio criminale

carabinieri arghillà

Un vero e proprio “bunker” protetto da porte blindate, cancelli sbarrati e telecamere a circuito chiuso puntate fino al salone del barbiere del quartiere. Era da questa cabina di regia che Fabio Morelli detto “Ciccio” gestiva, direttamente dalla sua abitazione nel quartiere Arghillà, la fitta e redditizia rete di spaccio di sostanze stupefacenti smantellata, pezzo dopo pezzo, negli anni dalle forze dell’ordine reggine e i cui retroscena sono stati svelati dall’ultima operazione antimafia coordinata dalla DDA di Reggio.

Il filone d’indagine, denominato “Epicentro 2“, ha svelato come il fratello minore dei già noti esponenti Cosimo (detto “Cocò”) e Andrea Morelli avesse assunto la guida incontrastata del sodalizio sul territorio, ereditando il bastone del comando durante lo stato di detenzione dei congiunti.

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La trincea criminale di Arghillà e la scalata dei Morelli

Il quartiere periferico di Arghillà viene descritto dagli inquirenti come una realtà segnata da una progressiva opera di decadimento, un’area caratterizzata da un alto tasso di disoccupazione e dispersione scolastica dove l’edilizia popolare è diventata nel tempo una roccaforte impenetrabile. È in questo scenario di degrado che la congrega criminale della famiglia Morelli, storicamente legata a componenti della comunità ROM locale, è riuscita a monopolizzare le dinamiche delinquenziali della zona, inserendosi in modo strutturato nel business dello spaccio di cocaina e marijuana. Un salto di qualità supportato dalla proficua collaborazione con le storiche cosche della ’ndrangheta reggina, che ha trasformato il gruppo in un vero e proprio braccio armato e operativo.

A tirare le fila del narcotraffico nell’ultimo periodo era proprio Fabio Morelli.

Secondo le ricostruzioni dei Carabinieri, Morelli si occupava esclusivamente della gestione strategica, della contabilità dei profitti e della spartizione delle quote (destinate anche al sostentamento dei fratelli reclusi), delegando lo smercio al dettaglio “porta a porta” e il presidio del territorio a una fidata rete di pusher e giovanissime vedette.

Il maldestro trucco dell’alias: “Nelle intercettazioni deve uscire ‘Ciccio'”

Per proteggersi dalle indagini e garantire l’impunità al capo, nessuno doveva pronunciare il nome di Fabio. Nelle conversazioni telefoniche e ambientali, tutti gli accoliti avevano l’obbligo di fare riferimento alla sua persona utilizzando esclusivamente lo pseudonimo di “Ciccio”.

A fare piena luce su questo espediente è stato il collaboratore di giustizia Carmine Pablo Minerva, i cui verbali d’interrogatorio davanti ai magistrati della DDA delineano con precisione la strategia del capoclan:

«Lui si fa chiamare Ciccio da tutti, invece si chiama Fabio… perché così nelle intercettazioni esce Ciccio».

Lo stesso Minerva, descrivendo la familiarità acquisita all’interno del fortino del boss, ha svelato ironicamente le abitudini di Morelli:

«Sempre dopo le sei si deve andare da lui… perché deve fare il riposino!».

I tentativi di nascondere la reale identità del vertice dell’organizzazione sono però naufragati davanti ai frequenti lapsus della manovalanza criminale o, come registrato in un’intercettazione ambientale del 3 giugno 2023, davanti ai commenti degli esponenti della ’ndrangheta arcota in visita ad Arghillà. Durante l’incontro, gli indagati Giacomo Scarpella, Giorgio Logiudice e Stefano Polimeni commentavano ironicamente l’inganno ormai scoperto:

Logiudice: «Ma si chiama Francesco? O Fabio?»

Scarpella: «Fabio! … Si fa chiamare Ciccio!»

Polimeni: «Si fa chiamare Ciccio!»

Scarpella: «Tipo che non lo sanno! Non lo hanno arrestato un’altra volta lo stesso, con tutto che lo chiamavano Ciccio! Ma oggi come oggi, ancora giocano… giocano con queste barzellette!».

Le lamentele dei clienti e il codice segreto dei “Documenti”

Le indagini tecniche hanno svelato i dettagli operativi della piazza di spaccio, che contava su turni di lavoro regolari per i pusher, pagati con tariffe fisse giornaliere. Il centro nevralgico della compravendita era proprio l’abitazione di Fabio Morelli, dove il capo riceveva gli affiliati ed esaminava la qualità e i pesi della droga per evitare di essere frodato.

In un’intercettazione ambientale, emerge un acceso confronto tra il boss e il suo fidato collaboratore Angelo Civitaliani. Morelli si lamentava del fatto che i clienti storici stessero abbandonando Arghillà per rifornirsi altrove, accusando i pusher di consegnare dosi di cocaina inferiori al pattuito:

Fabio: «E ogni volta che gli dico che devi andare tu, tutti che mi scrivono che no, che qua non vale la pena! … La sissì (la cocaina) la pigliano lì…»

Angelo: «Non vale la pena? Fai il serio Fabio, fai il serio (…) la cosa io? Ah? Prendiamo le buste? Così vediamo se le ho aperte? E dai chiama lo Spillo e digli di portare tutte le buste qua! … Le buste sono pesate giuste, su 35 (0,35 grammi), poteva avere qualcuna 34».

Per eludere i controlli dello smartphone, il gruppo faceva inoltre ricorso a termini convenzionali ben precisi. La cocaina e la marijuana venivano sistematicamente camuffate sotto la dicitura di “documenti”. I Carabinieri hanno documentato diverse conversazioni in cui Civitaliani ordinava a Santino “Spillo” Berlingeri di bloccare le forniture ai clienti sospetti: «Ha detto se vedi Nino di non dargli il documento (…) No no non gli devi dare vedi documenti a Nino». Nello stesso dialogo veniva confermato anche il prezzo standard della dose al dettaglio: «No no ha detto che non sa niente lui, lui gli ha detto che il documento… dice il documento veniva 25 (euro)».

Il barile sotterrato e il milione di euro in contanti

A completare il quadro di un’associazione criminale capace di generare fatturati enormi – stimati dagli inquirenti in circa tremila euro al giorno, con picchi di seimila euro durante il sabato – sono state le rivelazioni di Minerva sul tesoro nascosto.

Il collaboratore ha descritto la maniacale diffidenza di Fabio Morelli, solito pesare la droga di fronte agli acquirenti e occultare i panetti di cocaina forniti da Domenico “Mico” Strangio di San Luca all’interno di casse d’acciaio con serratura speciale, o in appartamenti lasciati volutamente vuoti all’interno del quartiere. Ma il dettaglio più clamoroso riguarda il denaro contante accumulato:

«Fabio c’ha un milione di euro posati! Liquidi! Tutti blistati… non lo penso proprio, ce l’ha! Sì! Perché l’ho aiutato a blistarli a lui e a suo fratello Santino… deve avere anche un barile sotterrato lui, piccolino… lo tiene in un giardino vicino casa sua, in un coso delle olive… lo sotterra quindi».

La rottura tra i fratelli per lo scettro del comando

La gestione del potere all’interno del rione ha però vissuto momenti di profonda frizione interna, sfociando in una faida familiare sfiorata. Come rivelato dal pentito Carmine Pablo Minerva, nel momento in cui i tre fratelli maggiori (Cosimo, Andrea e Fabio) si trovavano contemporaneamente reclusi a seguito della precedente operazione “Eracle“, lo scettro del comando era passato provvisoriamente nelle mani del fratello minore, Santino Morelli. Una volta ottenuto il beneficio degli arresti domiciliari per motivi di salute, Fabio ha preteso l’immediata restituzione del timone della piazza di spaccio. Il passaggio di consegne ha innescato un durissimo scontro tra i due consanguinei, culminato in un definitivo strappo nei rapporti:

«Infatti ora non si parlano con suo fratello Santino… Fabio ha avuto problemi con suo fratello Santino perché non gli voleva tornare (il controllo), però poi quando è uscito se l’è ripresa».

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Il diktat e la cacciata dei rivali: “O comprate da me o andatevene”

Il controllo del monopolio sui traffici ad Arghillà non ammetteva eccezioni o canali di rifornimento alternativi. Quando i componenti della famiglia Berlingeri hanno tentato di rendersi autonomi, spacciando marijuana acquistata da canali terzi, il capoclan ha reagito inviando perentorie ed esplicite “imbasciate” tramite i propri emissari:

«O l’acquistano da loro al prezzo che dice Fabio oppure se ne devono andare da Arghillà».

Il braccio di ferro e il rifiuto dei Berlingeri di sottostare alle regole di “Ciccio” ha innescato una violenta escalation culminata in un agguato a colpi d’arma da fuoco nel quartiere:

«Si sono sparati pure… Non mi ricordo se hanno sparato a lui… se è stato sparato da Santino o da Fabio dal balcone, però so che è stato sparato… È collegato alla droga sempre… perché hanno continuato a fare quello che non dovevano fare».

Al termine dello scontro l’intera fazione rivale è stata piegata ed estromessa da Arghillà, vedendosi costretta a trasferire l’attività di spaccio al dettaglio nelle zone del centro di Reggio Calabria.

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Lo zio e il terrore dei 20 anni di cella

A fare da contrasto alla spregiudicata condotta di Fabio Morelli vi era però la forte preoccupazione della vecchia generazione dei referenti del quartiere, terrorizzata dalla costante pressione investigativa delle forze dell’ordine e dello spettro di pesanti condanne per il reato di associazione finalizzata al traffico di cocaina. In una conversazione intercettata il 22 ottobre 2022, lo zio A. B., affrontava apertamente il nipote esortandolo ad abbandonare il narcotraffico pesante per dedicarsi ad attività formalmente lecite (come il commercio di auto usate) o, al massimo, alla più mite e meno rischiosa erba:

A.B.: «Finiscila, senti che ti dico io!… C’arrestano a tutti quanto prima, a tutti e buttano le chiavi!! Con questa roba, sai quando si prende? 20 anni di galera, esci, fatteli 20 anni! Capito? Vedi che l’erba, con l’erba, non ti fanno niente, ti cacciano… Ti danno gli arresti domiciliari!»

Fabio: «Ehh, va be!»

A.B.: «Ti danno problemi, però con l’erba non ti fanno niente, ti cacciano con l’erba!».

L’inchiesta “Epicentro 2” assesta così un colpo durissimo al rione Arghillà, svelando come il business della cocaina avesse integrato la compagine ROM nei circuiti della ’ndrangheta d’élite. Nonostante i bunker blindati, i codici segreti e la continua sostituzione della manovalanza, l’assedio investigativo della DDA e dei Carabinieri è riuscito a scardinare la cabina di regia di Fabio Morelli, interrompendo il monopolio criminale che soffocava il territorio.

Si precisa che il procedimento si trova ancora nella fase delle indagini preliminari. Le accuse contestate sono, allo stato, ipotesi investigative che dovranno essere verificate nelle successive fasi del procedimento. I destinatari delle misure cautelari sono da considerarsi innocenti fino a eventuale sentenza definitiva di condanna, nel pieno rispetto del principio di presunzione di innocenza.

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