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‘Ndrangheta a Reggio: ‘Abbiamo 80 armi, bazooka e 28 bombe’: l’arsenale di Arghillà e il ‘fortino’ della periferia nord

Dalle carte emerge la disponibilità di lanciarazzi, esplosivi e decine di armi. Il gruppo della periferia nord avrebbe agito con il nullaosta delle storiche ’ndrine reggine

Arghillà (1)

Lanciarazzi anticarro, bombe, fucili automatici, pistole e armi con le canne mozzate. Un arsenale che, secondo la ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, sarebbe stato nella disponibilità del gruppo Morelli, indicato come egemone nel quartiere di Arghillà.

È uno dei capitoli più inquietanti dell’inchiesta culminata nell’esecuzione di 79 misure cautelari, 73 in carcere e sei ai domiciliari, disposte dal gip del Tribunale di Reggio Calabria su richiesta della Procura. Le accuse formulate a vario titolo comprendono associazione mafiosa, narcotraffico, estorsioni, riciclaggio, rapine e detenzione di armi, comprese quelle da guerra. Il procedimento è ancora nella fase delle indagini preliminari e per tutti gli indagati vale la presunzione di non colpevolezza fino a una sentenza definitiva.

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«Ottanta pezzi, 28 bombe e qualche bazooka»

Il quadro emerge dalle intercettazioni e dalle dichiarazioni raccolte dagli investigatori. Al centro delle contestazioni c’è Fabio Morelli, accusato di avere detenuto e portato in luogo pubblico un numero imprecisato di lanciarazzi anticarro Bazooka, classificati come armi da guerra.

A questi si sarebbero aggiunti 28 ordigni esplosivi e circa 80 armi da fuoco, di modello e calibro non precisati.

È lo stesso indagato, secondo quanto riportato nell’ordinanza, a parlare dell’arsenale durante una conversazione intercettata: «Ho un’ottantina di pezzi», «28 bombe» e «qualche bazooka». In un altro passaggio avrebbe sostenuto di essere in grado di recuperare immediatamente anche cinquanta armi automatiche.

Per gli inquirenti, quelle parole non rappresenterebbero una semplice esibizione personale. L’utilizzo del plurale dimostrerebbe che Morelli parlava in nome del gruppo criminale, rivendicandone la capacità militare e il controllo esercitato sul territorio.

Armi nascoste negli appartamenti e nel vano ascensore

Le intercettazioni trovano riscontro anche nelle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia.

Il collaboratore ha raccontato di aver personalmente nascosto alcune armi all’interno di una busta nera, collocata nel vano ascensore di un edificio. Ha inoltre riferito dell’esistenza di diversi appartamenti vuoti utilizzati per custodire armi e di cassette metalliche chiuse a chiave nelle quali sarebbe stata conservata anche la cocaina.

«Tutte le armi che si trovano là sono riconducibili a lui», ha dichiarato – descrivendo una disponibilità estesa a pistole, fucili con le canne mozzate e persino un kalashnikov che uno dei componenti del gruppo avrebbe tenuto sopra un comodino.

Sui bazooka, il collaboratore ha precisato di non averli mai visti direttamente, ma di aver appreso della loro esistenza da un appartenente alla famiglia Morelli.

Il fortino di Arghillà e la finta malattia

L’abitazione riconducibile al presunto vertice del gruppo viene descritta nelle carte come un vero e proprio fortino. Porte blindate, cancelli in acciaio e un sistema di videosorveglianza avrebbero consentito di controllare una vasta area del quartiere, compresa la zona utilizzata per lo spaccio.

Secondo quanto riferito da un collaboratore di giustizia, sarebbe stata simulata anche una patologia psichiatrica per evitare il carcere. Lo stato depressivo che in passato aveva consentito a Morelli di ottenere la scarcerazione sarebbe stato, secondo il racconto, costruito e pianificato.

Durante i controlli delle forze dell’ordine, l’indagato si sarebbe fatto trovare in condizioni apparentemente gravi, arrivando a simulare terapie e malesseri per conservare il beneficio degli arresti domiciliari. Si tratta di dichiarazioni contenute nell’impianto investigativo e ancora sottoposte al vaglio giudiziario.

Spari a Capodanno con i fucili dell’arsenale

Le armi non sarebbero rimaste soltanto nascoste. Secondo l’accusa, venivano utilizzate e messe a disposizione di sodali e soggetti vicini al gruppo.

Nella notte di Capodanno del 2023, alcuni degli indagati avrebbero esploso numerosi colpi in diversi punti di Arghillà con fucili automatici, armi a canne mozze e un fucile caricato a pallettoni.

Uno dei colpi avrebbe danneggiato un palo dell’illuminazione pubblica. Dalle conversazioni intercettate emerge anche la soddisfazione degli uomini per il funzionamento e la potenza delle armi. Le munizioni sarebbero state consumate rapidamente a causa dell’elevato numero di colpi esplosi.

Nel novembre dello stesso anno, durante una perquisizione, i carabinieri trovarono una doppietta a canne mozze, calibro 16, con matricola abrasa. L’arma era perfettamente funzionante e misurava circa trenta centimetri.

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Arghillà indicata come il “braccio armato” delle cosche

La disponibilità dell’arsenale assume un valore ancora più rilevante nel quadro generale ricostruito dalla Procura.

Il gruppo operante ad Arghillà viene indicato dagli investigatori come il possibile “braccio armato” delle cosche reggine, legato da un rapporto di dipendenza funzionale con le famiglie di Archi.

Le storiche consorterie sarebbero intervenute per risolvere contrasti interni e contenere alcune condotte predatorie commesse senza il necessario preavviso. Atti violenti, rapine e iniziative criminali avrebbero infatti richiesto il preventivo nullaosta delle ’ndrine tradizionalmente egemoni nella città.

Non un gruppo autonomo, dunque, ma un’articolazione periferica dotata di una rilevante forza militare e inserita nel più ampio sistema di equilibri della ’ndrangheta reggina. Un’organizzazione capace, secondo l’ipotesi investigativa, di controllare il territorio attraverso droga, intimidazioni e un arsenale composto persino da bombe e armi da guerra.

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